- Autore: Víctor del Árbol
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Elliot
- Anno di pubblicazione: 2025
Con Il tempo delle belve (Elliot, 2025, trad. di Pierpaolo Marchetti), Víctor del Árbol prosegue il cammino iniziato con Nessuno su questa terra e conferma la sua statura di narratore che va ben oltre i confini del noir.
Sebbene siano due libri che possono essere letti in modo indipendente, questo nuovo capitolo permette di cogliere pienamente la profondità dell’evoluzione psicologica dei personaggi, alcuni dei quali erano stati descritti, ma non spiegati. Il risultato è una delle sfide narrative più riuscite di del Árbol, che riesce a costruire un universo coerente e stratificato, dove ciascuno ha il giusto spazio.
Ritroviamo il vice ispettore Soria, trasferito – o forse esiliato – a Lanzarote dopo un oscuro episodio avvenuto a Barcellona qualche anno prima, apparentemente destinato a chiudere la sua carriera investigativa nella noia; Julián Leal, ex ispettore, un uomo spezzato dal carcere e da un cancro terminale; Virgina Ortiz, ex poliziotta diventata dirigente nella multinazionale del padre – un ricco imprenditore spietato e manipolatore –, divisa tra ideali di giustizia e lealtà familiare. A questi si aggiunge il sicario messicano senza nome che si muove nell’ombra, personificazione di un male nato lontano, dal trauma, dalla necessità di sopravvivere: anche una figura che incarna l’abisso, diventa comprensibile – se non giustificabile – quando si scava nel suo passato. La sua voce, cruda, diretta e disarmante, si esprime in prima persona e si alterna all’onniscienza distaccata in terza persona degli altri capitoli.
Tutto ha inizio con un caso apparentemente banale: un incidente stradale che vede coinvolta una giovane donna dell’Est Europa, investita e abbandonata in fin di vita su una buia strada di Lanzarote. Questo episodio dà invece l’avvio a una catena di eventi che riportano alla luce crimini taciuti, complicità insospettabili, giochi di potere che si estendono ben oltre oltre i confini dell’isola e che vedono coinvolti anche ambienti finanziari e forze dell’ordine, in un sistema criminale più vasto e corrotto di quanto si possa immaginare.
La forza del romanzo sta nella sua coralità – la più marcata nella sua produzione, come ammette lo stesso autore in un’intervista. Essa si traduce in una polifonia di voci e di prospettive: non c’è un solo protagonista, ma una pluralità di personaggi, ognuno con le sue ombre, le sue verità parziali, le sue contraddizioni. Anche i luoghi e le epoche diverse – gli anni ’70, il Texas; gli anni ’90, Sarajevo; gli anni 2000, Milano, oltre a Lanzarote e alla Costa Brava – contribuiscono ad ampliare la geografia del male, disegnata con precisione chirurgica. Ne emerge un mondo in cui il vero crimine non è solo ciò che si commette – violenza, corruzione, ambiguità –, ma anche ciò che si accetta: la logica del profitto, la disumanizzazione, la normalizzazione del male, la ferocia non come eccezione, ma come sistema codificato. È quello che del Árbol chiama “crimine logico”, che consiste nell’accettare come valide dottrine come la legge di mercato e il massimo profitto, l’accettazione di danni collaterali o la convinzione che, per azione o omissione, la vita umana individuale non abbia valore. È questo “il tempo delle belve” evocato dal titolo che, come gran parte della trama, è stato ispirato dal documentario “Sarajevo Safari” del regista sloveno Miran Zupanič, che tratta alcuni episodi molto controversi e poco studiati della guerra in Bosnia del 1993 e 1994. Un tempo in cui pochi predatori vedono il resto del mondo come il loro territorio di caccia. E lo fanno con freddezza perché non devono rispondere a nessuno se non a se stessi o a poteri al di sopra di loro.
Il cuore del romanzo, dunque, non è l’inchiesta in sé, ma ciò che essa provoca: la riflessione sul potere e sull’illusione della giustizia e della redenzione. Lontano dalle formule tradizionali del poliziesco, l’autore catalano costruisce una trama che è innanzitutto un’indagine sull’animo umano, dove il delitto è solo la punta dell’iceberg e il vero mistero si annida nelle scelte individuali e nei compromessi che siamo disposti ad accettare. Ogni dettaglio è carico di senso, ogni silenzio pesa quanto una rivelazione.
Il ritmo non è mai frenetico, perché del Árbol sa che non basta l’azione a tenere alta la tensione: serve il dubbio, la complessità morale, il senso di inevitabilità. Senza dare rispose, pone domande essenziali, con una lucidità che non giudica, ma coinvolge. Il suo obiettivo non è rassicurare, ma insinuare dubbi. Non scrive solo per raccontare una storia: scrive per far sentire, per spingere il lettore a interrogarsi, per creare quel cortocircuito emotivo e morale che rende indimenticabile un libro.
Il tempo delle belve si conclude con il racconto Ti aspetto dall’altro lato. Quello che Julián Leal non ha potuto dire, un’appendice intensa e toccante in cui la voce di Leal, ormai sulla soglia della morte e poi quando l’ha ormai varcata, rivolge il pensiero a chi resta – soprattutto al sicario senza nome – in una sorta di bilancio emotivo e umano. In questo epilogo carico di rimandi, il personaggio si rivela in tutta la sua profondità, restituendo al lettore una prospettiva intima e riflessiva, che arricchisce il senso complessivo del romanzo, donandogli una chiusura dal tono meditativo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il tempo delle belve
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