- Autore: Vito Lo Scrudato
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Con Il sicario e i cristalli di Ballarò (Navarra editore, 2025), lo scrittore Vito Lo Scrudato intraprende il suo terzo viaggio. Si tratta di un viaggio intricato, complesso, fantasmagorico compiuto ancora una volta in compagnia del sicario, figura bizzarra e contraddittoria: apparentemente è insieme bene e male, potenza e fragilità, vecchio e nuovo, realtà e immaginazione. L’obiettivo è palese: rappresentare il male, non nella sua opposizione al bene ma nei suoi effetti cangianti, caleidoscopici, nella sua estrema indefinitezza e opacità.
Il romanzo si caratterizza per un’impalcatura narrativa estremamente solida e complessa, si snoda su piani narrativi differenti e procede attraverso una sovrapposizione di immagini e di visioni che non rappresentano una fuga, un’evasione dal tempo del racconto, ma lo inseriscono in una visione più ampia, narrano l’universalità del dolore e della colpa, narrano il viaggio di un’umanità in lotta. Si tratta di inscatolamenti in cui vengono prodotte isotopie figurative parallele, che pur consentendo una lettura uniforme del testo, lo aprono a molteplici chiavi di lettura, così come molteplice e caleidoscopica è la realtà che viene narrata. L’autore gioca da un punto di vista linguistico, lessicale e testuale; è un gioco raffinato e sofisticato, a volte anche crudele, in cui nulla risulta palese e univoco, in cui assistiamo a un ribaltamento continuo della significazione prima, all’instillazione del dubbio, al risveglio della nostra sfera morale.
Il chìllero, dopo una breve parentesi nel sud dell’Inghilterra, alle prese con un intrigo internazionale nel Sicario e Shakespeare, ritorna nella sua amata Palermo e precisamente nel quartiere di Ballarò, descritto nelle sue contraddizioni, nella mescolanza di etnie ed esperienze, nelle sue più intime perversioni, nella profonda religiosità e nella magnificenza che lo contraddistingue, nel suo brulicare di vita e di morte, nella paziente attesa di divenire prestigioso ed elegante, più di piazza Navona. In questa prima attesa risiede un tratto distintivo che caratterizza l’intera narrazione: tutto non affoga irrimediabilmente nel male del presente ma si intravede già dalle prime pagine una possibile salvezza, una probabile redenzione. La missione è ardua, colpire sulla base delle indicazioni fornite dal Tribunale lo spaccio di crack, causa di dolore, di morte e disperazione, immagine feroce del martirio umano. In un crescendo ordinato e preciso, il sicario in sole ventiquattro ore mette a segno sei colpi: un pusher, un “pirocchiu arrinisciutu”, un professore maltese, due mafiosi di mezza tacca e infine una vittima di alto spessore, il giudice Deflagrato. Accanto al crack, indubbio nemico da colpire nell’opera di disinfestazione speciale condotta dal sicario, osservazioni acute su potere, libertà, illusione, giustizia sociale e rappresentazioni cristiane permeano la narrazione.
Il crack da fattore contingente, perno essenziale e manifesto dell’impalcatura narrativa, si trasforma in spazio privilegiato dove condurre una ricerca sui valori esistenziali, sui grandi interrogativi della vita, sulla concezione del mondo. L’auspicabile, placida e fitta nevicata, capace di imbiancare il quartiere di Ballarò, diventa centrale nella comprensione profonda del testo. Essa appare come la manifestazione figurativa della tensione tra forze, spazi e valori contrapposti, tali da evocare insieme il Paradiso in cui verrebbero a collocarsi venditori, clienti, bambini, tassisti, uomini che vivrebbero l’esperienza esistenziale della felicità e al contempo l’Inferno in cui penserebbe di trovarsi la bella di notte nigeriana: per lei, i fiocchi candidi assumerebbero la forma di piccole e pungenti foglie bianche, capaci di ardere il viso alla pari di non ben definite forme di fiamme.
Ma la nevicata su Ballarò potrebbe ancora rappresentare un atto di purificazione, in grado di annientare quel processo di deterioramento culturale e sociale rappresentato dall’incuria e dall’abbandono in cui versano gli indistruttibili e vecchi edifici; strutture solide e istituzionalizzate che non verrebbero giù sotto la violenza dei temporali, ma sotto una dolce, tenera e soffice polvere bianca. In ciò si intravede un primo rifiuto di una società umana basata sulla violenza, inefficace a operare qualsiasi operazione di purificazione, poiché macchiata dallo stesso peccato originale, azionata dai medesimi ingranaggi perversi e nutrita dalla stessa visione distorta dell’esistenza e della giustizia sociale.
Il richiamo successivo alla figura di Giobbe confermerebbe la precedente visione. Lo stesso anche se ingiustamente afflitto da ogni forma di dolore nel corpo e nell’anima rifiuta una visione retributiva della giustizia divina; visione retributiva che riporta indiscutibilmente all’idea di una punizione commisurata al male commesso come garanzia di ripristino di ordine e legalità. È lo stesso sicario, nella dimensione metafisica del sogno, che effettuando un’inversione di rotta prende le distanze da se stesso e dal suo ruolo. “Io non sono una vittima, al contrario sono un carnefice” direbbe alla sua Lilli, adducendone anche la motivazione sostanziale “perché ho risposto con cattiveria a tutti i dolori della vita”. Le precedenti affermazioni rappresentano, dunque, una ferma condanna a ogni forma di cattiveria e violenza. È un ritorno al candore e all’innocenza che auspica lo scrittore per curare una società malata, perversa e corrotta. La nevicata è anche spazio utopico, presenza virtuale, gioco, desiderio, rappresentazione ingannevole della realtà, ambiguità, minaccia.
Nella narrazione esistono dunque due percorsi narrativi differenti, che rappresentano inevitabilmente due piani: uno cosmico e uno umano. Su quello umano la nevicata rappresenta il crack, male estremo che porta solo disperazione e morte, e l’autore chiude la dimensione metafisica del sogno ponendo una pietra sepolcrale: “possiamo chiudere le bare, possiamo metterci il coperchio, con sigilli e saldature eterne”; su quello cosmico crea, invece, uno spazio, sebbene utopico, in cui la nevicata evoca un ritorno all’innocenza, in cui si intravede la visione del Dio creatore di Giobbe, l’edificazione di un mondo purificato, liberato da ogni forma di violenza. In questo spazio utopico non si intravede negazione, bensì la definizione di una società più giusta, di un luogo ideale verso cui tendere, un ritorno alla gioia, un ritorno allo stato di perfetta congiuntura tra l’uomo e Dio, precedente alla corruzione del mondo generata dal peccato originale di Adamo ed Eva. Lo scontro finale tra il sicario e il giudice Deflagrato, irrimediabilmente contrapposti come Creonte e Antigone, rappresenta, infine, lo scontro per eccellenza tra conflitti eterni e di difficile risoluzione, ma proprio nella reciprocità del dialogo, nello scambio tra visioni contrapposte la significazione prima dell’intera narrazione si fa spazio: nessun metodo che si appella a questioni morali può macchiarsi di crimini violenti, così come nessuna democrazia, nessuna legge e nessuna sentenza può essere generata sulla base di un compromesso. L’autore, con estrema competenza narrativa, trasforma il racconto in un gioco intellettuale estremamente complesso e sofisticato, capace di creare nell’animo quel caso di coscienza auspicato nell’immaginaria nevicata di Ballarò.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il sicario e i cristalli di Ballarò
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