Il grande raffreddamento
- Autore: Benoît Duteurtre
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Straniera
- Anno di pubblicazione: 2025
Lo scrittore (nonché critico musicale, conduttore radiofonico e altro ancora) Benoît Duteurtre (1960- 2024), benché già tradotto in italiano, da noi è quasi sconosciuto - non c’è nemmeno una voce wikipedia a lui dedicata nella nostra lingua. Speriamo di rimediare presentando questa raccolta di racconti, Il grande raffreddamento, targata Occam (dicembre 2025), piccolo editore di libretti eleganti e raffinati (traduzione dell’ottimo Flavio Santi).
Che cosa fa Benoît Duteurtre? Direi che ci prende un po’ in giro, prende in giro un po’ tutti - sé stesso compreso - e soprattutto il fanatismo. Di qualunque colore.
A partire dal breve racconto “Clima temperato”, che sembra coniugare due elementi richiamati dagli scrittori utilizzati dall’editore per indirizzare le aspettative del lettore: la presenza del comico (nella fascetta firmata, si fa per dire, da Milan Kundera) e della nostalgia (citazione da Houellebecq nel risvolto). Come tribù di altre latitudini e altri tempi, i cittadini francesi, sfiancati dalla siccità, si precipitano a organizzare lunghi pellegrinaggi sotto la pioggia che finalmente torna a bagnare la terra (“le persone si lasciavano inzuppare dalla testa ai piedi, lanciando urla di ringraziamento”).
C’è nella scrittura di Duteurtre un gusto per il paradosso che irride, bonariamente ma senza esitazioni, la bêtise. Lo scrittore immagina un brusco ritorno del freddo dopo una lunga siccità, un inverno fuori stagione che spiazza esperti, cittadini, politici e tutto il grande circo che ruota attorno alla gente sfranta da condizioni di vita pesanti. Il discorso sul clima è un esempio della lama caustica che il narratore infligge nelle nostre ossessioni - una benvenuta idiosincrasia verso le idées reçues, l’arte come impegno edificante, il mito dell’inclusione, il piagnisteo diffuso nel conformismo di chi, sottolineerei, tuttavia subisce oggi il potere chi di il mondo lo sta indirizzando da tutt’altra parte.
Tra finzione e note autobiografiche, il punto di crisi è esplicitato nel pezzo "Sono di destra o di sinistra?". L’autore vi rivendica un’eterodossa appartenenza alla seconda, che però si discosta dalle vulgate più banalmente canoniche degli ultimi decenni, quelle riversate nell’universo comunicativo più scontato, risaputo del wokismo. Intercetta Duteurtre - va detto - un’insoddisfazione non isolata. Inizia a scrivere su “Le Figaro”, quotidiano malvisto a sinistra, il che gli consente di spingere il pedale dell’assurdo verso lo sciocchezzaio assortito di questi anni: vaporoso mondo di meme, slogan, prese di posizione veloci come l’insegna dantesca eppure spesso capziose, ottuse, caricaturali. Duteurtre vi oppone l’ilarità a tratti malinconica di un osservatore un po’ âgé e un po’ blasé che vede incrinarsi l’interesse, il prestigio della grande musica, della letteratura come piacere del testo (in luogo del dolorismo programmato a tavolino dalla case editrici), delle capacità di analisi soppiantante dal flusso indigeribile di emozioni à la carte. Ironia più che satira, quella di Duteurtre, costretto a osservare - e a chiamare col proprio nome (una ragazza grassa è una ragazza grassa, vestita "come un sacco di patate") - un’umanità nuova ma già in tutto prevedibile: che siano lavoratori del cosiddetto precariato cognitivo, o politici, o vecchi amici ex rivoluzionari ben piantati nei posti che contano.
Si ride non poco in questi racconti, che osservano le storture di un’umanità - riconoscibilissima, il caso di dire, in Francia come in Italia - afflitta dal bisogno compulsivo di capire tutto subito, di trasformare ogni fenomeno in causa morale o bandiera ideologica. E invece, lo scrittore sa anche consegnarci - fuori della polemica - uno sguardo che è una riflessione sulla rinnovata capacità di guardare. Nel ricordo delle settimane del primo Covid, l’ora d’aria - al netto della poco condivisile posizione contro le restrizioni, ammesso che sia dall’autore empirico - nella Parigi deserta diventa un’occasione preziosa per guardare alle sue bellezze, ma anche ai suoi luoghi dimenticati, ai suoi scarti, ai suoi recessi, con un occhio nuovo, reincantato, nuovamente capace di vedere. Dissacrare gli viene facile, ma il gesto non è privo di amabilità: lo indizia la felicità del racconto, il senso di prossimità al variegato paesaggio umano con cui il narratore s’imbatte.
Mi rendo conto di aver involontariamente evocato più volte la figura di Flaubert: in scala ovviamente minore, immaginiamo che all’autore l’accostamento avrebbe fatto piacere.
Il grande raffreddamento
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