Il gatto che prendeva il treno. Conversazione sulla magia delle stazioni
- Autore: Gaetano Savatteri
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
Un giornalista e autore siciliano dialoga con un grande scrittore isolano, Andrea Camilleri. La chiacchierata risale al 2004, ma il testo di Gaetano Savatteri è uscito questa estate: Il gatto che prendeva il treno. Conversazione sulla magia delle stazioni, edito da Bibliotheka (agosto 2025, collana “Formiche”, 72 pagine), un libricino in brossura, 12x18 cm, arricchito dalle illustrazioni in bianconero di Paolo Niutta, lui calabrese, designer e artista.
Probabilmente, tantissimi delle ultime generazioni non hanno mai viaggiato in treno e non hanno mai visto una stazione. Tutti gli altri invece saranno certamente saliti su qualche convoglio. Prima e dopo, avranno messo piede sulle banchine, occupato le panche di sale d’aspetto piccole e grandi, assistito al via vai di gente con o senza bagagli, notato le code alle biglietterie delle stazioni metropolitane. Però, non avendo lo sguardo dei poeti e degli scrittori, saranno ben consapevoli che treni e stazioni non somigliano ad angoli di paradiso, frequentati come sono gli uni e le altre da buoni e cattivi, da normali e “speciali”, da benintenzionati e da malintenzionati. Invece, i poeti e gli scrittori guardano con altri occhi e possono trovarli “meravigliosi”.
Il papà di Montalbano non ha mai guidato un’auto e per spostarsi ha usato sempre quei cavalli di ferro che sferragliavano su binari paralleli di metallo lucido. Viaggiava in treno nell’andirivieni tra Roma e Sicilia, “un po’ per timore di altri mezzi, un po’ per antica passione”, riflette Savatteri, condivisa da tanta scrittura siciliana. Scivolava lento o correva veloce, ma è soprattutto il primo aggettivo che vale, tanto più nei percorsi ferroviari siciliani.
Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento 1923-Roma 2019) è sepolto nel cimitero acattolico romano al Testaccio. Narratore, sceneggiatore, regista di teatro, televisione, radio, entrato in Rai nel 1957 (a curare tra l’altro le rappresentazioni italiane di Beckett), ha esordito con la narrativa nel 1978 ed è arcinoto per i romanzi e racconti sicilianissimi con il commissario di Polizia Salvo Montalbano, nell’immaginaria Vigata. Una serie avviata nel 1994, resa epica dalla fiction gialla sul piccolo schermo, interpretata da Luca Zingaretti. Ha scritto più di cento opere, per lo più in un linguaggio che intreccia italiano e siciliano, tradotte in almeno trenta lingue. Nel 2011 gli venne assegnato il Premio Campiello alla carriera.
Gaetano Savatteri è nato a Milano nel 1964, da genitori di Racalmuto, dov’è tornato dodicenne con la famiglia, nella Valle dei Templi. La carriera giornalistica, iniziata al “Giornale di Sicilia” palermitano, è proseguita a Roma nel quotidiano “L’Indipendente”, prima del passaggio in televisione, Tg3, Tg5, Rete 4. Il primo romanzo, La congiura dei Loquaci, è datato 2000. Tre anni dopo, ha ricevuto con Camilleri il Premio Racalmare-Leonardo Sciascia.
Molte le considerazioni, soprattutto nella parte centrale del volumetto, intervista di Savatteri allo scrittore agrigentino (la prima e l’ultima di tre parti propongono testi di Gaetano: “Zolfo e binari” e “Treni che guardano il mare”). E tanti gli spunti, oltre alla suggestione del gatto, bianco e nero, che dà il titolo al libro. Montava ogni giorno sul treno a Palermo, scendeva mezz’ora dopo a Termini Imerese e la sera, alle 20, rimontava per il percorso contrario. Un felino pendolare.
Col variare delle ore del giorno, cambiava la fauna sui vagoni. Camilleri trovava “incredibili” i treni invasi dagli studenti, “succedeva di tutto”. Nessuno sano di mente avrebbe scelto di salire, sapendo che magari poco dopo ne sarebbero passati di meno affollati e più tranquilli. Forse non era un caso che su quei convogli ci fossero sempre i soliti controllori, perché per governare quei ragazzi occorrevano persone di grande equilibrio, saggezza e autorevolezza, dovendo di volta in volta sedare risse, proteggere fanciulle, risolvere controversie amorose. Riuscendo, in tutto questo a scongiurare il peggio.
Ancora una volta, la realtà attuale è meno edulcorata della visione dello scrittore, che vira verso il romantico. La pretesa di più d’uno di viaggiare senza biglietto espone oggi i controllori ad autentici duelli, poco manca che non siano rusticani e non perché non spuntino lame, ma perché i bravi ferrovieri non le sfoderano. Le stazioni? In Sicilia c’era differenza tra quelle litoranee e quelle nell’entroterra, che gli sembravano fatte di tufo, con una sorta di rustica bellezza, assecondata al massimo da un albero rinsecchito. Erano più riservate, mentre sulla costa si mostravano animate, vitali, anch’esse “balneari e poi ilari, divertenti, ingentilite”. Ce n’era di particolarmente fiorite, quando la moglie, la figlia o il capostazione stesso avevano il pollice verde.
Era diversa perfino la gente che le frequentava. Mentre nel centro della Sicilia si vedevano uomini intabarrati, vicino al mare perfino i vestiti erano altri.
Il sogno della vita di Camilleri è stato comprare l’abitazione dismessa di un casellante. Se una stazione nell’interno era “il nulla nel frinire delle cicale”, un casello poteva essere “una cosa da spararsi o l’assoluta bellezza della solitudine, del silenzio”. Se non altro, un guardiano del faro ascolta la colonna sonora del rumore del mare, che cambia, secondo le correnti, le onde, il bello o il cattivo tempo.
Dall’estremo Sud insulare partivano anche i treni a lunga percorrenza, da e per il Nord Italia o il cuore d’Europa, affollati da famiglie cariche di bambini e di bagagli. Erano gli emigrati, con le valigie di cartone strette da corde e riempite al ritorno “su” di vino, olio, formaggio, frutta di stagione, pane di casa. “Gonfie di roba, che non riusciva a starci dentro e per questo venivano legate con lo spago”.
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