- Autore: Tove Ditlevsen
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fazi
- Anno di pubblicazione: 2026
Guardiamo i volti delle persone che amiamo convinti di conoscerli davvero. Il volto non è uno specchio neutro: è una soglia mobile, che cambia a seconda di chi la attraversa e di chi la osserva.
Tove Ditlevsen, scrittrice e poetessa danese, lo sapeva con una precisione rara, e lo dimostra in I volti, pubblicato per la prima volta in Danimarca nel 1968 e arrivato in libreria il 31 marzo 2026 per Fazi Editore, nella traduzione di Alessandro Storti. Un romanzo che è insieme un’indagine sulla percezione e una mappa del collasso personale, intimo.
Ditlevsen scrive I volti nel 1968. È l’anno in cui Parigi brucia. Il mondo reclama rivoluzioni e nuovi linguaggi. Il romanzo risponde a questo momento non con le parole, ma con il silenzio. Un silenzio preciso, di chi sa che le rivoluzioni più devastanti non avvengono nelle piazze, ma dentro le stanze chiuse di un appartamento semplice, tra sonniferi, tazze di caffè e infedeltà sussurrate.
Nata a Copenaghen nel 1917 da una famiglia operaia, Ditlevsen ha sempre collocato nella scrittura il suo vero esistere. La sua opera, capace di passare con abilità dal romanzo alla poesia, ha una caratteristica autobiografica mai autoreferenziale. Il suo sguardo sul dolore e sul disagio è limpido. Con I volti coraggiosamente si interroga sulla follia, sul suo perimetro e sul momento in cui il confine si spezza. E lo fa con la protagonista della storia, Lise Mundus.
Lise Mundus conosce la difficoltà di queste domande e delle possibili risposte; scrive libri per bambini, è moglie di Gert e madre di tre figli, e da qualche tempo vede i volti delle persone intorno a lei scivolare via, deformarsi, scambiarsi come maschere o come abiti che non hanno mai la taglia giusta. Un trasformarsi di volti che per Lise coincide con il trasformarsi di una vita costruita su equilibri fragili. Il marito Gert è infedele e intellettualmente cinico. La domestica Gitte è presenza ingombrante nella vita familiare. I figli. La fama inaspettata. Ma a un certo punto tutto si mescola. E solo una cosa le dà il senso della esistenza: la scrittura.
La scrittura diventa base del suo esistere, zoccolo stabile della sua sanità mentale. Fino a quando quelle fondamenta vacillano. Il suicidio dell’amante del marito, le pastiglie lasciate dalla governante (forse distrattamente?) la spezzano, fino a condurla al ricovero in un ospedale psichiatrico. Qui entra in una dimensione sempre più instabile della percezione: le voci e i volti si sovrappongono e si mescolano, indecifrabili e confusi, ogni certezza si dissolve, ogni legame perde consistenza. E Lise si smarrisce nell’insicurezza e nella paura.
Ditlevsen, con I volti e con Lise, azzarda una scommessa narrativa audace. Non racconta la psicosi dall’esterno, con la distanza del referto medico o la commozione di chi osserva. Entra dentro la percezione di Lise e non ne esce più. Tutto ciò che Lise vive ci viene consegnato con la stessa limpidezza con cui lei lo vive. In un punto di vista oggettivo che cambia tutto.
Perché il perdersi di Lise è solo apparente. Il suo cervello funzionare con una lucidità estrema. La logica è autofondante, impermeabile, terribilmente persuasiva. E la certezza non è mai evidente. Chi è davvero amico? Di chi è bene non fidarsi? Quale sia la realtà che stiamo vivendo diventa una domanda senza risposta. Il lettore è portato a interrogarsi per tutto il romanzo sulle condizioni di Lise: non sa mai con certezza dove finisca la distorsione e dove cominci la realtà. La mente di Lise produce prove, catene causali, deduzioni perfette. E il romanzo non le smonta mai. Perché la domanda vera non è se Lise sia pazza oppure no, ma chi abbia il diritto di stabilirlo. Qual è il confine che definisce la follia e la sanità?
Il 1968, anno di scrittura del romanzo, non è uno sfondo neutro. È una presenza attiva anche nel romanzo. Anche se indirettamente, il 1968 è uno specchio eleva il testo per il lettore. Non è un libro acclamante come le piazza in protesta, ma un libro intimo che è dentro un ospedale psichiatrico, dove una donna si fa domande su chi sia davvero il nemico e dove stia la verità. La rivoluzione, fuori, è rumorosa e collettiva. Quella di Lise è silenziosa, solitaria, e non ha nessuno a raccoglierla.
“AMA TUTTI O NESSUNO” è il messaggio che staziona nella sala di ristoro dell’ospedale dove ricoverata Lise. Che è un monito di Ditlevsen. Un imperativo morale di una modernità che spinge ad amare l’umanità intera, senza gerarchie, senza eccezioni, e che in quella stessa misura schiaccia chi, come Lise, fatica a tenere fermo il proprio volto. Lise diventa il mezzo attraverso cui Ditlevsen mette in crisi questo meccanismo. La sua follia non è una malattia, ma la risposta di un individuo a un mondo che pretende sentimenti universali e assoluti, e non lascia spazio a chi vuole solo esistere nella propria piccola vita imperfetta.
La scrittura, per Ditlevsen (come per Lise), non è mai stata una scelta. È l’unico volto che non si può rubare, non si può scambiare, non si può indossare al posto di un altro. È il luogo in cui si esiste davvero. E forse è proprio questo che I volti lascia in sospeso: non una risposta sulla follia, né un confine stabile tra realtà e distorsione, ma una domanda più radicale. Se esista, davvero, un volto che ci appartenga fino in fondo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I volti
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