I dilemmi della grammatica italiana. Soluzioni immediate a perplessità ricorrenti
- Autore: Ludovica Zamponi
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2025
Prendete questa frase: qualcosa deve essere accaduta, qualche cosa può essere andata storta. Sembra tutto corretto, invece c’è un errore. Ne verrà a capo chi leggerà, approfondirà o anche soltanto consulterà questo prontuario pratico della nostra lingua, a cura della giovane professoressa pescarese Ludovica Zamponi, appassionata di humanae litterae, laureata in lettere con magistrale in filosofia e linguistica, paleografa e docente di ruolo nella scuola secondaria di secondo grado. I dilemmi della grammatica italiana. Soluzioni immediate a perplessità ricorrenti è un volume pubblicato dalle Edizioni Mondo Nuovo (aprile 2025, 186 pagine), marchio della InService di Pescara.
Un manuale distinto in quattro parti. Si comincia con i dilemmi (e gli errori) ortografici, da “si scrive” con la “i” o senza “i”?, a “si scrive” con una “zeta” o con due “zeta”? Ortografia deriva dal greco hortòs, corretto e graphia, scrittura. In questa sezione si guardano anche le elisioni, i troncamenti e dove cadono gli accenti, oltre alla punteggiatura e ai segni ortografici. Già utilissimo, mi sembra.
La seconda parte riguarda i dilemmi morfologici: nomi composti, plurali semplici. È qui che molti apprenderanno una regola della lingua italiana bellamente ignorata da tutti, per quanto spauracchio di tanti negli esami di Stato per l’esercizio della professione giornalistica. Mai aggiungere la “s” del plurale ai termini di origine inglese, ormai ampiamente transitati nella nostra lingua. Devono restare invariati, senza acquisire le forme plurali che dovrebbero invece avere nella lingua d’origine: i film, i file, le performance, le slide, mai i films, i files, le performances, le slides. Quella indebita “s” plurale aggiunta alle parole inglesi, anzi vietata, costa la bocciatura di tanti praticanti, nella prova scritta dei sempre ardui esami da giornalista, a Roma, sede unica nazionale. Va detto che Ludovica è tollerante, sostiene che la regola va osservata tassativamente ove il “forestierismo” sia acquisito da tempo nell’italiano (come negli esempi precedenti), ma è superabile invece nel caso di neologismi più recenti o di termini fortemente specialistici. In quelle ipotesi, ritiene consigliabile usare il plurale della lingua d’origine.
A questo punto, mi sia consentito uno sfogo. Quello che vale per le parole di derivazione anglosassone deve valere per le altre lingue, compreso lo spagnolo: si smetta perciò di chiamare una guardia giurata “vigilantes”, come si sente continuamente. Lo fanno tutti, anche insigni colleghi della stampa radiotelevisiva. E no, vigilante è e vigilante deve restare. Quella “s” al singolare non è soltanto un errore, è un delitto di lesa lingua italiana e del resto, nel caso di più vigilanti, sarebbe scorretto anche vigilantes al plurale, come ha appena spiegato Ludovica.
La terza parte del volume si estende ai dilemmi lessicali. Si dice dizionario o vocabolario? Sepolto o seppellito? Spesso o spesse volte? Vincita o vittoria?
La quarta è un viaggio negli “orrori spaventosi”: buon fine settimana contro buona fine settimana; estremo contro più estremo; plurale maschile contro plurale femminile; proprio contro loro. È Gabriele d’Annunzio o Gabriele D’Annunzio? È la città abruzzese de l’Aquila o dell’Aquila?
Spiritosi i capitoli SOS, che sta per Sezione Orrori Spaventosi: SOS aggettivi, SOS articoli, SOS avverbi. In genere, a nessuno sarà sfuggito, fin dall’ABC delle elementari, che la lingua italiana è decisamente ostica. L’autrice-curatrice vuole fornire supporto e soluzioni ai dilemmi ricorrenti e risolvere tante incertezze, esitazioni, interrogativi irrisolti fin dagli anni della prima formazione scolastica. Rivolge un’attenzione particolare alle concordanze verbali, all’uso corretto dei verbi servili e degli ausiliari. Qualche esempio utile, tra i tantissimi. Dove cade l’accento? Si pronuncia edìle e non èdile, perché il termine deriva dal latino edìle, da aedes, abitazione. Cadùco e non càduco, per la stessa origine latina da cadùcum, precario. Pudìco e non pùdico, tramùta e non tràmuta, salùbre e non sàlubre. Sempre per le origini romane, è ìlare, perché mai ilàre? Quanto ad àmbito e ambìto, sono del tutto diversi uno dall’altro, omografi ma non omofoni, si scrivono nello stesso modo ma si pronunciano differentemente, avendo due significati differenti: il primo denota un ambiente, il secondo è il participio passato del verbo ambìre. Noccìolo è la parte interna di alcuni frutti, nòcciolo l’albero che produce le nocciole. Sùbito è sinonimo di presto, subìto è il participio passato del verso subìre. Ucràina e Ucraìna sono invece entrambe corrette, la prima versione è più arcaica, quella con l’accento sulla “i” più recente e preferibile. Cui o a cui? Mai dire “Il famoso dipinto a cui X faceva riferimento”, impiegare “a cui” non è sbagliato, ma ridondante, perché “cui” conserva la funzione originaria di complemento di termine e contiene già il significato di “al quale”. Quindi, l’espressione corretta è, semplicemente, “il famoso dipinto cui X faceva riferimento”, che rende la frase anche meno faticosa da pronunciare, dopotutto.
Sveliamo l’errore iniziale. Se si può dire “qualche cosa può andare storta”, non è corretto “qualcosa deve essere accaduta”. Dipende dai contesti in cui si adotta il sostantivo femminile “cosa”, estremamente variabile nell’uso lessicale. Se scriviamo “qualche cosa” l’aggettivo andrà accostato al vocabolo femminile, ma “qualcosa” è di genere maschile e quindi la frase esatta diventa: “qualcosa deve essere accaduto”.
I dilemmi della grammatica italiana. Soluzioni immediate a perplessità ricorrenti
Amazon.it: 19,00 €
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: I dilemmi della grammatica italiana. Soluzioni immediate a perplessità ricorrenti


Lascia il tuo commento