La tragedia di Crans-Montana ha portato alla ribalta il lutto più grande per un genitore: la perdita di un figlio che si è appena affacciato alla vita. Anche Ungaretti subì questo strappo, come testimonia la lirica Gridasti: soffoco.
Nel 1939 in Brasile moriva per un attacco di appendicite diagnosticato non tempestivamente il figlio di Giuseppe Ungaretti, Antonietto, di appena 9 anni, nato dal matrimonio con rito civile con Jeanne Dupoix. Una foto ci mostra un bel bambino biondo, dai tratti regolari, compito in quello che sembra una divisa scolastica. Nel quinquennio 1937 – 1942 il poeta insegnava Letteratura italiana all’Università di San Paolo.
Composta a ridosso della perdita, la lirica testimonia lo straziante dolore del padre. È una poesia lacerante su una sofferenza che non ha nome. Lo chiama “osceno testacoda” lo psichiatra Massimo Recalcati, quando i genitori assistono alla perdita di chi hanno generato. Durante la lettura sarà difficile trattenere le lacrime.
“Gridasti: soffoco”: testo della poesia
Non potevi dormire, non dormivi...
Gridasti: Soffoco...
Nel viso tuo scomparso già nel teschio,
gli occhi, che erano ancora luminosi
solo un attimo fa,
gli occhi si dilatarono... si persero...
sempre ero stato timido,
ribelle, torbido; ma puro, libero,
felice rinascevo nel tuo sguardo...
Poi la bocca, la bocca
che una volta pareva, lungo i giorni,
lampo di grazia e gioia,
la bocca si contorse in lotta muta...
Un bimbo è morto...Nove anni, chiuso cerchio,
nove anni cui né giorni, né minuti
mai più s’aggiungeranno:
in essi s’alimenta
l’unico fuoco della mia speranza.
Posso cercarti, posso ritrovarti,
posso andare, continuamente vado
a rivederti crescere
da un punto all’altro
dei tuoi nove anni.
Io di continuo posso,
distintamente posso
sentirti le tue mani nelle mie mani:
le mani tue di pargolo
che afferrano le mie senza conoscerle;
le tue mani che si fanno sensibili,
sempre più consapevoli
abbandonandosi nelle mie mani;
le tue mani che diventano secche
e, sole - pallidissime -
sole nell’ombra sostano...
La settimana scorsa eri fiorente...Ti vado a prendere il vestito a casa,
poi nella cassa ti verranno a chiudere
per sempre. No, per sempre
sei animo della mia anima, e la liberi.
Ora meglio la liberi
che non sapesse il tuo sorriso vivo:
provala ancora, accrescile la forza,
se vuoi - sino a te, caro! - che m’innalzi
dove il vivere è calma, è senza morte.Sconto, sopravvivendoti, l’orrore
degli anni che t’usurpo,
e che ai tuoi anni aggiungo,
demente di rimorso,
come se, ancora tra di noi mortale,
tu continuassi a crescere;
ma cresce solo, vuota,
la mia vecchiaia odiosa...Come ora, era di notte,
E mi davi la mano, fine mano...
Spaventato tra me e me m’ascoltavo:
E’ troppo azzurro questo cielo australe,
troppi astri lo gremiscono,
troppi e, per noi, non uno familiare...(Cielo sordido, che scende senza un soffio,
sordo che udrò continuamente opprimere
Mani tese a scansarlo)
“Gridasti: soffoco”: analisi della poesia
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Nel componimento, composto da sei strofe di varia lunghezza formate da endecasillabi, settenari e quinari liberamente distribuiti, Ungaretti rievoca l’agonia del figlio, rivolgendosi direttamente a lui in un dialogo muto. Sulla pagina si susseguono immagini frammentarie: l’impossibilità di dormire, il senso di soffocamento, le ossa che si intravedono dal volto smunto. E ancora lo sguardo annebbiato, contorta la bocca che un tempo sprizzava gioia.
A seguire viene ripetuto il numero nove degli anni di Antonietto, perché è difficile accettare una morte prematura, cioè contro natura. In ballo non c’è lo scorrere inevitabile del tempo, la tragedia della guerra, il gesto volontario di chi come Moammed Sceab dà un taglio alla sua esistenza. Allora il pensiero del poeta cerca un risarcimento nella memoria, nel tesoro di nove anni di ricordi e nella fede cristiana che però nel testo non compare esplicitamente.
In una struggente alternanza tra vita e morte, ecco le mani del piccolo, febbricitanti, esangui, protese fiduciose verso il babbo per imparare a camminare. Forse. Poi c’è il peso delle incombenze che accompagnano un lutto tra cui scegliere l’abito per l’eterno riposo. Il pensiero della chiusura definitiva nella bara fa scattare nel poeta un “per sempre” di segno opposto: la presenza del figlio, in assenza, a rassicurare il babbo. In chiusura l’immagine di “una vecchiaia odiosa” e vuota da vivere nel rimorso di chi è sopravvissuto.
In un desolato colloquio con il figlio, Ungaretti rievoca le immagini dell’agonia del bambino e i ricordi della sua vita (quanti sono i ricordi di nove anni?) e li intreccia con la sua solitudine e il bisogno di consolazione. Dal punto di vista espressivo ci sono frasi brevi, anzi monconi di frasi, intervallati da frequenti puntini di sospensione a sottolineare la paralisi di un dolore inesprimibile e anche il buio del mai più sull’esempio pascoliano. Il risultato è il potenziamento della carica emotiva. Il tessuto poetico è formato da immagini giustapposte che si accumulano l’una sull’altra, quasi a fare massa come un groppo di dolore. Ai versi endecasillabi e settenari è affidato il compito di sottolineare i passaggi di particolare commozione con un effetto metrico mosso e vario. Il cielo brasiliano dai colori netti sembra sordo al dolore del poeta e ostile nella sua esuberante bellezza.
Questa raccolta del 1952 appartiene alla vecchiaia di Ungaretti. Il grido del titolo potrebbe essere quello del piccolo Antonietto. Il clima psicologico complessivo richiama Il dolore, la raccolta dedicata ai lutti domestici e alla catastrofe della guerra.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Gridasti: soffoco”, la poesia di Giuseppe Ungaretti sulla morte del figlio Antonietto
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