Da bambino, leggevo e rileggevo “Dagli Appennini alle Ande”, novella mensile del Cuore di De Amicis. Adulto, ho incontrato un libro che somiglia a quella storia, anche se in direzione opposta: il viaggio impegnativo di due ventenni da un altro continente all’Italia, raccontato da Pietro Ingargiola nel romanzo Fiori di loto. La rotta del destino, pubblicato da Graus Edizioni (Napoli, novembre 2025, collana “Gli Specchi di Narciso”, 120 pagine).
Primi del Novecento, Cina in fiamme, tra la rivolta anti occidentale dei Boxer e la rivoluzione a Pechino, un quindicennio dopo. Persecuzioni religiose, minacce, linciaggi. In Europa c’è stata la guerra e le camicie nere reprimono gli scioperi operai e contadini da nord a sud. Il contesto è violento, eppure è una storia tenera, ricca di sentimenti, di valori, di insegnamenti, d’incontri, quella che l’autore siciliano ha voluto raccontare.
Il mio romanzo nasce da un sogno, in cui mia moglie mi raccontò una storia.
La biografia di Ingargiola, in quarta di copertina, rivela ancora di più di quanto dice. È il caso di proporla integralmente, senza mediazioni. Pietro nasce a Mazara del Vallo. Il suo lavoro lo porta in giro per l’Italia, fino alla destinazione finale: Catanzaro, città che lo adotta regalando il fiore più bello. Quel fiore gli regala due splendidi gioielli, ma, come succede nella vita reale, i sogni si spezzano e il buon Dio ha deciso di portare nel suo splendido giardino il fiore più bello. Da lì comincia la sua disperazione e, nella disperazione, trova rifugio nel mare. Gli piace pensare che il buon Dio, avendo avuto pietà della sua anima, gli abbia concesso di conoscere, per puro caso, Valeria, durante una visita a Roma dai figli Salvatore e Tommaso.
Veniamo alla trama. Nel 1901, in un villaggio qualsiasi tra Pechino e Tientsin, due bambini, Li Wei, novenne misurato e riflessivo, e l’irrefrenabile Jing Fei, più piccola di un anno, conoscono un ufficiale italiano di un avamposto della Reale fanteria di Marina, attestato nei pressi. Il tenente Pietro, sempre serio e solitario, conquista i piccoli cinesi perché parla come loro. Ha vissuto per tre anni a Shanghai, presso commercianti di stoffe, e si è innamorato della lingua e della cultura locali. Li e Jing si legano all’uomo pacato in divisa, originario di Mazara del Vallo, che ha sempre tra le mani una Bibbia stampata in italiano. Insegna ai due piccoli orientali i caratteri e i suoni delle parole scritte.
Quando il distaccamento viene ritirato e Pietro li saluta, regala il libro sacro. Invita a leggerlo: anche se non capiranno, potranno ricavarvi speranza, scoprire chi è Dio. “La fede non ha bisogno di parole, ma di cuore”. Aggiunge una dedica: “Ai bambini dagli occhi curiosi, che possiate sempre trovare la luce anche nelle notti più buie”.
Il tempo passa. Li e Jing restano inseparabili, custodiscono in segreto la Bibbia, sotto il pavimento di un vecchio capanno in riva al fiume. Vi si ritrovano, consultano quel libro ricordando con tenerezza e malinconia lo straniero che lo ha regalato. 1914: a tradirli è Kumiko, sorella maggiore della ragazza. Li segue, osserva i loro movimenti, va in collera per non essere stata coinvolta e riferisce tutto al padre. Ming è un uomo di mezza età, spento, insoddisfatto, irrealizzato, legato alla fede degli antenati negli spiriti della terra; sorprende i due e li bastona selvaggiamente, accusandoli di pregare i falsi dei di una religione straniera. Kumiko ha tradito, Kumiko li salva. Libera Jing dalla stalla in cui è reclusa e lei libera a sua volta Li. Non hanno altra scelta che andare via.
Dio ci salverà, il Dio dei Cristiani... E se andassimo a cercare Pietro in Italia?
Effettivamente, contingenti della Regia Marina italiana combatterono in Cina durante la Rivolta dei Boxer, la ribellione nazionalista scoppiata nel 1899-1901 contro l’influenza coloniale straniera e i cristiani. Era guidata dalla Società del Pugno di Giustizia e Concordia, i cui affiliati, che si credevano immortali, praticavano arti marziali (kung fu, ma gli occidentali li chiamarono Boxer). Il movimento, tollerato dall’imperatrice reggente e strumentalizzato da dignitari imperiali, era alimentato dal malcontento popolare per la fragilità della Cina davanti al pesante controllo economico e territoriale delle potenze straniere. Si scatenò contro cristiani, convertiti e missionari, culminando nell’assedio delle legazioni estere a Pechino. 11 giugno-16 agosto 1900, il quartiere venne difeso per 55 giorni da truppe e civili di diversi Paesi e liberato da un contingente militare internazionale, che temeva di non trovare nessun occidentale in vita. La coalizione era composta da un’alleanza di otto Nazioni (USA, Regno Unito, Giappone, Germania, Russia, Francia, Italia, Austria-Ungheria), che sedarono con violenza la sedizione e imposero alla Cina un trattato umiliante.
Nella prima fase dei moti operarono gli equipaggi sbarcati da due navi da guerra italiane, Elba e Calabria, poi raggiunti da rinforzi dell’Esercito e della Marina, inviati dall’Italia per concorrere a reprimere la sollevazione. All’inizio di giugno, una quarantina di marinai italiani, al comando del stv Federico Paolini, raggiunsero in treno Pechino con altri reparti e resistettero nell’area assediata e nella Cattedrale Cattolica, il Beitang. Un altro distaccamento, sbarcato dalla Regia Nave Calabria e al comando del tv Sirianni, venne integrato nella colonna internazionale diretta a Pechino. Un altro più piccolo, di venti marinai, guidati dal stv Ermanno Carlotto, concorse alla difesa di Tientsin, che permise di tenere aperta la strada della capitale alle forze occidentali in via di concentrazione. Un plotone da sbarco partecipò alla presa dei forti di Taku sulla costa.
- Autore: Pietro Ingargiola
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2025
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Fiori di loto. La rotta del destino
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