Figli dell’albatros
- Autore: Anaïs Nin
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fazi
Djuna, protagonista del romanzo di Anaïs Nin Figli dell’albatros (Fazi, 2001), non ha radici. È cresciuta in un orfanotrofio, dove la disciplina è silenziosa crudeltà, e l’affetto un’idea lontana. Il suo corpo gracile si tende verso la luce come una pianta sopravvissuta alla tempesta: la danza è la sua salvezza, l’unico linguaggio che riesce a parlare senza vergogna. Quando riceve una borsa di studio e parte per Parigi, è come se venisse risucchiata in un’altra esistenza. Il buio dell’istituto lascia spazio a una città viva, luminosa, disordinata: Montmartre è un cuore che pulsa, un teatro di anime inquiete.
Djuna vive in una pensione affacciata su un quartiere bohémien, fra artisti squattrinati, filosofi mancati, donne sole e uomini irrisolti. Lì impara la libertà, ma anche il vuoto che ne consegue. Frequenta caffè fumosi, studia danza in una scuola che più che formare, plasma corpi secondo estetiche rigide. Ma Djuna non riesce a piegarsi: ogni passo di danza le diventa urgenza espressiva, ribellione interiore.
Michael entra nella sua vita come una visione: elegante, impenetrabile, sessualmente distante, ma spiritualmente magnetico. Djuna ne è attratta come da una melodia che non capisce ma che la domina. È il suo primo vero incontro con la bellezza intellettuale, con la tenerezza che non possiede, con l’assenza che si fa desiderio. Ma Michael è omosessuale. La loro relazione è un continuo avvicinarsi e ritirarsi, un amore fatto di contemplazione, non di consumazione. Eppure segna Djuna nel profondo, come un sogno mai toccato.
Poi arriva Paul. Giovane, inquieto, schiacciato da una famiglia rigida, in fuga da tutto. In lui Djuna cerca l’abbandono, ma trova il conflitto. È attrazione e repulsione, è corpo e rabbia, è quel tipo di uomo che non sa amare senza ferire, che annaspa nella libertà ma non sa costruirla. Con Paul, Djuna si perde e si ritrova, sperimenta la fragilità del dare troppo, dell’essere sempre una possibilità per l’altro, mai una certezza per sé.
Ma questo non è un triangolo amoroso. È una cartografia dell’animo. I rapporti non sono lineari né risolutivi: sono vortici che plasmano Djuna in modo diverso. In mezzo, c’è la danza: specchio e strumento, luogo dove la protagonista traduce il caos in gesto, il dolore in ritmo. Nin non racconta la danza come disciplina, ma come poesia del corpo, come sintesi di tutto ciò che Djuna non sa dire. Le vicende del romanzo si muovono tra le prove, le performance, le notti parigine, i litigi, gli slanci emotivi, gli abbandoni e le confessioni silenziose. Djuna cresce tra gente che ha imparato a sopravvivere senza mai guarire. Non ci sono eroi né finali definitivi. Solo esistenze che si intrecciano in cerca di senso. Ogni incontro è una ferita e un insegnamento, ogni stanza ha l’odore della solitudine e del desiderio.
Anaïs Nin scrive come si sogna: le scene si fondono tra interno e esterno, il mondo reale è costantemente invaso dal simbolico. Il corpo è il vero protagonista, e Djuna lo ascolta, lo segue, lo lascia danzare e desiderare. Nessun personaggio è monolitico: sono tutti doppi, fragili, affamati. Michael è l’etereo, Paul l’istinto, Djuna è la somma delle loro assenze. Il romanzo è una sinfonia sull’identità femminile, sul desiderio come via di conoscenza, sulla libertà come forma più sottile e spaventosa di solitudine. Djuna non vuole scegliere tra i due uomini, né tra disciplina e piacere. Vuole esistere pienamente. Vuole diventare. Ed è questo che Nin racconta: il processo di trasformazione, non l’approdo. La mutazione, non la conclusione. Parigi non è solo ambientazione. È un essere vivente. Le sue strade, le sue notti, i suoi sottoscala, sono prolungamenti emotivi dei personaggi. Montmartre è polvere e sogno, ruggine e velluto, caos e creatività.
Il titolo Figli dell’albatros è poetico ma feroce. Come i piccoli di un grande uccello che nasce per volare, ma ancora non sa come: Djuna è questo, un’aspirazione al cielo, un corpo ancora impacciato, un’anima che ha visto l’oceano ma non sa ancora come nuotarci.
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Un libro perfetto per...
A chi ama i romanzi di formazione ma non vuole storie edulcorate. A chi ha amato Fuoco e Una spia nella casa dell’amore, ma vuole un personaggio femminile più giovane, più crudo, più esposto. A chi cerca una Parigi decadente, artistica e viscerale. A chi ha conosciuto l’amore come rifugio e come inganno. A chi danza, ma anche a chi non ha mai danzato e sente il corpo gridare. A chi sa che crescere è farsi del male per imparare ad amarsi.
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Figli dell’albatros


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