- Autore: Giuliano Da Frè
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: il Mulino
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788815392213
Sconfitta ma non annientata la flotta italiana a Lissa, il 20 luglio 1866, come l’esercito di Vittorio Emanuele II, respinto a Custoza il 24 giugno precedente, tuttavia ancora intatto e più numeroso dell’avversario. Due navi corazzate perdute, una nemica seriamente danneggiata: si poteva contendere ancora all’Austria il controllo dell’Adriatico, fa presente Giuliano Da Frè in Ferro, legno e acqua salata. L’ammiraglio Tegetthoff a Lissa, saggio storico breve sulla battaglia navale infausta per il neonato Regno d’Italia (Il Mulino, giugno 2025, collana Intersezioni serie Il giorno perfetto, 256 pagine).
Dopo lo scontro nelle acque dell’isola croata, “prova difficile” affrontata combattendo comunque con valore e in qualche caso con grande perizia, le unità dell’ammiraglio Persano erano rientrate ad Ancona, in “forze tali da mantenere ancora un buon margine di superiorità sulla flotta austriaca, se la guerra fosse continuata”. Nemmeno una settimana appresso, il 26 luglio Vienna e Berlino firmarono l’armistizio, chiedendo a Napoleone III di passare il Veneto dall’Austria all’Italia, che dovette rinunciare a Trento e Trieste.
I fatti in breve. Una potente flotta italiana si riunì nell’Adriatico diretta verso l’isola di Lissa, per sbarcare una forza d’occupazione e avere la meglio sul presidio. Il 20 luglio 1866, unità imperiali al comando del contrammiraglio Wilhelm von Tegetthoff (1827–1871), giunte da Pola, affrontarono alla svelta la flotta italiana, affondando la corazzata Re d’Italia e la cannoniera Palestro, ma tornando poi verso la costa croata. Insorse prontamente a quel punto l’autoflagellazione, un vizio tutto italico (Caporetto non sarà più disastrosa di non poche sconfitte anglo-russo-francesi nel 1914-18, mai commentate però come tracolli fatali). La solita autocritica esasperata condusse a ingigantire. Nemmeno l’ammiraglio austriaco ha mai parlato di vittoria decisiva. Superato il comprensibile entusiasmo per il successo, nella prima battaglia navale manovrata tra squadre di navi corazzate, von Tegetthoff non esagerò la portata dello scontro nei rapporti ufficiali: fu esasperato motu proprio dagli italiani stessi.
Oggettivamente, la vittoria di Lissa risultò limitata, perché se allontanava minacce dall’isola, non aveva ridotto realmente la forza italiana, al di là delle due perdite. L’autore sostiene che si potevano trarre anzi lezioni utili qualora la guerra si fosse prolungata, in un Adriatico tutt’altro che dominato dalla flotta nemica. Allo stesso modo, sarebbe sbagliato insistere, all’opposto, sulla vittoria austriaca ottenuta solo grazie a due colpi a segno fortunati: uno contro il timone del Re d’Italia - nave ammiraglia da cui Persano si era trasferito sopra un battello più moderno -, l’altro contro il carbone ammassato allo scoperto sulla cannoniera corazzata Palestro e facilmente incendiato dal proietto. La realtà è che Tegetthoff aveva costruito il successo prima della battaglia, addestrando al meglio comandanti ed equipaggi, mettendo a punto tattiche che contemplavano non solo lo speronamento, ma anche la concentrazione del tiro e la mischia, per spingere contro ogni corazzata italiana un maggior numero di navi, anche di legno.
Eppure, si diceva, tanto era dalla parte tricolore. Non solo la prevalenza quantitativa di unità di ogni tipo andava a vantaggio della Marina italiana, numerosa e ben armata, sebbene carente quanto a preparazione e soprattutto coesione delle tre componenti: le flotte sarda, ex borbonica e toscana. Persano poteva contare in totale su 626 bocche da fuoco, 276 delle quali cannoni rigati quasi tutti ad avancarica, compresi 10 modernissimi Armstrong da 203 e 254 mm, oltre a 68 potenti cannoni-obici lisci da 200 mm. A questi, gli austriaci contrapponevano 522 pezzi, solo 113 dei quali rigati, meno del 22% del totale e di potenza inferiore, calibro 140 mm, più 42 cannoni-obici da 203 mm. A retrocarica e con canna rigata, se garantivano un tiro più celere, rischiavano di finire fuori uso per il blocco o il danneggiamento di otturatori ancora non perfezionati.
Giuliano da Frè chiarisce inoltre alcune leggende fiorite sulla battaglia. Si ripete da allora che l’ammiraglio austriaco comandasse in triestino il timoniere e si è sempre favoleggiato di grida “Viva San Marco”, con cui i veneti imbarcati in buon numero sulle unità austriache avrebbero salutato la vittoria sulle corazzate italiane. Per non dire dell’arcinota battuta sprezzante di Tegetthoff contro i vinti: “Uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro”.
Niente di tutto questo. Sono “fole”, invenzioni. Di recente, studiosi come Alessandro Marzo Magno e Andrea Tirondola hanno fatto luce, risalendo all’origine. La frase attribuita al giovane contrammiraglio non è inventata di sana pianta, ma totalmente diversa. In una lettera, quasi un mese prima, aveva scritto di poter mettere in linea 24 navi, di cui 6 corazzate, aggiungendo soltanto: “anche dietro murate di legno pulsano cuori di ferro”. Quanto al “Viva San Marco”, vista la germanizzazione imposta nella Marina asburgica, chi l’avesse pronunciato sarebbe finito certamente ai ferri, vittoria o meno. Lo stesso per gli ordini in dialetto, sebbene non del tutto campati per aria, data la numerosa componente triestina tra gli equipaggi della Duplice Monarchia. Qualche eccezione a bordo ci sarà stata, ma in contesti ordinari, meno drammatici e solenni.
Da Frè collabora con varie testate specializzate, con articoli e saggi soprattutto di storia navale e militare, conflitti internazionali e sviluppo delle forze armate mondiali. I contenuti della collana “Il giorno perfetto”?
Ci sono battaglie che possono essere vinte o perse soltanto in giorno preciso, quando il coraggio, la fortuna, l’abilità strategica e la capacità di guidare un esercito, una folla o una protesta si allineano nella costellazione di una vita e di un’impresa.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ferro, legno e acqua salata. L’ammiraglio Tegetthoff a Lissa
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