- Autore: Lucetta Scaraffia
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Raffaello Cortina Editore
- Anno di pubblicazione: 2026
Con Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste (Raffaello Cortina Editore, 2026), Lucetta Scaraffia propone prima di tutto una ricostruzione genealogica e storica delle sue origini, alla ricerca di una matrice ebraica che si è persa nella memoria familiare nel tempo.
L’idea della ricerca nasce da un aneddoto all’apparenza banale, una frase gettata lì dalla dermatologa di fiducia:
"Lei saprà certo che questa malattia della pelle è tipica della popolazione ebraica ashkenazita...". Un colpo al cuore.
Scaraffia coglie immediatamente nel dettaglio biografico un valore simbolico e metaforico.
Il mio corpo l’ha rivelato [l’oblio della memoria, ndr] attraverso una patologia metaforica molto interessante: i piccoli tumori si possono temporaneamente cancellare con un intervento chirurgico, ma ricompariranno sempre. In questo modo il ricordo è uscito dall’oblio.
Una patologia dermatologica, dunque. In psicosomatica la pelle ha una doppia valenza: è zona di contatto ma anche di confine, dunque fa da ponte tra noi e l’esterno ma anche da barriera protettiva.
Ecco che Lucetta Scaraffia, da paziente quale era il suo ruolo in quell’istante, sente sollecitare la storica che è in sé. Il saggio nasce da una domanda apparentemente semplice: che cosa significa essere ebrei? E fino a che punto l’ebraicità coincide con la pratica religiosa?
Il testo mette in crisi l’idea di un’identità puramente confessionale. L’essere ebrei non si esaurisce nella fede o nella partecipazione rituale, ma si estende a una dimensione storica, culturale e genealogica che può continuare ad agire anche dopo la conversione al cristianesimo o la rimozione consapevole delle proprie origini. La conversione modifica l’appartenenza religiosa, ma non cancella automaticamente la stratificazione della memoria, né interrompe la trasmissione di segni, abitudini e tracce che attraversano le generazioni.
La domanda sull’identità, zehut nella lingua ebraica, attraversa l’intero saggio. Non è una categoria puramente religiosa né una semplice appartenenza confessionale, ma un processo di riconoscimento di sé attraverso la memoria zikaron e le proprie radici shoresh. L’identità emerge così dall’intreccio fra storia personale e storia collettiva, fra ciò che si ricorda e ciò che, pur essendo stato dimenticato o rimosso, continua a vivere nelle profondità della genealogia familiare.
In questa prospettiva, Scaraffia richiama esplicitamente il pensiero di Paul Ricoeur, per il quale l’identità non è un dato statico ma una costruzione narrativa che si forma attraverso il rapporto con la memoria. Il sé, in questa visione, non è mai immediato: si racconta, si ricompone, si interpreta nel tempo. Ebrei senza saperlo si colloca precisamente su questa soglia, dove la ricostruzione del passato familiare diventa anche trasformazione del presente. Nel caso di Scaraffia, questa dimensione si radicalizza: il corpo non solo vive il presente, ma riattiva una memoria storica che precede la consapevolezza individuale.
Il saggio mostra come questa domanda sull’identità ebraica non possa essere risolta in termini puramente religiosi o giuridici. L’identità appare piuttosto come una stratificazione di livelli: biologico, culturale, storico e simbolico, che continuano a interagire anche quando uno di essi viene negato o rimosso.
Scaraffia risale ad un cognome che nel tempo è stato cambiato proprio per nascondere le scomode origini ebraiche. Nella tradizione ebraica il nome shem è legato alla manifestazione dell’essenza della persona, alla sua identità e alla sua presenza nel mondo. Il nome, anche il cognome, il nome di famiglia, che indica l’appartenenza a una stirpe, non è un’etichetta di riconoscimento esterno, ma ciò attraverso cui una persona viene chiamata, ricordata e riconosciuta. Dunque la sostituzione del nome, rimosso dalla narrazione cosciente, continua a vivere nei racconti interrotti, nei silenzi, nei segnali trasmessi tra generazioni e rimane come una traccia sotterranea nella genealogia familiare. La ricerca di Scaraffia nasce proprio da questo movimento: ritrovare ciò che era stato nascosto, restituire un nome a una storia che aveva continuato ad abitare la famiglia attraverso narrazioni fantasiose anche dopo essere stata taciuta.
È proprio qui che si innesta una possibile lettura archetipica. Se si segue la prospettiva di Carl Gustav Jung, ciò che viene rimosso dalla coscienza non scompare, ma continua ad agire sotto forma di ombra. Anche le famiglie, come le psiche individuali, sembrano produrre le proprie zone d’ombra: storie non dette, appartenenze negate, identità occultate.
In questo quadro, la figura mitologica di Lilith può aiutarci a immaginare una potente metafora simbolica. Nella tradizione ebraica e mesopotamica, Lilith è la prima donna di Adamo, poi espulsa e trasformata in figura demoniaca perché rifiuta la subordinazione. Come in molti miti patriarcali, ciò che non si integra nell’ordine simbolico viene rimosso e demonizzato. Lilith diventa così l’immagine di un femminile non addomesticato, escluso perché incompatibile con l’ordine costituito. In Ebrei senza saperlo la logica è analoga: ciò che viene espulso dalla narrazione ufficiale non cessa di esistere, ma continua a circolare come presenza latente, finché non viene riconosciuto e nominato. Non è casuale, allora, che il processo di riscoperta sia avviato da una donna. Per secoli, Lilith è stata raccontata come figura di alterità e pericolo, simbolo di un femminile indomito da contenere. Perché le scoperte portano alla luce verità, a volte anche scomode, ma necessarie a completare la propria immagine. Lucetta Scaraffia si confronta con l’ombra per comprenderla e reintegrarla nella storia.
Il saggio di Scaraffia mostra così che la memoria non è mai lineare, ma si dipana su vari livelli che comprendono il racconto, il corpo, la storia e il simbolo. Proprio qui si ravvisa il significato più profondo di zehut, la parola ebraica per "identità", che richiama zeh, "questo". L’identità è, anzitutto, la possibilità di definirsi: "Questo sono io". È il riconoscimento di un’individualità resa più consapevole dalle proprie radici. Ed è il punto d’approdo del saggio di Lucetta Scaraffia: attraverso la scoperta di un’origine ebrea, comprendere più pienamente chi si è.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ebrei senza saperlo. Memorie nascoste
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