Due donne. Passing
- Autore: Nella Larsen
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Sperling & Kupfer
- Anno di pubblicazione: 2020
Due donne. Passing di Nella Larsen viene pubblicato in Italia nel 2020 da Frassinelli., con la traduzione di Silvia Fornasiero Il termine “passing” va compreso nel contesto della forte ossessione americana per la color line, la rigida separazione tra bianchi e neri, rafforzata dalla one drop rule, secondo cui bastava una minima ascendenza nera per subire discriminazioni. Da questo nasce il fenomeno del passing, ovvero la scelta di oltrepassare la linea del colore e passare per bianchi per motivi di sicurezza e convenienza. Nel romanzo, le due protagoniste riescono, seppur in modo diverso, a essere percepite come bianche e quindi avere accesso a tutta una serie di privilegi. Tuttavia, vivere il passing in una società fortemente razzializzata comporta gravi conseguenze psicologiche, legate alla double consciousness: una doppia percezione di sé tipica dei gruppi oppressi, costretti a percepirsi attraverso lo sguardo di una società bianca e razzista e a conciliare la propria eredità nera con un contesto dominato dai valori europei. E di questo parla il romanzo, due donne, due background in qualche modo simili ma con sviluppi totalmente diversi. Larsen riesce a raccontare con grande lucidità e senza edulcorazioni cosa significhi fare esperienza di una realtà sociale imposta e, in alcuni casi, dover fingere per sopravvivere o aspirare a una condizione migliore.
Il romanzo si apre con la protagonista, Irene Redfield, che riceve una lettera da Clare Kendry, una sua vecchia conoscenza, evento che suscita in lei una sensazione immediata di pericolo e perdita di controllo. Clare incarna, infatti, l’instabilità, è una figura camaleontica e sfuggente, capace di mettere in crisi il bisogno di ordine di Irene, che ha sempre cercato di mantenere la propria vita sotto controllo. Ed è proprio Irene a permettere il ritorno di Clare, questa donna che in passato ha compiuto una scelta radicale, ossia recidere i legami con la propria comunità per passare definitivamente da bianca. La lettera di Clare, però, rivela la sua profonda dualità. Nonostante abbia costruito una nuova vita, è tormentata dal richiamo di quella precedente, un dolore riacceso proprio dall’incontro con Irene a Chicago avvenuto due anni prima:
Non puoi sapere come, in questa pallida esistenza, io continui a vedere le immagini vivide di quell’altra che un tempo credevo di essere felice di aver abbandonato […] È come un patimento, un dolore che non cessa mai […] ed è colpa tua, ‘Rene cara. Almeno in parte. Perché ora, forse, non proverei questo desiderio terribile, sfrenato, se non ti avessi rivisto quella volta a Chicago…
Attraverso un lungo flashback scopriamo che Irene aveva rincontrato Clare a Chicago, ed è significativo che, immediatamente prima del loro incontro, una persona svenga davanti a lei per il caldo. Nel romanzo le cadute assumono un valore simbolico centrale, funzionano come presagi, anticipazioni di un crollo che troverà il suo compimento nel finale. In letteratura la caduta è da sempre carica di significati metaforici, basti pensare alla caduta dall’Eden o alla figura dell’eroe che cade da cavallo come annuncio di sventura. Allo stesso modo, questo episodio prefigura la fine delle certezze di Irene, il disfacimento dell’ordine che aveva costruito e delle narrazioni rassicuranti con cui aveva dato senso alla propria vita, inclusa la progressiva frattura del suo matrimonio.
Durante il soggiorno a Chicago capiamo che Irene si spaccia per ciò che non è solo per convenienza, mai socialmente. Riesce infatti a entrare al ristorante Drayton, situato all’ultimo piano di un palazzo, dove occupa una posizione di privilegio e dall’alto osserva lo sfarzo e la città sottostante, incarnando temporaneamente uno sguardo di superiorità reso possibile dal passing. Tuttavia, l’ingresso di una donna in quel preciso momento introduce un elemento di disturbo. La sua presenza mette subito a disagio Irene e anticipa l’impatto destabilizzante che avrà nella sua vita. È Clare, che sfrutta il vantaggio di aver riconosciuto Irene senza essere a sua volta riconosciuta. Irene, convinta di essere stata smascherata da una donna bianca, teme di essere cacciata dal locale in quanto nera che passa. Dopo essersi fatta riconoscere, Clare parla della sua gioventù, una ragazza povera e abbandonata che, dopo la morte del padre e un’infanzia segnata da zie severe, ha fatto di tutto per fuggire e ricostruirsi una nuova vita, tagliando ogni legame con il passato e con le proprie radici nere. Irene non la giudica, le concede sempre il beneficio del dubbio, riconoscendole una complessità fatta di fragilità e desiderio di benessere, mettendo in discussione i pettegolezzi e le semplificazioni fatte in passato dagli altri amici della black community. Clare, al contrario, dà per scontata la vita di Irene, senza riconoscerle profondità e consistenza. Per lei Irene è rimasta intrappolata in quell’esistenza che lei ha respinto con forza, è una persona prevedibile.
Quasi costretta, Irene accetta di incontrarla al Morgan per conoscere il marito John Bellew. Anche questo secondo appuntamento si rivela però un errore. Infatti, è presente anche un’altra donna che passa per bianca, Gertrude, e che ha sposato un uomo bianco a conoscenza delle sue origini, creando per Irene una situazione di profondo disagio morale. Si vede accerchiata, isolata nella propria visione della vita e della lealtà razziale. Pur condividendo certe condizioni con le altre donne, Irene non si sente né compresa né allineata a loro. I dialoghi mettono in luce una profonda incomunicabilità e rivelano quanto Clare e Gertrude abbiano interiorizzato il suprematismo bianco, adottando un razzismo radicato verso sé stesse. Il discorso sui figli rende esplicita questa dinamica perché Clare, che passa completamente per bianca e ha sposato un uomo ignaro delle sue origini, ammette di avere una figlia ma di non volerne altri per il terrore che possano nascere con la pelle scura:
Ho paura. Sono quasi morta di terrore durante i nove mesi prima della nascita di Margery, casomai fosse nata scura di pelle. Grazie al cielo è venuta del colore giusto. Ma non correrò di nuovo questo rischio. Mai più! La tensione è davvero… davvero infernale.
In contrasto netto, emerge la figura di Irene, così orgogliosa della propria blackness, sposata con un uomo visibilmente nero e madre di figli che non potrebbero mai passare. Clare, tuttavia, sa come muoversi in queste tensioni e tenta subito di evocare una solidarietà razziale con Irene utilizzando un “noi” che è solo una facciata. Sia Clare che, più avanti, Brian, il marito, comprendono che richiamare questa appartenenza collettiva è il punto debole di Irene e può essere utilizzato come meccanismo manipolatorio che serve a silenziarla e a costringerla alla protezione degli altri, anche a costo del proprio disagio.
È in questo momento che entra in scena John Bellew, marito di Clare, il quale, convinto di trovarsi tra soli bianchi, si abbandona senza remore a insulti e slur razzisti, mostrando un odio violento e dichiarando che la moglie, un tempo “bianca come un giglio”, sta diventando sempre più scura. Irene ha questo impulso di reagire che però viene soffocato dalla consapevolezza che qualsiasi gesto insolito potrebbe mettere Clare in pericolo. Irene sceglie quindi la cautela, accettando l’umiliazione e reprimendo rabbia e indignazione. Dopo quell’episodio a Chicago passano due anni senza che Irene abbia più notizie di Clare e di John Bellew. In questo lasso di tempo Irene si colpevolizza a lungo per aver nascosto le proprie origini di fronte quell’odio razzista e per essersi lasciata manipolare da Clare. Di una cosa, però, resta certa:
Non che a Clare, Irene lo sapeva, importasse qualcosa della razza o della sorte che avrebbe incontrato. Proprio per nulla. O che nutrisse grande affetto, per non dire affetto alcuno, per coloro che vi appartenevano […] No, a Clare Kendry non importava nulla della razza. Vi apparteneva soltanto.
Viene presentato poi Brian, marito di Irene, che, come Clare, tende a semplificare e appiattire la complessità della moglie. Tutti sembrano dare Irene per scontata, una donna solida, una madre irreprensibile, sempre composta e in controllo. Nemmeno nel matrimonio trova un vero alleato. Dopo aver ascoltato il racconto dell’incontro con Clare, Brian assume un tono paternalistico, minimizzando l’esperienza razzista della moglie e riducendone la rabbia a un’esagerazione. Utilizza il “noi” per legittimare il proprio punto di vista, sostenendo che l’odio di Bellew non fosse rivolto a lei, dato che stava passando, ma agli altri neri. Ancora una volta, Irene resta sola nelle sue battaglie.
Quando Clare riesce infine a reinsinuarsi nella vita di Irene e della sua famiglia, diventa evidente fino a che punto sia disposta a usare l’amica come ponte tra due mondi che lei stessa aveva deciso di separare definitivamente. Dopo aver rinnegato per anni le proprie origini nere, Clare rivendica senza scrupoli il diritto di tornare a Harlem, dichiarando apertamente la propria nocività:
Non ti accorgi che non sono neanche un briciolo come te? Figurati: per ottenere le cose che voglio, sarei disposta a fare di tutto, a ferire chiunque, a gettare via ogni cosa. Davvero Rene, sono pericolosa.
Clare si infiltra con tale abilità nella vita di Irene da riuscire a conquistare anche Brian, che inizia a invitarla agli eventi di propria iniziativa, senza informare la moglie. È proprio durante un tentativo di confronto che Irene ha un’illuminazione improvvisa:
E quell’impercettibile raddrizzare di spalle? Non era il gesto di un uomo che si prepara a ricevere un colpo? Lo spavento fu come una lancia scarlatta di terrore scagliata verso il cuore. Clare Kendry! Era questo, allora! Impossibile. Non poteva essere.
In pochi minuti il mondo ordinato e controllato che Irene aveva costruito crolla. La percezione del tempo si altera, tutto sembra scorrere come prima, ma è solo lei a essere cambiata. Questa frattura interiore è efficacemente rappresentata poco dopo dall’immagine di una tazza che cade e si infrange in tanti frammenti bianchi. Alla frase dell’uomo che l’ha urtata: “Quanto sono stato goffo. Non dirmi che era preziosa e insostituibile”. Irene si identifica completamente con l’oggetto rotto, ormai spezzata dentro, convinta del tradimento del marito. Fingendo indifferenza, afferma di aver sempre odiato quella tazza, mentre dentro di lei il dolore è lancinante. Da qui emerge il lato più oscuro di Irene, il suo desiderio di liberarsi di Clare a qualsiasi costo. La soluzione più semplice, tuttavia, sarebbe smascherarla davanti a John Bellew. Irene però esita, e proprio questa esitazione rivela il concetto di intersezionalità:
Era intrappolata tra due lealtà, diverse, eppure uguali. Sé stessa. La propria razza. La razza! Quella cosa che la legava e la soffocava. Qualsiasi passo avesse intrapreso, o persino se fosse rimasta immobile, qualcosa sarebbe stato schiacciato. Una persona o la razza. Clare, sé stessa, o la razza. Oppure, forse, tutte e tre. Nulla, immaginava, era mai stato più completamente sardonico.
Il culmine della vicenda si raggiunge durante una festa organizzata da un’amica, Felise, alla quale è presente anche Clare. All’improvviso irrompe John Bellew, deciso allo scontro dopo aver scoperto la verità. Clare è in piedi davanti alla finestra, composta e serena, come se non percepisse il pericolo imminente o ne fosse indifferente. Il lieve sorriso che le illumina il volto, mentre la sa intera vita sta crollando, è ciò che scatena la furia di Irene. In quel momento la donna è attraversata da un terrore feroce e capisce che non può permettere che Clare venga ripudiata da Bellew e con ciò lasciarla totalmente libera. Da qui in poi la memoria di Irene si fa frammentaria. Presa da un impulso incontrollabile, si avvicina a Clare e le afferra il braccio. Un istante prima Clare è lì, viva e luminosa; quello dopo è scomparsa, precipitata nel vuoto. Ciò che conta non è stabilire se Clare sia stata spinta, se sia caduta accidentalmente o se abbia scelto di buttarsi. Il romanzo lascia volutamente aperta questa ambiguità, filtrando l’evento attraverso il punto di vista di Irene che in quel momento ha una coscienza provata, in grado solo di rimuovere un trauma senza prima elaborarlo.
La finestra assume qui un valore simbolico centrale, diventa uno spazio liminale, una soglia tra dentro e fuori, tra appartenenza e esclusione. Come le persone mixed-race del romanzo, capaci di passare ma mai di essere interamente libere di definirsi come vogliono in una società bianca e razzista, Clare vive in un equilibrio precario che non può reggere quando viene smascherato. Uscire da quello spazio liminale significa entrare in uno spazio definitivo, e per lei non esiste futuro al di fuori di quel non-luogo sospeso che è la sua vita. La morte di Clare rappresenta quindi la conclusione inevitabile di un’esistenza fondata sull’ambiguità e sulla finzione. La verità, una volta rivelata, non lascia alternative.
Due donne. Passing
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