Come non rimanere stupefatti da un titolo così privo di modestia, Come gli Irlandesi salvarono la civiltà? Fu quello che successe a me quando vidi nel 1999 in libreria questo libro scritto da Thomas Cahill (Fazi, 1997, trad. di C. McGilvray), scrittore americano di origine irlandese. Non lo acquistai, ma dopo 26 anni sentii il desiderio di leggerlo e lo presi in biblioteca. Ebbene, signori, l’ho letto fino in fondo e ne ho tratto spunto per una recensione.
Il libro racconta la storia, a mio giudizio approssimativa, di come i monaci irlandesi hanno ricopiato i testi classici e li hanno trasmessi a noi moderni. L’assunto di base è autentico: senza gli amanuensi la letteratura classica non sarebbe giunta a noi, però Cahill prende la questione troppo da lontano. Parte dall’Irlanda primitiva, terra di tribù selvagge e di eroi alla ricerca di non si sa che cosa, e dalla fine dell’impero romano d’Occidente, che pone nel 406, anno in cui il Reno ghiaccia diventando una via di passaggio per le tribù germaniche che si dirigono verso le ricche terre italiche. Cahill fa una succinta analisi della situazione dell’Impero mettendo a confronto Ausonio di Bordeaux, autore galloromano della paganità morente e cattivo scrittore, e Agostino, padre della Chiesa, che viene descritto in modo fasullo, a mio avviso, come un uomo ossessionato dal peccato e dall’ortodossia, sottovalutandone la portata culturale. Quello che ho notato dell’opera è la vena polemica verso il mondo cattolico romano, considerato ossessionato dall’ordine a confronto dell’estrosità celtica.
Dopo aver parlato della fine del mondo romano, Cahill racconta dell’isola di Smeraldo, sconosciuta ai Romani a differenza della Britannia, di come fosse abitata da un popolo di guerrieri, crudele e geniale, in cui le donne erano importanti (viene narrata la storia di Brigid), con una libertà di costumi e di movimento superiore a Roma. Si parla della regina Medb, mezza eroina e mezza dea, di Cuchulain, delle tribù celtiche libere nella loro ignoranza, senza considerare che la sedentarizzazione aveva raggiunto quei luoghi sconosciuti ai Romani e questo è un limite del saggio. Quello che mi ha lasciata perplessa nel libro è la netta contrapposizione tra mondo romano e mondo celtico, esagerandone la portata. Le più recenti ricostruzioni archeologiche hanno in realtà dimostrato la commistione dei due modelli di civiltà.
E a metà del racconto ecco nascere Patrick, schiavo celtico venduto agli Irlandesi, che porta la buona novella a questo popolo di poeti e teste calde e viene descritto come un eroe e un santo, ma mai come un mistico, e a ragione. Patrick diffonde la religione cristiana attraverso l’elaborazione dei precetti dei druidi che non vengono mai dimenticati. I monaci cristiani, dopo san Patrizio, conservano parte dell’energia pagana della religione celtica e danno alle donne un ruolo preminente (che a Roma non condividono), come le sacerdotesse. Cahill su questa cosa insiste con orgoglio, senza considerare che anche nel continente c’erano badesse influenti. Patrick civilizza i riottosi Irlandesi, ma è solo con Columciville che prende forma lo scriptorium, cioè il monastero con il laboratorio dei testi classici, nel momento in cui in Irlanda fu introdotto l’alfabeto latino, e i monaci possono conoscere la cultura romana nella sua grandezza (e non solo). La cultura pagana non viene sottoposta a censura presso gli Irlandesi, a differenza che a Roma, dove è considerata peccaminosa e priva di morale, cosa a mio giudizio non vera.
Monaci volenterosi cominciano a fondare abbazie e a trasportare codici miniati in molti luoghi, creando una forma particolare di latino, il latino isperico, fatto di parole inventate e simboli; un contributo, secondo Cahill, del genio irlandese. A livello grafico nasce l’arte della miniatura come testimonia il Libro di Kells, e Colunciville trasmette a Colombano, suo allievo prediletto, il proprio mandato di evangelizzazione. San Colombano viaggia attraverso l’Europa fondando in Francia e in Italia grandi scriptoria come il famoso monastero di Bobbio, noto per la sua attività culturale nell’Alto Medioevo. Anche in questo caso Cahill sottovaluta l’azione dei pontefici come Gregorio Magno e fa di Colombano un eroe solitario, che prosegue la sua opera a dispetto di Roma. E non è così: san Colombano è stato un grande, ma senza l’apparato papale difficilmente avrebbe portato a termine la sua missione di evangelizzazione.
E alla fine del libro si parla del rapporto di Carlomagno con gli Irlandesi, che non è stato dei migliori in quanto l’imperatore franco mal sopportava personaggi riottosi, anche se colti, come Scoto Eriugena, il primo filosofo occidentale (che esagerazione) di matrice irlandese. I Vichinghi non hanno merito secondo l’autore (e a ragione) perché non fanno che distruggere quel poco che rimaneva della civiltà classica se non fosse che i monaci irlandesi avevano messo in salvo tutto quanto. Siamo nell’XI, secolo alle soglie del Basso Medioevo.
Ricapitolando, il libro di Thomas Cahill ha uno stile divulgativo e facile, ma uno spirito troppo polemico e teso a dimostrare il vigoroso influsso della civiltà irlandese nel medioevo e, a mio giudizio, ciò non rende giustizia ai molti popoli che nel continente europeo, nella stessa epoca, salvarono il mondo classico. Tutti quanti meritano attenzione. Detto questo, ritengo che Come gli Irlandesi salvarono la civiltà dia un’immagine nuova, seppur parziale, di un’epoca che nel 1999 (a differenza di oggi) era poco studiata. Lettura ancora piacevole, pur con qualche riserva.
- Autore: Thomas Cahill
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Fazi
- ISBN: 9788881120543
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Come gli Irlandesi salvarono la civiltà
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