- Autore: Dmitrij Danilov
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Voland
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788862436120
Una prigione dorata è pur sempre una prigione, figurarsi se preposta a “braccio della morte”. Nella Russia ecumenica di Ciao, Saša! (Dmitrij Danilov, Voland, 2025, traduzione di Valentina Colafati) dove l’apparato detentivo si regge assecondando criteri di apparente e stucchevole umanità, uno stimato professore universitario è condannato alla pena capitale per una relazione intima intrapresa con un’allieva minorenne. Il malcapitato si chiama, in breve, Serëža e, a pagina 92 del romanzo, descrive a beneficio dei followers (a beneficio di chi altri, se no?) la propria condizione di “morto che cammina” in una società fondata su un’ossimorica Umanizzazione Forzata:
Ciao a tutti. Sono sempre in carcere. Sono stato condannato a morte. Ogni giorno devo fare una passeggiata per un corridoio. Al soffitto di quello stesso corridoio è appesa una mitragliatrice che un bel giorno (nessuno sa quando di preciso) mi sparerà. Sono un filologo, un professore universitario. Sono stato condannato alla pena capitale per essere entrato in intimità con una ragazza non ancora ventunenne. La nostra era una relazione consensuale. Vivo in condizioni piuttosto confortevoli, nella camera singola di un normalissimo albergo. Ma potrebbero fucilarmi da un giorno all’altro. Potrebbero fucilarmi da un giorno all’altro. Potrebbero fucilarmi fa un giorno all’altro.
Se vi piacciono i romanzi attestati sul terreno infido della trans-medialità, i romanzi dai sotto-testi grondanti humor nero, critica sociale e speculazioni ontologiche inapparenti come il più insalubre degli hamburger di McDonalds, Ciao, Saša! è il romanzo che fa per voi. Anche se amate essere disorientati, blanditi, quindi tirati ancora per la collottola all’interno di un incubo para-kafkiano nel quale - dato il trend attuale - potrebbe precipitare chiunque, Ciao, Saša! è il romanzo che fa per voi. Un romanzo a metà strada tra il Beckett più surreale e il solenne L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo: forte del lascia passare distopico, Dmitrij Danilov fa a fette il presente alienato e il domani plausibile delle società omologate del millennio globalista. Detta in altro modo: Dmitrij Danilov utilizza il paradosso come cavallo di troia per attentare al sinolo contemporaneo (materia e forme) della relazionalità disumanizzata a beneficio del Potere.
Nessuno scampa al regolamento di conti ordito da Dmitrij Danilov attraverso perfidie al veleno. Non scampa un Sistema paternalista fin quasi al ridicolo, che se da un lato sorvola su reati contro la persona quali stupro e omicidio, dall’altro rintroduce la condanna a morte per violazioni di natura morale, quali il tradimento e la corruzione. All’affilato arco semantico di Danilov non scampa nemmeno la pletora di figure interagenti (ma lo sono davvero?) col protagonista. Di stazione in stazione egotiche, pretesche, anaffettive, ridicole, alienate, (moglie, madre, rettore universitario, direttore del carcere, questurini, psicologa, rappresentanti delle religioni russe), inidonee a comprendere l’angoscia che a Serëža causa l’attesa della propria morte, peraltro per ingiusta causa. Il condannato trascorre le ore in uno stato di straniamento progressivo, dalla paura paralizzante delle prime passeggiate lungo il corridoio alla familiarità instaurata con l’arma (la chiamerà Saša) che prima o poi lo colpirà alle spalle, fino alla sfida, quindi all’indifferenza sviluppata verso la mitragliatrice, col trascorrere godotiano dei suoi giorni da morto-vivo. Dentro e fuori la sua prigione somigliante, per contrappasso ontologico, a un albergo. Che sia l’invisibilità, in ultima analisi, la pena effettiva a cui il Sistema ha condannato Serëža?
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Ciao, Saša!
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