- Autore: Georges Simenon
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
La pioggia è forte e battente sul telone del furgone dove fuggono due giovani, protagonisti del romanzo di Georges Simenon Cargo (Adelphi, 2006, trad. di Marco Bevilacqua): Charlotte aveva ucciso un uomo e Jef la seguiva senza neanche sapere perché, forse la ama o forse ne è soggiogato, un po’ come tutti gli uomini che la ragazza parigina incontrerà durante il viaggio. L’odore delle aringhe è nauseabondo, occorre trovare una via di fuga e accettare quella modalità di Charlotte di usare gli altri per i propri scopi, che a volte somiglia al capriccio e a volte alla sopravvivenza.
Sul Cargo dove si imbarcano a Dieppe, e dove Jef Mittel lavorerà come fochista, il caldo è asfissiante, e il ponte trasuda acqua di mare e sudore umano, odore di pesce, il puzzo dell’olio stantio, ordini a uomini che si adoperano al mestiere. La nave va verso una regione lontana, porto di passaggio tra due oceani, con il suo carico di armi che non verrà mai usato per una rivoluzione che nel frattempo è fallita. Durante il lungo corso Charlotte diventa l’amante del Capitano Mopps mentre Jef nutre per lo stesso gelosia mista ad ammirazione o gratitudine: non conservava ricordi del padre, morto suicida in carcere quando lui aveva solo due anni, se non l’aurea di una fama di eroe anarchico che gravava da sempre come un’ombra nefasta su di lui. Forse in Mopps vede quel padre che non ha mai avuto, oppure l’ordine e la forma che va cercando da sempre la trova per la prima vola in mezzo a quei marinai che, agli ordini di Mopps, Jef percepisce come una squadra di cui è parte. All’arrivo a Panama, Charlotte viene chiusa in un anfratto della nave, vicino alle caldaie: è soffocante, c’entra a malapena un corpo, già fuori le temperature sono altissime, ci si domanda come fa e se da un momento all’altro possa morirci là dentro. Eppure, la ragazza accetta, sa che il rischio che venga arrestata perché ricercata per omicidio è più forte. È sopravvivenza.
Da Panama, grazie a Mopps che intercede con la polizia locale, corrotta ovviamente, i due giovani accettano di andare in una miniera d’oro nella foresta colombiana; Jef lavorerà come contabile, Charlotte magari farà un figlio… peccato che il posto è un incubo, una specie di prigione a cielo aperto tra le mangrovie, dove la lotta è quotidiana contro la pioggia, i topi, le malattie e la morte. La pazzia di Plumier, il geologo belga che da anni lavora nella miniera, con cui entra in contatto Jef, gli fa conoscere le imprevedibili vie della follia, conseguenza dell’impotenza. Charlotte rimane incinta, e Jef la cura guarendola da un tifo che per miracolo non ha ucciso madre e feto. È forte la ragazza, sembra superare tutto d’istinto: così come vive di getto, senza pensieri, senza regole, così nello stesso modo sopravvive, rifiutando la morte. Accade l’assurdo che poi tanto assurdo non è, se la follia non è follia ma visione lucida delle cose in un luogo dove la vita umana ha un valore bassissimo.
Tornati a Buenaventura il bambino nasce, ma chi offre loro ospitalità e lavoro continua a essere quella feccia di umani che Jef ha imparato a conoscere in quei luoghi inconcepibili, dove tutto è sfruttamento e uso e malaffare, annaffiato da fiumi di alcool e dalla presenza passiva di indigeni che fanno da fondale. Un giorno riceve una lettera dal Capitano Mopps: è un invito a raggiungerlo a Tahiti dove dice di essersi stabilito, dopo aver venduto il cargo. È così che Tahiti diventa ossessione per Jef, tanto da riuscire, quasi per gioco, a farsi imbarcare, lui Charlotte e il bambino, senza pagare su un prestigioso yacht che li porta a destinazione.
Dopo l’inferno della miniera sul fiume e il purgatorio di Buenaventura, ecco che Jef pensa di aver raggiunto il paradiso, e Tahiti alla vista paradiso lo è, se non fosse che la gelosia e l’affetto verso Mopps, quel sentimento contrastante, e la continua deriva verso il basso di Charlotte lo portano vicino a quella follia che aveva già saggiato nella foresta colombiana. Jef aveva solo ventidue anni quando era partito dalla Francia, e nei pochi mesi di fuga, un anno o forse due, aveva attraversato un mondo sconosciuto dove era diventato padre; pur conoscendo il peggio dell’umanità, era riuscito a conservare un’indole pura ed elevata, mosso da un amore paterno che prevaricava il possesso, ma era tuttavia consapevole di non riuscire più a fuggire in quanto incapace di gestire ancora tutto quel disordine. Mentre Charlotte sopravvive come ha sempre fatto, l’innocenza innata di Jef, come in uno specchio di anime, viene riconosciuta da Tita, l’angelo tahitiano con cui intreccerà le mani come ali.
Il viaggio per mare in luoghi distanti e sconosciuti si fa triste metafora di un viaggio interiore nei meandri oscuri della psiche umana; sembra che l’autore – appena trentenne - abbia raccolto nel romanzo la sue esperienze di viaggio fatte negli anni ’30 in Sud America e Polinesia, e se tanto bene ha conosciuto quei luoghi e quello che in quei luoghi accadeva per mano dei colonizzatori, altrettanto conosceva l’animo umano, nel bene e nel male.
La narrazione è così perfetta che ci si perde dentro, e le sensazioni che si innestano sono profondamente conoscibili, sebbene nulla della storia narrata possa riscontrarsi nella normalità delle esistenze comuni - quanto è fuori dall’ordinario, una storia del genere -; il filo che tiene sospeso il lettore durante tutta la storia, così ben narrata dalla psicologia dei personaggi, non è che il riconoscimento innato della fragilità, dell’innocenza, che a contatto con il male soccombe, così come nei secoli le colonizzazioni hanno sopraffatto i popoli più deboli attraverso un uso della forza che era loro sconosciuto.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Cargo
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