- Autore: Giacomo Bottà
- Genere: Musica
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Nottetempo
- Anno di pubblicazione: 2026
Se la nostalgia è canaglia (Albano docet), di cosa si sostanzia la canagliesca nostalgia suscitata dai CCCP di Ferretti e Zamboni? Cosa la connota al punto da rendere la loro reunion (2023-2025) evento trasversale a libri, mostre, dischi, ristampe, tour consacrati? Cosa fa sì che CCCP si offra ancora come brand coram populo, resistente persino alle conversioni di Ferretti e ai libri e ai dischi in proprio di Zamboni? Enumero: l’aura ostalgica esibita in live devozionali per la "smantellata" Repubblica Democratica Tedesca? La eco ideologica transitata dal no futur al punk-filosovietico? In tempi di monolitismo liberista, tira ancora il rimpianto per il dissolto Patto di Varsavia ("Live in Mosca, live in Budapest, live in Varsavia / Live in Sofia, live in Praga, live in Pankow / Haupstadt der DDR”). E Juri continua a sparare - a “sperare” temo non più - in zona ucraina.
Ma basta il passatismo a spiegare, da solo, la fenomenologia CCCP? L’interrogativo è pleonastico. Bisogna per ciò sistematizzare il culto per la resuscitata band di Ferretti & Zamboni secondo tre rilievi ulteriori. Il primo sta nel refrain di una loro canzone-manifesto (CCCP, 1984): “Pravda, Pravda, Rudé Pravo, Trybuna Ludu, KGB […] altroché nuovo / Fedeli alla linea, la linea non c’è”. Si tratta di un punto nodale: i CCCP si attestano disallineati al crocevia di SSSR e balere emiliane. Di anarchismo e ortodossia. Mishima (destra) e Majakovskij (sinistra). Non vanno quindi presi alla lettera: i CCCP fanno di metamorfismo e incoerenza impronte funzionali. Buone per tutti. Per quelli che credono che Ferretti & Zamboni ci sono e quelli che, invece, credono ci facciano. La seconda possibile chiave decifrativa del mitismo CCCP risiede nella scrittura libero-associativa (in apparenza) di Ferretti. Quanto di più sui generis e provocatorio possa rintracciarsi in ambito autoriale. I testi di Ferretti si declinano ipnotici per strappi, slogan, denunce, diktat, citazioni, salmodie, aforismi. Una dialettica da tazebao di facile assimilazione e conseguente sdoganatura in forma tormentone (“lavora, consuma, crepa”, “Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia / Voglio un piano quinquennale, la stabilità”). In altre parole: “stati di alterazione” funzionali a stati progressivi di disalienazione. Il terzo e ultimo aspetto riguarda infine la messa in scena. Qualcosa di ulteriormente dialettico, ai bivi di teatro dell’assurdo, situazionismo, provocazione rock, e realismo socialista. Ferretti che declama da invasato (oggi meno). Zamboni che grattugia la chitarra, imbevuto di epos resistenziale e rasoiate punk. Annarella Benemerita Soubrette che seduce algida con recitativi retaggio soviet. L’artista del popolo Danilo Fatur che deambula random, tra il militaresco e il disorientato. Sul palco funziona. E rende singolari gli spettacoli della band, happening di apollineo russo e dionisiaco emiliano coniugati sopra le righe. La fortuna dei CCCP sta quindi nel loro unicum. Una tautologia punk dadaista all’abbrivio di memorabilia DDR-SSSR, fede, contraddizioni mirate al messaggio, sale da ballo “un po’ più che di merda”. Inoltre pasolinismi, e critica capitalista affatto da sottovalutare.
Affinità-divergenze (in esteso Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi) è un album topico del novecentottantasei. L’album che attesta i CCCP come fenomeno sociale - più ancora che musicale - fra i più magnetici, oscuri e radicali del periodo. Scaturigine dell’humus emiliano-berlinese, il primo 33 giri dei CCCP è epitome sui generis di tempi di passaggio. E per questo insofferenti. Smarriti. Segnati da svilimento ideale, disorientamenti, ubriacature, crisi del pensiero e generazionali. Nel suo saggio narrativo CCCP, Affinità e divergenze. Suoni, mappe e territori (Nottetempo, 2026), Giacomo Bottà descrive Affinità e divergenze come album-coagulo di istanze geografiche e ideali. Un album apolide e localista insieme, concettuale e dissacrante al contempo. Un album, in special modo, anti-imperialista (il rifiuto dell’inglese come segnale oppositivo all’americanismo dilagante) e ostalgico. In quanto rivendicativo di una modernità antitetica a quella tracciata dalle mappe merceologiche e di mercato.
L’Emilia e l’Unione Sovietica sono i due principali poli spaziali della territorializzazione immaginaria e affettiva dei CCCP, mentre il punk e la musica melodica sono i loro equivalenti sonori, entrambi inconciliabili e paradossali. Non a caso, tutti i membri della band continuano a vivere in Emilia Romagna.
La stravaganza è voluta, provocatoriamente consustanziale alla filosofia CCCP. Intrinseca alla genetica di una band antesignana senza antesignani. Prodotto spurio di pellegrinaggi tedeschi (Germania dell’Ovest, a dispetto del filosovietismo declamato) e ritorni nell’alveo agricolo della cascina di Fellegara. Di andata e ritorni fra centri sociali, controcultura europea, memorabilia militaresca sovietica e tradizione popolare emiliana. In CCCP, Affinità e divergenze, Giacomo Bottà non perde per strada nulla di tutto ciò, addentrandosi fra gli imprinting teorico-formali-contestuali-politico-musicali del gruppo. Compresi quelli ideologico-resistenziali, ovviamente.
I CCCP costruiscono una resistenza sonora alla globalizzazione affidandosi alla modernità come esperienza transeuropea. La band si rifiuta di usare l’inglese e persino la parola ‘remixed’ è italianizzata in ‘remiscelata’. L’italianizzazione delle parole straniere di uso comune era stata adottata l’ultima volta durante la dittatura fascista e sicuramente la band ne è consapevole. Tuttavia, spiegano questa pratica nei manifesti allegati ai primi EP e nelle interviste, come una posizione antimperialista, ispirata dalle band della New Deutsche Welle che hanno visto a Berlino usare esclusivamente il tedesco.
Ed è indubbio che come CCCP solo CCCP: Fedeli alla linea, ma la linea qual è? Ancora Bottà, nella stessa pagina:
I CCCP rifiutano le influenze anglo-americane e si affidano all’Europa come a un progetto culturale moderno, geopoliticamente diviso in due, ma ancora vivo. Guardare all’oriente nelle sue varie manifestazioni è usato retoricamente come antitodo all’imperialismo cultuale statunitense, che imponeva una visione ideologica consumistica attraverso programmi televisivi, spot pubblicitari, popular culture ed estetica postmoderna.
I pochi scampati all’ottundimento mentale lo ricordano bene il primo palesarsi delle truppe d’invasione pubblicitaria attraverso l’interruzione periodica di film, partite di calcio, trasmissioni televisive. Queste ultime - peraltro - già reificate in retrobottega di opinionismo volgare, risate e applausi finti, e velinismo sessista.
Ultima citazione dall’ottimo lavoro di Bottà:
“Affinità e divergenze” funziona allora come un catalogo di mondi possibili e di modalità alternative di leggere la realtà, dimostrando che i corpi spesso nudi e sudati di Annarella e Fatur possono convivere con le macchine, il liscio con il dark e i metallofoni con le chitarre distorte, che si possono suonare melodie col basso e che i testi possono essere profondi tanto cantati quanto urlati. Il disco racconta di territori vasti, dove l’Emilia non è una provincia, ma un mondo intero; e dove una band può rispondere a ‘dove volete arrivare?’, una domanda ‘postmoderna’ fatta da Pier Vittorio Tondelli, in un’intervista uscita sull’Espresso del 18 novembre 1984, con un sarcastico e moderno: ‘In Cina, attraverso la Siberia’.
Rispetto al mero saggio musicale, il libro ha diversi valori aggiunti, primo fra tutti lo sguardo lato annoverante la storia del periodo. E la trans-medialità implicita alle traiettorie di un gruppo punk filosovietico riuscito nell’impresa di imporsi come archetipo pur non volendolo. Soprattutto capace di anticipare i prodromi delle contraddizioni occidentali, pur non trascurando il ballo e il melodismo emiliano. A un certo punto della storia, siamo saliti tutti sul Titanic del Capitale prossimo ad affondare.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: CCCP, Affinità e divergenze. Suoni, mappe e territori
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