Che il Canzoniere di Umberto Saba (1883-1957) sia in debito con la psicanalisi freudiana lo dimostra la sezione “Il piccolo Berto”, a partire dalla dedica a Edoardo Weiss, l’allievo diretto di Freud che lo ebbe in cura dal 1929 al 1931, prima a Trieste e poi a Roma, nel triennio coincidente con la stesura dei testi qui raccolti.
Inserito nel secondo volume del Canzoniere corrispondente grosso modo alla maturità del poeta, “Il piccolo Berto” è un gruppo di sedici testi centrati sulla rivisitazione dell’infanzia, per trovare le radici dell’angoscia esistenziale, di quella nevrosi ossessiva che lo accompagnerà tutta la vita. In un certo senso "Il piccolo Berto" rappresenta la rinascita regressiva del Saba bambino, ritratto nel tentativo di scoprire, negli avvenimenti della prima infanzia, le cause e le ragioni dei dissidi che dilaniano il suo animo adulto. I meccanismi tipici dell’inconscio consentiranno di mettere in relazione immagini e realtà, nonché figure soprattutto femminili solo apparentemente slegate tra loro.
Esplorare l’infanzia - intesa come luogo di conflitti, strappi, nodi irrisolti -, per capire la nostra identità psicologica non è forse un caposaldo freudiano?
Il componimento più intenso di questa sezione è Berto, un poemetto narrativo che mette in scena l’incontro tra il poeta prossimo alla cinquantina e il se stesso bambino, nel segno di promesse mancate, attese non corrisposte, incomunicabilità con il passato. Una vera e propria psicanalisi poetica generata dal bisogno di consapevolezza, laddove l’affiorare del ricordo si fa più sofferto. Saba riuscirà a liberarsi dal piccolo Berto e dalla scissione tra le pulsioni antitetiche che costellano il Canzoniere?
“Berto”: testo della poesia
Timidamente mi si fece accanto,
con infantile goffaggine, in una
delle mie ore più beate e meste.
Calze portava di color celeste;
quasi un muto rimprovero gli errava
negli occhi. Una dolcezza al cor m’inferse,
grande, che poco più, credo, sarei
morto od un grido avrei gettato. «Dammi
– pregai – la tua manina.» Obbediente
egli la mise nelle mie. Ed a lungo
ci guardammo in silenzio; oh, così a lungo
che il tempo, come in una fiaba, a noi
non esisteva. Senza voce: «Berto
– gli dissi al fine – non sai quanto t’amo.
Io che me stesso oggi non amo, privo
del tuo pensiero vivere non posso.»
Ma non pareva quanto me commosso;
anzi tolse alle mie mani la sua,
ai miei occhi i suoi occhi. «Ho tante cose,
bambino che vorrei chiedere a te.»
Quasi atterrito si ritrasse, e in se
stesso di rientrar desideroso.
«Berto – gli dissi – non aver paura.
Io ti parlo così, sai, ma non oso,
o appena, interrogarti. Non sei tu,
tornato all’improvviso, il mio tesoro
nascosto? Ed io non porto oggi il tuo nome?»
«Non hai – rispose -; ed un sorriso come
disincantato gli corse sul volto –
non hai lì al petto la catena d’oro,
con l’orologio che mi fu promesso
un giorno?» – «Più non usa, bimbo, adesso.
Ed il solo orologio che mi piace
ha colonnine d’alabastro, in cima
genietti che giocan con l’alloro;
è fermo a un’ora per sempre.» Egli volse
a quello la gentil testina, e rise;
poi la sua mano nella mia rimise,
mi guardò in volto. «Ed io ricordo – disse –
uno ancor più antico.» – «Ed io ricordo
l’amor che in collo ti tenne, e i tuoi passi
guidava ai verdi giardini, l’amore
che ti fece – e lo sai quanto – beato.»
«Ed in guerra – rispose – ci sei stato?
Hai ucciso un nemico?» – «E sei tu Berto,
tu che mi fai queste domande? Or come
non parli invece a me della tua mamma,
che nel giorno che a noi fu così atroce,
per solo averti lei sola, all’amore
di cui tre anni vivevi, ti tolse?»
«La mamma che alla mia Peppa mi tolse
è morta?» – «Sì. Morì fra le mie braccia,
e di morir fu lieta. Ma prima
del tuo volto rivide ella una traccia
nella mia figliolina. Invece vive,
vive sì la tua balia, e quanto bene
ti vuole ancora! Se un bambino vede
che a te un poco assomigli, ecco che in collo
lo prende, al seno se lo stringe, dice
quelle parole che diceva a te,
tanti e tanti anni or sono. È viva ancora,
io te lo giuro; ma mutata è molto,
molto mutata d’allora… Perché,
Berto, in volto t’oscuri? Parla.» – «Io sono
– rispose – un morto. Non toccarmi più.»
Poemetto di 65 endecasillabi sciolti che danno una cadenza narrativa con numerose rime sparse a maggioranza baciate.
“Berto”: parafrasi e riassunto della poesia
Il fantasma di me bambino (il piccolo Berto) mi si avvicinò, timido, con goffaggine infantile in uno dei momenti più bui della mia esistenza. Indossava calze azzurre e negli occhi aveva quasi un’espressione di rimprovero. Mi colpì con una dolcezza così intensa da uccidermi o da farmi urlare. Su mia richiesta mi diede obbediente la mano e ci guardammo in silenzio così a lungo da perdere la cognizione del tempo. Con un filo di voce gli dissi: "Berto, non sai quanto ti voglio bene, non posso vivere senza il tuo ricordo, ora che odio me stesso". Ma non pareva commosso quanto me, al punto che tolse la mano e distolse lo sguardo per dire: "Vorrei chiederti tante cose, io che sono solo un bambino". E si tirò indietro impaurito. Cercai di rassicurarlo e lui rispose con lucidità che non indossavo l’orologio con la catena d’oro che gli avevo promesso. Feci presente che quell’orologio era passato di moda e che mi piaceva un modello ornamentale decorato con puttini e foglie di alloro, fermo alla stessa ora. Il bambino allora mise di nuovo la sua mano nella mia e guardandomi negli occhi disse che ricordava la balia che mi insegnò a camminare e mi rese felice. E chiese se in guerra avessi ucciso il nemico. Allora io lo sollecitai a parlare del giorno terribile in cui la mamma lo strappò dalle braccia della balia con cui aveva vissuto fino all’età di tre anni. Al che il piccolo Berto domandò se la mamma fosse morta. Io risposi affermativamente che morì serena tra le mie braccia; che fece in tempo a ravvisare le fattezze di lui bambino in quelle della nipote Linuccia, mia figlia; che la balia era ancora viva, benché invecchiata, e continuava a voler bene al piccolo Berto. Al punto che quando vede un bimbo a lui simile, se lo stringe al petto per sussurrargli le stesse parole indirizzate un tempo a lui.
In chiusura il volto del bimbo (il piccolo Berto) si rabbuia, pronuncia una frase lapidaria: "Sono morto. Non toccarmi più".
“Berto”: il dialogo fra l’adulto e il bambino
Il dialogo immaginario e muto tra Saba adulto e il sé bambino è condannato all’asimmetria e all’incomunicabilità. Il bambino interiore è incuriosito dal futuro dell’adulto (che è il suo). L’adulto ricorda il passato legato alla mamma e alla balia. Da qui lo scontro tra chi è teso al passato e chi è teso al futuro, in uno sdoppiamento fantasmatico dell’io. Vediamo in dettaglio perché:
- il bambino non è contento di essere stato rievocato; non condivide i sentimenti dell’adulto profondamente commosso che - odiando il suo presente -, si aggrappa all’infanzia come isola edenica di serenità e affetto;
- il bambino sulle prime ha paura: fare i conti con la verità costa;
- l’orologio d’oro rappresenta l’inganno di chi non ha mantenuto la promessa; l’orologio ornamentale, una specie di pendolo, allude alla gloria poetica di Saba adulto. Il fatto che segni la stessa ora significa che dopo essere stato sottratto alla balia, il poeta non è riuscito ad andare avanti, a superare il trauma del distacco. Ma c’è di più, perché le domande del piccolo Berto, in quanto divergenti rispetto all’argomento, diventano interrogativi cui il poeta non sa rispondere, come per esempio quella sulla guerra;
- il poeta riporta il discorso su ferite aperte che continuano ad angosciarlo: il distacco dalla balia Peppa imposto dalla madre, la morte di questa, il pensiero affettuoso della balia avanti negli anni che certo non lo ha dimenticato.
In una chiusura lapidaria e terribile, il bambino interiore dichiara di essere morto ed esprime il desiderio di non essere più avvicinato. I conti con l’infanzia per Umberto Saba non si chiuderanno mai.
La ricerca di una dimensione infantile è lontana dal fanciullino pascoliano. Infatti per il poeta triestino la poesia mette in scena desideri e tensioni che riconoscono nell’infanzia il loro imprinting di sofferenza. A differenza di Pascoli, Saba non valorizza infanzia e adolescenza in chiave semplicemente affettiva, ma psicanalitica per comprendere se stesso. Per questo motivo il tema dell’infanzia si presenta come dolorosa necessità.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Berto”, il poemetto in cui Umberto Saba dialoga con se stesso bambino
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