Ann d’Inghilterra
- Autore: Julia Deck
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Adelphi
- Anno di pubblicazione: 2025
Qualcuno ci pensa e qualcuno no. Io ci penso da trent’anni. Cerco di prepararmi. Provo a figurarmelo, a immaginare le circostanze in cui si compirà l’inevitabile, quasi che considerandolo da tutti i punti di vista si potesse migliorare il peggio, o anche solo sopravvivervi. […] È qui, è adesso. È aprile. È la sera del primo turno delle presidenziali. […] È oggi, è adesso. È l’istante che a forza di temere ho perversamente desiderato per sapere se alla fine, un giorno, sarebbe arrivato, e quando, e come, e che ne sarebbe stato di me poi, se avrei ceduto al terrore e mi sarei buttata dal balcone del nono piano, oppure se, al contrario, sarei venuta a stare in quella casa per non abbandonare mai più l’involucro di mia madre.
È con queste parole, con questa sintassi al cardiopalma che sposta sempre un po’ più in là l’evento, la cosa, la molla scatenante della scrittura e del racconto, che si apre il più recente dei libri della scrittrice francese Julia Deck, Ann d’Inghilterra, vincitore del prestigioso Prix Médicis 2024 e giunto quest’anno nel catalogo Adelphi, con la traduzione di Yasmina Mélaouah.
Dietro a un titolo così succinto e diretto da far pensare alla corposa biografia di una qualche regina inglese, la Deck intesse la storia della madre, Ann, partendo dal giorno in cui, nell’aprile del 2022, rientrando nell’appartamento dove l’anziana donna abita, non distante dalla maestosa biblioteca nazionale della capitale intitolata al presidente della Repubblica Mitterand, l’autrice la ritrova riversa per terra, priva di sensi. Lo spettacolo raccapricciante e temuto da almeno un trentennio si tinge ancora più di nero quando, qualche ora dopo, Julia Deck scopre che la madre ha passato in quella posizione, vittima di un incidente cerebrale, le ultime, lunghissime, interminabili ventotto ore. Subito la chiamata ai pompieri, i primi soccorsi e l’ambulanza che conduce la donna in ospedale.
Tutti i capitoli dispari del volume sono così dedicati alla lunga trafila che la madre dell’autrice e l’autrice stessa saranno costrette a intraprendere in seguito all’incidente. Appuntamenti fra case di riposo e medici, mensilità per camere, trasferimenti, visite, solitudini, allontanamenti più o meno forzati, esercizi di recupero e lievissimi miglioramenti scandiscono l’angoscia e i bui pensieri di chi deve far fronte a un corpo che cede, che si avvicina al baratro, ancor più se quest’ultimo è il corpo materno. Nei capitoli pari, invece, Julia Deck tesse la storia della madre, una biografia non esente da un’ironia tutta british che scandaglia il vissuto della donna, nata in Inghilterra nella seconda metà degli anni Trenta e che, percorrendo un lungo percorso di autoaffermazione, sceglierà la Francia come paese d’adozione. Ascesa e declino della villa natale, Billingham, conflitti mondiali, università prestigiose sulle due coste della Manica, il governo Thatcher e le presidenze francesi fanno da sfondo a un iter di vita peculiare, pieno di inciampi e successi, amori e delusioni, tutto intrecciato alla letteratura e alle letture, che man mano che procede giungerà, nelle ultimissime pagine del libro, fino al tragico incidente, fondendo insieme i due filoni narrativi. Una biografia non esente certo dal prezioso punto di vista della figlia; l’Ann che emerge da questa narrazione è sì una donna ben specifica con le proprie caratteristiche, un individuo singolo, ma è soprattutto la figura materna, spesso inscindibile ma altrettanto spesso contrapposta in un gioco di specchi leggermente deformanti alla figlia scrittrice. Ed è soprattutto quell’inglese che dà il titolo all’opera, quell’estranea ben conosciuta, quell’eterna ‘altro’. Come scrive la Deck, prendendo in prestito la lingua doppiamente materna:
L’inglese ha due parole per dire straniero: “foreigner”, chi viene da un altro paese, e “stranger”, chi viene dall’esterno. Da bambina mi spiegavo la stranezza di mia madre con la confusione del francese, il fatto che mia madre fosse straniera. Il passaggio all’inglese, quando avevo sedici anni, non ci ha avvicinate. Mia madre viene dall’esterno, straniera alla figlia, al marito, agli amici, alla famiglia in Inghilterra. A dispetto di tutte le informazioni che posseggo, rimane la persona più opaca che io conosca. Mi interrogo sulla madre di Alice. In realtà, quella sconosciuta è la mia.
Se non bastasse, infatti, l’olimpica doppia impresa di sondare il passato della donna che l’ha messa al mondo e di descriverne l’indicibile declino psicomotorio che le stritola il cuore in una morsa di colpevolezza e dolore, Julia Deck riesce inoltre, seguendo la sua vena narrativa che l’ha fatta esplodere nel mondo letterario francese fin dal suo esordio, a dare a questa duplice narrazione anche un aspetto investigativo, misterioso. Non c’è infatti indagine romanzesca sulla propria famiglia che non spinga scrittori e scrittrici a dover affrontare, quasi fosse un imperativo filosofico e stilistico insieme, i non detti e i punti ciechi dei propri genitori; anche in questo caso, una sorta di frase fantasma, di ipotesi sfuggente che ha messo radici nel passato della donna infesta l’animo della scrittrice la quale, pur tentando di mettere a tacere la voce infernale nella propria testa, non può fare a meno di tracciarne con l’inchiostro l’eco martellante. Cosa nasconde quest’inglese venuta in Francia, cosa si cela dietro i passaggi mancanti dei suoi diari di gioventù? E può forse la scrittura, la ricerca di una qualche verità, gettare luce su questi angoli in ombra?
Storia di una donna, la madre, di un’altra donna, la scrittrice (fatta di debolezze e pagine scritte, in egual misura), e ancora di tutta una serie di donne di corollario, Ann d’Inghilterra è una poderosa indagine sul vissuto, sul femminile, sul coraggio e sul passato, condotta in uno stile delicato e incisivo; un’opera sui sensi di colpa e sulla ricerca di punti di contatto, insieme intensa e coraggiosa.
Ann d'Inghilterra
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