Recensioni di libri

“Motel life” di Willy Vlautin

Jimenez, 2020 - Con una scrittura puntualissima, che incrocia Carver e le migliori espressioni del minimalismo americano, il romanzo d'esordio di Willy Vlautin è un cantico degli esclusi dal sogno americano.

4 settembre 2020   ·  

Mario Bonanno

Esistenze on the road, conti che non tornano e motel. Avete presente quei motel da quattro soldi americani, piazzati tra il nulla e un buco di città? Quei motel alloggio settimanale di tossici, puttane, giocatori d’azzardo, e derelitti di ogni tipo? Ebbene i fratelli Frank e Jerry Lee Flannigan di Motel life (Willy Vlautin, Jimenez, 2020, trad. G. Guerzoni) non litigano mai, ma hanno più o meno due vite così: vite da autostello da pochi dollari, alla George Milton e Lennie Small di Uomini e topi, o alla Joe Buck e Rico-“Sozzo”-Rizzo di Midnight Cowboy, se mi spiego.
Cassette di birra, whisky, testa che scoppia, storie sbagliate, lavori da poco, pensieri che mordono, e altre cose di questo tipo. Jerry Lee, per esempio, ha ucciso un ragazzo. L’ha messo sotto senza volerlo: il ragazzo era in bici, anche se faceva un freddo cane, ed era piena notte, e lui non correva, e la strada era ghiacciata. Quando si dice la malasorte.

Frank e Jerry Lee Flannigan non sono cattivi, sono entrambi in cerca di fortuna e redenzione: se con la scusa dell’incidente decidono di darsi alla fuga (sulle strade di un Nevada abitato da motel e derelitti), viene da pensare che è per fuggire da se stessi. Da una vita che non ha mai girato per il verso giusto e che sperano di lasciarsi alle spalle. Frank ha Jerry Lee e Jerry Lee ha Frank, ecco come stanno le cose, messe sul piano della fiducia. Il resto infatti è gente che sta peggio di loro - vagabondi, malati di mente, beoni, anziani male in arnese, ex galeotti -, nessuno sul quale potere contare davvero, ma anche nessuno con cui prendersela davvero. Non in Motel life: sbagliare è la sola libertà consentita ai perdenti. A conti fatti e finché dura ciò che conta e sfangarla un giorno di più. Chissà se perché il dolore è sempre meglio del nulla.

“La notte in cui accadde ero sbronzo, mezzo svenuto in un motel, giuro su Dio che un uccello aveva sfondato la finestra della mia camera. Fuori ci saranno stati quindici gradi sotto zero e quella bestia, una specie di anatra, all’improvviso era lì per terra, circondata da pezzi di vetro. Evidentemente la finestra l’aveva ammazzata. Se non fossi stato così ubriaco mi sarei spaventato a morte. Non riuscii a fare altro che alzarmi, accendere la luce e lanciarla fuori. Precipitò per tre piani, atterrando sul marciapiede. Alzai al massimo la temperatura della coperta elettrica, tornai a letto e mi addormentai”. (pag. 7)

Con una scrittura puntualissima, che incrocia Carver e le migliori espressioni del minimalismo americano, Willy Vlautin esordisce nella letteratura (il romanzo è del 2006) come meglio non potrebbe: lingua incisiva e umanesimo non smielato per un cantico degli esclusi dal sogno americano. Di Willy Vlautin, per Jimenez, sono usciti anche i successivi Io sarò qualcuno e The free, che ne confermano l’assoluto talento narrativo.

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