Nell’estate 1969 l’uomo atterra sulla luna e Gabriel Garcia Marquez, noto come Gabo, sbarca a Pantelleria. Come spesso accade combina il viaggio di piacere con il lavoro: Cent’anni di solitudine è stato pubblicato due anni prima e lo scrittore colombiano vuole conoscere il suo traduttore italiano, Enrico Cicogna.
Qui incontrerà un luogo magico, adatto alla sua poetica e a quel sentire che caratterizza pagine indimenticabili. Lo accompagnano la moglie Mercedes e i figli. Dell’isola nera all’estremo sud della Sicilia dirà:
Non credo esista al mondo un luogo più adatto per pensare alla luna. Ma Pantelleria è più bella.
Durante la permanenza isolana, lo scrittore risiede a Punta Tre Pietre, vicino al Porto di Scauri: abita nella casa di un pescatore, lontano dalla zona turistica. Lo colpiscono il mare, la conformazione vulcanica di un territorio unico, quella strana commistione di culture, tra Europa e Africa.
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Il viaggio di Gabriel Garcia Marquez a Pantelleria nei suoi libri
Pantelleria è un luogo incantato, così adatto al suo narrare e a quel realismo magico che è per lui marchio di fabbrica, tanto da raccontarne nel Taccuino di cinque anni (Mondadori, 2010), memoriale di viaggi, sogni, emozioni.
A Pantelleria ritorna anni dopo, almeno dal punto di vista letterario, ne L’estate felice della signora Forbes , pubblicato nella raccolta Dodici racconti raminghi (Mondadori, 2005, trad. di Angelo Morino), dove, come spesso gli succede, i ricordi personali trasfigurano e diventano altro, mischiando memorie del girovagare per l’Europa alla fantasia del caribe. Il risultato è il desiderio di un’estate libera come solo sanno essere quelle dei ragazzi.
Ricordo ancora come un sogno la pianura solare di rocce vulcaniche, il mare eterno, la casa dipinta di calce viva fino ai gradini d’ingresso, dalle cui finestre si vedevano nelle notti senza vento le croci luminose dei fari d’Africa.
Eccola la fascinazione dell’altrove, che è distanza geografica attraverso il mare ma anche confine temporale: durante il soggiorno c’è spazio per l’avventura e Marquez racconta di una scoperta archeologica che rivela il passato dell’isola.
Esplorando i fondali addormentati intorno all’isola avevamo recuperato un’anfora greca di quasi un metro d’altezza, con ghirlande pietrificate, nel cui fondo giacevano i residui di un vino immemorabile, e avevamo fatto il bagno in una gora fumante, le cui acque erano così dense che vi si poteva quasi camminare sopra.
E poi la natura selvaggia:
La giornata era nuvolosa e c’era un clamore di tuoni cupi all’orizzonte, ma il mare era liscio e diafano e la sua luce era già sufficiente. Nuotammo in superficie fino alla linea del faro di Pantelleria, svoltammo dopo un centinaio di metri a destra e ci immergemmo.
E l’isola è lo spavento della murena inchiodata alla porta, il fascino del pescatore Oreste, le ore di mare, la cucina, ma soprattutto un sentire pantesco che Gabo fa subito suo ed eterna in un omaggio affettuoso.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Pantelleria è più bella della luna”: l’estate felice sull’isola di Gabriel Garcia Marquez
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