Credits per la foto dell’autore: Paolo Monti, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Nel 1948, Carlo Levi (1902-1975) tracciò un disegno particolarmente illuminante e ammirato da vari storici. Disegnò due notissimi tedeschi: da una parte lo scrittore Goethe, dall’altra il dittatore Hitler. Anzi, Goethe è raffigurato in primo piano mentre allontana gli orrori hitleriani.
Il disegno in questione venne realizzato come immagine di copertina della traduzione italiana del libro Die deutsche Katastrophe (La catastrofe della Germania) del rinomato storico tedesco Friedrich Meinecke. Levi raffigurò Goethe come il creatore di un homunculus con la coda di diavolo, situato in un’ampolla per esperimenti (nel Faust di Goethe è il baccelliere Wagner a riuscire a dare forma all’homunculus durante un esperimento in laboratorio). Nel disegno leviano, l’homunculus ha i tratti di Hitler. Al di sopra della fiala Levi posizionò Hitler, oramai cresciuto, in groppa a un becco ed egli stesso avente zampe di becco, circondato da scheletri, demoni e distruzione.
Levi e la Germania: dall’esilio francese a “La doppia notte dei tigli”
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Alla Germania Carlo Levi fece riferimento già nel suo primo libro. Infatti, scrisse Paura della libertà in Francia, tra il settembre e il dicembre 1939, a La Baule, dove si era rifugiato in quanto ebreo, per sfuggire alle persecuzioni fasciste. In questo “poema filosofico”, che venne pubblicato nel 1946, dopo il successo di Cristo si è fermato a Eboli (1945), Levi parlò della libertà umana dicendo che l’uomo potrà essere autonomo una volta che si sarà messo alle spalle la divinizzazione del padre (a livello individuale) e la divinizzazione dello Stato (a livello sociale). Ma bisogna evitare di cadere nell’individualismo astratto, dove è perso ogni senso di comunità, e dove lo Stato non esiste, poiché non esistono passioni: per Levi, non serve essere liberi dalle passioni, ma liberi nelle passioni.
Subito dopo queste considerazioni, Levi aggiunse dei punti che sarebbero poi stati basilari nel suo libro sul suo viaggio in Germania del 1958 La doppia notte dei tigli: l’individualismo astratto (la fuga dalla passione) è aridezza; il terrore della passione (l’orrore del buio della notte) è l’atroce religione dello Stato. E come nessun “atto” faustiano potrà essere passione, così il grido di “svegliati!” rivolto a un popolo, lo libererà dal suo torbido sonno e dai mostri adorati.
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Queste riflessioni leviane anticiparono l’adattamento del Faust di Goethe per il suo “romanzo vero” La doppia notte dei tigli. Infatti, il titolo di questo libro del 1959, di cui sono uscite una nuova edizione italiana (Einaudi, con introduzione di Mario Desiati e postfazione di Mattia Acetoso) e un’edizione tedesca (C. H. Beck), costituisce la traduzione italiana di un verso del capolavoro goethiano: “durch den Linden Doppelnacht” (Faust, Atto V, Scena III, v. 11309). Con questa espressione, lo scrittore torinese intese esprimere la non decifrabilità per lui della Germania da lui visitata nel 1958, ovverosia la mancanza di una prima immagine o chiave interpretativa della Germania:
ero, prima di partire, curioso di quale sarebbe stata la primissima impressione di quella terra sconosciuta. Perché mi è quasi sempre avvenuto, in tutti i miei viaggi, che il senso di un paese nuovo […] si formasse in me, liberato da ogni prevenzione o preconcetto […] attraverso una prima immagine (idea o intuizione, o vago sentimento, o impressione) che, come in un incontro d’amore, prende il carattere della “cristallizzazione” […]. Che cosa mi avrebbe detto, al mio arrivo […], la Germania? Questa prima immagine, forse perché attesa, non c’è stata, o non ha avuto sufficiente evidenza.
Il viaggio di Carlo Levi in Germania nel 1958
Levi arrivò a Monaco nel dicembre del 1958, passando le serate in alcuni locali e Bierstuben, dove incontrò persone che ancora risentivano delle conseguenze della Seconda guerra mondiale. Poi visitò i Lager di Dachau, all’epoca abitati da profughi. Dopo aver raggiunto Augsburg, visitò prima Ulm e poi Stuttgart e infine Berlino. Osservò le città tedesche con l’occhio del poeta e del contadino. Infatti,
le cose ovvie sono le più invisibili: le vedono solo i poeti, e i contadini.
Ma, ovviamente, Levi osservava anche con l’occhio del pittore la Germania in generale e la Berlino Est e la Berlino Ovest in particolare (il muro di Berlino, 1961-1989, ancora non era stato costruito). E, ai suoi occhi, la Germania (il centro dell’Europa) si nascondeva – prima di tutto a sé stessa –, era ambivalente e contraddittoria: proprio per questo al viaggiatore Levi fu arduo carpire intuitivamente il senso di questo grande Paese.
Come risaputo, in Cristo si è fermato a Eboli descrisse la Lucania come una regione non esente da contraddizioni. Ma se lì le ambivalenze socioculturali erano state armonizzate dalla “contemporaneità dei tempi”, le contraddizioni proprie alla Germania restavano tali, cioè per Levi erano dovute a una profonda crisi, alla storia di una nazione divisa nell’inconscio. Per dirla con i termini di Paura della libertà, in Germania non c’era differenziazione, l’uomo non era ancora differenziato ed emancipato. Vi regnava una interna “rottura dell’unità dell’uomo”, diviso nell’inconscio. Proprio per questo, lo scrittore torinese parlò di questa terra a lui sconosciuta, governata per più di un decennio dalla “paranoia” di Hitler, in termini psicologici e psicanalitici sottolineandone lo “stadio infantile”, la “schizofrenia” e il “vuoto di amore”. Come scrisse nel saggio del 1939, la Germania avrebbe dovuto svegliarsi, passando dal sonno distruttivo e divisivo alla veglia sociale e umana. Invece, durante il suo viaggio del 1958 Levi constatò il permanere del sonno storico, politico e sociologico tedesco, il perdurare dell’infernale doppia notte dei tigli tedesca.
Levi-medico e la diagnosi a Germania e Meridione
Qualche studioso ha rilevato che Levi, analizzando la Germania, assunse il ruolo di un medico che visitava un paziente e non manca chi ritiene che l’autore cercava l’errore più nell’oggetto indagato (la Germania) invece che nella propria visuale interpretativa. Personalmente, ritengo che la prima persona a condividere l’idea di vedere in Levi un medico che visita un paziente sarebbe stato lo stesso Levi. Infatti, anche altri titoli di libri leviani possono essere considerati la risposta a una diagnosi effettuata dal “medico” Levi (che aveva studiato, appunto, medicina, a Torino). E nel 1962, discutendo del suo libro Paura della libertà, Levi confessò che quel titolo fosse una diagnosi e una risposta ai problemi della cosiddetta civiltà di massa.
Il discorso che Levi fece per il suo primo libro vale anche per altri titoli di suoi libri: ad esempio, con la diagnosi Cristo si è fermato a Eboli egli intese proporre come cura al Meridione di affacciarsi alla Storia superando l’atavica rassegnazione e arrivando all’unificazione sociale, politica ed economica dell’Italia. Poi, con la diagnosi La doppia notte dei tigli Carlo Levi auspicava e proponeva l’approfondito fare i conti con il proprio passato da parte dei tedeschi al fine di poter uscire dall’atavico sonno e dalla perdurante cecità (alla fine a divenire cieco fu Faust), smettendo di essere
un paese con gli occhi chiusi, ostinatamente chiusi.
Ovviamente, l’avverbio “ostinatamente” dell’espressione “occhi ostinatamente chiusi” riecheggia l’aggettivo “doppia” dell’espressione goethiana “doppia notte dei tigli”.
In Germania, La doppia notte dei tigli ha conosciuto già ben cinque ristampe ed è stato finanche realizzato un relativo bell’audiolibro. Ciò sta a significare che per non pochi tedeschi Levi ha – ancora oggi – molto da insegnare alla Germania in cui si è fatta avanti l’AfD, cioè il partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland).
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’analisi della Germania di Carlo Levi: la diagnosi di un paese nel suo “La doppia notte dei tigli”
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