An abbey cellarer testing his wine. Illumination from a copy of Li livres dou santé by Aldobrandino of Siena. British Library manuscript Sloane 2435, f. 44v.
Alla parola bar e i suoi fratelli viene in mente il genio di Stefano Benni, da quando nel 1976 il suo Bar Sport è diventato il simbolo di tutti i caffè che costellano lo Stivale e del vespaio antropologico che li frequenta, da nord a sud, dalle metropoli ai piccoli centri, dai monti al mare. Se facciamo un salto indietro di secoli, troviamo l’antenato del bar, cioè la taverna, l’osteria dove è ambientata la poesia che vi proponiamo: goliardica, anonima, detta Canto dei bevitori, è la più nota dei Carmina Burana.
Qui l’osteria è il luogo dove dimenticare le tristezze del mondo con il vino e con il gioco. Il primo è simbolo di felicità e godimento, il secondo sfida la sorte.
I Carmina Burana: che cosa sono?
I Carmina Burana sono 315 poesie goliardiche, in parte anonime, scritte in latino medievale e in tedesco, diffusasi in Europa tra il XII e il XIII secolo. Sono raccolte in un codice ( il Codice di Monaco) rinvenuto in un’abbazia benedettina in Baviera, la Bura Sancti Benedicti, da cui deriva la loro denominazione. Altre provengono dalla raccolta Arundelliana di Londra; altre ancora da manoscritti vaticani. Hanno avuto particolare fortuna nel gusto moderno per la trascrizione musicale fattane da Carl Orff negli anni Trenta del secolo scorso. Sono sue le note che risuonano nel finale del film Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini e che tornano in scena il 13 agosto 2026 all’Arena di Verona.
Il Canto dei bevitori: il testo
Quando siamo nella taverna
non ci curiamo di nient’altro,
ma ci occupiamo del gioco
per cui sempre ci affanniamo.
Cosa succede in taverna
dove il denaro è l’oste,
questo sì che è interessante,
state a sentire.C’è chi gioca, c’è chi beve
c’è chi vive con dissolutezza.
Ma c’è chi si occupa del gioco, e alcuni lì sono nudi
alcuni lì sono vestiti,
alcuni indossano sacchi.
Lì nessuno teme la morte
ma per Bacco si sfida la sorte:Si beve prima per il mercante di vino, da questo bevono i libertini; una volta bevono per i prigionieri,
poi bevono il terzo bicchiere per i vivi,
il quarto per tutti i Cristiani
il quinto per i fedeli deceduti,
il sesto per le sorelle peccatrici,
il settimo per i guardacaccia.L’ottavo per i monaci peccatori
il nono per i monaci perduti,
il decimo per i marinai,
l’undicesimo per i rissosi,
il dodicesimo per i penitenti,
il tredicesimo per i viaggiatori.
Dal clero al re
tutti bevono senza misura.Beve la signora, beve il signore,
beve l’esercito, beve il clero
beve quello, beve quella,
beve il servo con l’ancella,
beve il veloce, beve il pigro,
beve il bianco, beve il nero,
beve il costante, beve l’allegro,
beve l’ignorante, beve l’istruito.Beve il povero e il malato,
beve l’esule e lo straniero,
beve il bambino, beve l’anziano,
beve il vescovo e il più vecchio,
beve la suora, beve il frate,
beve la nonna, beve la madre,
beve questa, beve quello
bevono cento, bevono mille.Durano poco sei ricchi,
quando senza moderazione
bevono tutti senza limite.
Per quanto bevano a mente leggera,
così tutta la gente ci critica
e così noi siamo mendicanti.
Siano maledetti quelli che ci danno fastidio
e non siano ricordati come i giusti.
Il Canto dei bevitori: analisi e commento
Il Canto dei bevitori o di bevuta rovescia in modo ironico e divertito i temi della letteratura dominante. Questa poesia nasce in ambiente colto e usa a fini parodici i moduli del linguaggio ecclesiastico esaltando con spregiudicatezza il vino, la donna, l’erotismo, il gioco, i piaceri della vita. Il sottogenere in lode a Bacco ebbe persino dei poeti specializzati come Morando da Padova. Ma il tono scanzonato non deve trarre in inganno, perché dietro un’apparenza corale e spregiudicata vibra la consapevolezza della fugacità delle cose.
Anche in questo testo, ma senza l’ironia e gli sberleffi psicologici di Stefano Benni, vengono passati in rassegna tutti i rappresentanti della società contemporanea che, nel tempo sospeso della festa, nell’allegria del bere, coesistono pacificamente e la disparità sociali e differenze tra buoni cristiani e peccatori vengono superate. Non bevono tutti? Bevono donne e uomini, chierici, laici, cavalieri, vassalli, popolani, servi; esponenti del basso e alto clero, papi e regnanti. E ancora persone di tutte le razze, religione, età; ricchi e poveri, malati e sani, rozzi e istruiti. Un po’ come fa la livella del Carnevale che azzera le distinzioni sociali, secondo la tesi di Bachtin, perché la festa consacra una temporanea uguaglianza. Ogni pretesto è buono per bere e far festa!
Chi sono i Goliardi?
I Goliardi sono universitari medievali o clerici vagantes che la Treccani definisce:
Scontenti, senza professione né mezzi di vita, malvisti dalla Chiesa che li sconfessava vedendo in loro degli spergiuri e dei dissoluti, essi vivevano al di fuori della regolare compagine sociale, né preti né laici, incapaci di uniformarsi a una condotta pratica. Ribelli all’ordine esistente, che li gettava ai margini della vita, essi non rispettavano le autorità supreme - ecclesiastiche o imperiali - soprattutto spietatamente ostili alle gerarchie clericali - agli alti prelati, ai vescovi, ai cardinali, che per loro costituivano gli ambienti dell’avida, corrotta, ingiusta plutocrazia, e contro i quali affinavano la loro poesia satirica, caricaturale e maledica.
Nella compagine sociale dell’epoca i goliardi rappresentavano quasi una consorteria, una setta a se stante.
Qual è l’origine del termine goliardico?
L’etimo potrebbe derivare dall’espressione gula gola oppure da Goliath, il gigante biblico ucciso da re David, emblema di vizio e dismisura e, quindi, sinonimo di diavolo. I goliardi conducono una vita da bohémien: per seguire gli studi hanno intrapreso la vita ecclesiastica, ma la vocazione religiosa latita. Si servivano del latino internazionale della cultura, già imbastardito dal maccheronico, e ne facevano uno strumento provocatorio per dar vita a esplosioni di vitalità istintiva. Ma dietro le quinte si nasconde l’ombra della cupio dissolvi, di una dissipazione esistenziale tra vino, dadi e donne insieme alla malinconia della solitudine e all’irrisione dell’etica medievale.
Nel testo, si percepisce insinuante l’allusione al divertimento come fuga dalla paura della morte e dei colpi avversi della sorte, che è tipicamente medievale:
Lì nessuno teme la morte ma per Bacco si sfida la sorte.
Segue l’ironia parodistica quando si parla dei cavalieri e delle massime autorità dell’epoca. In chiusura ricordiamo il rovesciamento dell’ideale ascetico del corpo, perché qui il corpo è destinato ad assaporare le gioie della vita senza il timore del peccato e della punizione divina. I versi finali racchiudono una morale malinconica e provocatoria per la citazione di un salmo biblico (Salmo, 68, 28) in cui si invoca Dio di non far rientrare gli ingiusti nella sua giustizia. Ma qui a meritare di non essere inclusi tra i giusti sono le persone che disprezzano i goliardi per la loro povertà.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Il Canto dei bevitori: la celebre poesia goliardica dei Carmina Burana
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