- Autore: Mia Fuller
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Durato solo settant’anni, il colonialismo italiano ha lasciato tracce significative negli edifici e nelle piante urbanistiche delle città che hanno fatto parte dei nostri possedimenti: Eritrea, Somalia, Libia, Dodecaneso, Etiopia e Albania. E Mia Fuller, in questa nuova edizione del suo libro Una modernità apparente. L’architettura coloniale italiana dal Mediterraneo all’Africa orientale (Viella, 2026, trad. di Sofia Nannini), offre una panoramica sull’architettura e sulla pianificazione urbana nelle colonie italiane.
Antropologa culturale, ha voluto scrivere una storia dell’autocostruzione nazionale italiana attraverso il perseguimento di un colonialismo che sarebbe stato al tempo stesso moderno e radicato nella propria gloriosa antichità e che avrebbe utilizzato le colonie per dare a queste aspirazioni una forma tangibile e visibile. E le colonie in questo caso si rivelarono essere il terreno perfetto, perché gli architetti non furono condizionati da quei vincoli storici e burocratici presenti nella madrepatria. Nella sua opera, Fuller evidenzia come l’imponente sforzo architettonico ed edilizio italiano nelle colonie, piuttosto che promuovere un reale sviluppo o portare benefici alle popolazioni locali, mirasse a creare un modello moderno di rappresentazione edilizia del potere, rivolto agli Indigeni, agli Europei che visitavano le colonie e agli Italiani stessi. Un gravoso impegno economico finalizzato a mostrare la potenza e la presunta superiorità della modernità fascista, controllare lo spazio fisico, separando le popolazioni (soprattutto dal 1936 in poi venne applicata una politica di segregazione/apartheid) e marcare il territorio. Infine, fissare una distinzione architettonica che distinguesse attraverso uno stile "coloniale italiano" l’impero italiano da quello britannico e francese. Una modernità apparente più che sostanziale, insomma, raggiunta solo in parte, anche a causa della breve durata dell’esperienza coloniale del nostro Paese.
Il testo analizza l’evoluzione architettonica italiana nelle colonie della fine dell’Ottocento alla fine degli anni Trenta, evidenziando come solo attorno al 1936 gli architetti raggiunsero finalmente una certa uniformità di vedute sul modello dell’architettura coloniale. All’inizio né i funzionari di governo né gli architetti avevano espresso alcun interesse per gli edifici costruiti nelle colonie, e solo negli anni Venti i progettisti iniziarono ad avvertire l’idea di un’architettura coloniale come una questione problematica.
Gli approcci italiani all’organizzazione e alla pianificazione urbana si svilupparono in tre movimenti, sovrapposti ma distinti: una prima fase fu contrassegnata dalla costruzione di quartieri “moderni” accanto alle vecchie città murate; seguì il momento dei villaggi satellite destinati a essere “oasi” per gli Italiani nelle zone rurali della Libia; infine, si arrivò a un ideale di apartheid nelle città coloniali dell’Africa Orientale.
La città coloniale duale fu esemplificata nella città di Tripoli, dove la separazione dei nuovi quartieri da quelli vecchi e la conservazione del fascino estetico (uno stile che mescolava elementi razionalisti e tratti orientalisti) furono per gli amministratori italiani più importanti della segregazione tra le due popolazioni. I piani per Tripoli furono concepiti per alterare il meno possibile la città vecchia; vennero costruiti gradualmente nuovi quartieri, ma spesso gli europei vivevano nella città vecchia e i nuovi quartieri non erano del tutto proibiti ai residenti arabi. Solo molto più tardi, verso la fine degli anni Trenta, le preoccupazioni per la segregazione razziale si fecero strada nelle priorità dichiarate del governo a Tripoli, e anche in quel caso furono molto più dichiarate che applicate davvero.
La seconda modalità colonial-urbanistica fu una modalità di pianificazione utilizzata in molti luoghi. Si tratta del modello dei nuovi borghi, villaggi e cittadine costruiti nelle colonie - ma anche in Italia - negli anni Trenta per l’insediamento di coloni. Gli esempi più studiati sono le città nuove italiane (ad esempio Sabaudia e Littoria/Latina) e gli analoghi villaggi che furono costruiti in Libia nella speranza di insediare un gran numero di coloni italiani (nel caso della Libia vi era l’intenzione di avviare una colonizzazione demografica). Mai identici tra loro, anche i borghi più piccoli contenevano comunque sempre alcune componenti chiave, come gli uffici statali ed ecclesiastici intorno alla piazza centrale, elemento che manteneva così riconoscibile la mappa di gran parte della vita spaziale sociale italiana.
Il terzo approccio fu pienamente realizzato ad Addis Abeba, la capitale dell’Etiopia occupata nel 1936. Qui la segregazione razziale dominò i piani urbanistici fin dall’inizio. Le discussioni sul valore estetico dei singoli edifici coloniali furono meno urgenti di prima, mentre più pressante fu la segregazione di tipo tecnico e simbolico. I pianificatori affrontarono, senza necessariamente risolvere, il problema di come dominare al meglio le popolazioni locali, di come organizzare la società e il comportamento degli europei attraverso la zonizzazione, di come controllare i movimenti sia della popolazione europea che di quella locale e, soprattutto, di come limitare il grado e il tipo di contatti tra europei e locali. Questo tipo di piano urbanistico, rispetto a quello di Tripoli, fu pensato per essere più universalmente applicabile, con pochi adattamenti ai vincoli di alcuni siti particolari. Inoltre, questo modello urbanistico venne applicato ad altre città dell’Africa Orientale, in particolare ad Asmara e Mogadiscio, che si erano sviluppate come città approssimativamente duali e che furono rapidamente ristrutturate sul modello di Addis Abeba.
L’autrice ha organizzato la sua opera in nove capitoli. Nel primo è delineata la storia del colonialismo italiano. Nel secondo capitolo sono approfondite le ambizioni e le immagini che lo hanno alimentato, insieme ai significati che gli italiani hanno attribuito a vari luoghi e popolazioni. Nel terzo sono descritti i primi edifici coloniali prima che diventassero elementi dell’architettura coloniale più carica di significati durante gli anni Venti. Nel quarto capitolo è riassunto lo sviluppo della professione architettonica moderna in Italia, in quegli anni rinvigorita e coesa. Il quinto e il sesto contengono i dibattiti e la retorica degli architetti riguardo l’architettura e l’urbanistica coloniale. Negli ultimi capitoli sono analizzati i tre approcci italiani all’architettura e la pianificazione coloniale in tre contesti diversi: Tripoli, i borghi coloniali e Addis Abeba.
Una modernità apparente è un saggio fondamentale per chi vuole conoscere il rapporto tra l’architettura, l’urbanistica e la propaganda ideologica del colonialismo italiano, frutto di un’approfondita ricerca d’archivio e di lavoro sul campo, che offre una panoramica su aree distanti fra loro come Libia, Eritrea, Etiopia, Somalia e Dodecaneso. Mia Fuller dimostra con precisione come la pianificazione urbana di molte città, Addis Abeba su tutte, non fosse neutrale, ma mirasse alla separazione razziale e al controllo sociale, ribadendo così un argomento poco conosciuto dalla maggior parte della popolazione italiana, ovvero che anche il colonialismo italiano fu caratterizzato dal razzismo, dapprima più blando e poi, con l’avvento del fascismo, sempre più esplicito. Un’analisi dell’eredità architettonica coloniale che dimostra come il rapporto tra l’Italia e le sue già colonie (basti pensare alla toponomastica del nostro paese) non solo non si sia mai spezzato, ma continui a far parte della vita delle popolazioni delle ex colonie e anche degli italiani.
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Un libro perfetto per...
Storici, architetti e appassionati di studi post-coloniali
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Una modernità apparente
Lascia il tuo commento