- Autore: Stefano Gallerini
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: il Mulino
- Anno di pubblicazione: 2025
- ISBN: 9788815392428
Sera del 25 luglio 1943. L’arresto del Duce provoca la caduta del regime, ma il proclama letto alla radio dal nuovo primo ministro, il generale Badoglio, gela gli Italiani. La guerra continua e ne comincia un’altra, lunga venti mesi, che per una parte dei combattenti, la fazione fascista, è stata come il titolo, Una lotta peggiore di una guerra. Storia dell’esercito della Repubblica sociale italiana, del saggio recente di Stefano Gallerini. Il ricercatore fiorentino di storia contemporanea e del fascismo è alla prima pubblicazione con le edizioni il Mulino (luglio 2025, collana “Studi e ricerche. Storia”, 296 pagine).
Quella dei partigiani e dei militari cobelligeranti a fianco agli Alleati è stata una lotta coraggiosa e libertaria, per riscattare il Paese dagli orrori del nazifascismo. Sporca, invece e senza speranza di successo quella dei sostenitori di un Mussolini liberato dai tedeschi e posto a capo di un governo fantoccio a Salò.
A giugno del 1940, il padrone della politica italiana per un ventennio si era cacciato di fretta nel conflitto hitleriano contro gli Anglofrancesi. Vista una potenza mondiale come la Francia schiacciata in poche settimane oltralpe, l’uomo della Provvidenza aveva ritenuto che le grandi vittorie delle colonne corazzate germaniche dovessero spingere l’Italia ad affrettarsi a sedere tra i belligeranti vincitori, al tavolo della pace che riteneva imminente. Così non era stato e una breve fase di guerra parallela si era rivelata in pochi mesi del tutto fallimentare per un Paese militarmente impreparato e perfettamente consapevole di esserlo. Dopo essere riuscito a farsi maltrattare dai Greci in Albania, sconfiggere dai Britannici in Libia e cacciare dall’Africa orientale, Mussolini si era rassegnato a seguire e servire le strategie azzardate dell’ex caporale dell’esercito del kaiser, Adolf Hitler. Aveva perso l’impero nel maggio 1941 ed era finito nelle mani del leader dominante e delle forze armate naziste.
Frustrata malamente l’illusione di una guerra affrontata come potenza, restava la realtà di un modesto Stato vassallo, una condizione addirittura peggiorata dopo l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943, che aveva spaccato l’Italia a metà: nel centro-nord l’occupazione tedesca, con i fascisti in funzione di polizia e repressione, nel sud l’amministrazione dei liberatori angloamericani, nei territori dietro le linee di combattimento che intanto risalivano la penisola, incendiandola.
Non c’era parità tra italiani e tedeschi, solo una sudditanza pesante. In un capitolo chiave del libro - che amplia e sviluppa la tesi di dottorato in studi storici dell’autore (Firenze, 2022) - spicca l’incontro del 20 gennaio 1945, nella sede diplomatica tedesca sul lago di Garda, tra l’ambasciatore Rahn e rappresentanti del governo mussoliniano. I ministri della Repubblica Sociale avevano chiesto un chiarimento dei rapporti, delusi di dare “l’impressione” che il territorio, gli uomini e i beni continuassero ad essere considerati “preda bellica”. Rivendicavano il riconoscimento di “fedeli alleati”.
Pessimi i risultati, tracciati dal generale Graziani, dello sforzo di Salò per la rinascita militare dell’Italia fascista. Un bilancio rovinoso: non era stato conseguito e restava fuori portata il presupposto del settembre 1943, di potere e dovere dar vita a un esercito. Le quattro divisioni rientrate dalla Germania erano “organismi inerti e passivi”, privi di mezzi e con perdite e vuoti non ripianati da leve e richiami ormai impensabili.
Interessante, tra i vari aspetti, il confronto tra l’esercito regio, entrato in guerra a metà 1940, e quello della RSI, nato per continuarla e che aveva dovuto gestire un non facile rapporto con la tradizione militare nazionale. Nelle intenzioni del gruppo dirigente di Salò, da una parte avrebbe dovuto rappresentare una radicale novità rispetto alle forze armate monarchiche, ma dall’altra i vertici repubblicani rivendicavano la continuità con tutte le guerre scatenate dal fascismo.
L’aspetto che avvicinava maggiormente i due eserciti erano “le insicure motivazioni dei combattenti”, come le ha definite lo storico Claudio Pavone. Anche i reparti meglio addestrati dell’ENR, le quattro divisioni formate in Germania, una volta rientrati in Italia non dettero una grande prova, tranne poche eccezioni. Alle truppe mancavano “la convinzione, la determinazione e la fede nella vittoria”.
La scelta nell’autunno 1943 di dare vita a un esercito apolitico e nazionale, a coscrizione obbligatoria, si rivelò pertanto quanto meno controproducente. Le diserzioni, i giuramenti prestati passivamente, gli sbandamenti furono le manifestazioni più immediate e visibili dello stato d’animo con cui la maggior parte dei soldati di Salò viveva l’esperienza della guerra combattuta sotto le insegne del fascismo repubblicano. Dalla corrispondenza postale, soggetta alla censura, affiora l’insofferenza per la disciplina militare. C’era chi riconosceva d’essere diventato un “lavativo” della peggior specie, “d’imbrogliare” tenenti e marescialli facendo quasi tutte le settimane una scappata a casa. Un soldato di stanza in Liguria scriveva di essersi organizzato bene e di “arrangiarsi discretamente. La nostra compagnia è ridotta ai minimi termini, siamo in quattro gatti e facciamo a gara a chi ne fa di meno”. C’era pure chi notava la mancanza di entusiasmo nei ranghi e se ne lamentava, ma erano pochi. Non mancava una minoranza di esaltati che sosteneva cocciutamente la necessità di continuare la guerra a fianco dei nazisti, anche a costo della vita. Però, accanto e in numero maggiore degli idealisti della “bella morte”, erano tanti gli inerti che ritenevano vano sacrificarsi per una causa persa.
Una lotta peggiore di una guerra. Storia dell’esercito della Repubblica sociale italiana
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Una lotta peggiore di una guerra. Storia dell’esercito della Repubblica sociale italiana
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