- Autore: Alessandro Gilioli
- Genere: Storie vere
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Nutrimenti
- Anno di pubblicazione: 2025
A diciotto mesi, una bambina cammina senza aiuto, ha sviluppato un vocabolario di poche parole, esprime emozioni, prova gioia, frustrazioni, manifesta ansia da separazione, gioca e interagisce, necessita di un apporto nutrizionale adeguato. Come pensare (o non pensare) che possa resistere sei giorni da sola, senza cibo? Diana era tanto fragile rispetto ai coetanei, aveva bisogno di ancora più attenzioni, ma è diventata la vittima di un caso atroce di cronaca e la protagonista, sia pure sullo sfondo, di un bel saggio del giornalista Alessandro Gilioli, Un futuro gioioso davanti. Il caso Pifferi: inchiesta su una storia sbagliata, un volume pubblicato da Nutrimenti (gennaio 2025, collana “Igloo”, 208 pagine), con la prefazione dello scrittore Piero Colaprico.
Sei giorni al chiuso, in un bollente luglio milanese, da sola, ad appena un anno e mezzo, con accanto soltanto due biberon, di latte e tè freddo. Diana è morta di fame e disidratazione in un appartamento di Ponte Lambro, nel 2022. Alle 19 del 14 luglio, la mamma Alessia Pifferi l’ha lasciata in casa per andare con il compagno a Leffe. Si è assentata per sei giorni. È tornata il 20 luglio, alle 11 del mattino, e ha trovato la bimba senza vita, sul lettino da campeggio. La piccola si era sempre vista negare un’assistenza sanitaria regolare. Durante la gestazione, la mamma incinta non l’aveva beneficiata del minimo controllo prenatale. Una volta nata, pur non godendo di una salute ferma, non era stata sottoposta ad alcuna visita pediatrica, tanto meno ai cicli di vaccinazioni obbligatorie post natali.
Nel caso Pifferi, affrontato da Gilioli - milanese (1962), direttore di Radio Popolare nel 2021-2023, dopo essere stato vice a “l’Espresso” - le “bambine” sono due. Una lo è rimasta per sempre, cristallizzata dalla morte a diciotto mesi di vita. L’altra, che l’ha messa al mondo, è altrettanto infantile nello sviluppo psico-emotivo nonostante i suoi allora trentasette anni, una bimba mai cresciuta, più che mal cresciuta, per quanto giudicata pienamente capace d’intendere e volere in primo grado. L’Assise l’ha condannata all’ergastolo, i giudici del secondo hanno disposto una nuova perizia psichiatrica, per verificare la sua imputabilità, però anche questo esame ha escluso vizi di mente. Si attende per fine ottobre la sentenza della Corte d’Appello di Milano.
Come rileva Colaprico, questo libro non è il processo ad Alessia Pifferi. Sul banco degli imputati non siede la mamma (insensibile?), né una donna egoista, immatura, incompiuta, insoddisfatta e incolpevole o colpevole, secondo i punti di vista: giudiziario, etico, sociale, genitoriale, umano. In queste pagine, a finire davanti a una corte formata dai lettori è l’atteggiamento della stampa nel “caso Pifferi”, un comportamento tutto sbagliato, tutto da rifare. Un’esondazione di informazioni: quotidiani, settimanali, talk show televisivi, radio, siti, milioni di righe tipografiche, ore e ore di chiacchiere. Un carrozzone impietoso, da biasimare per la bulimia del mostro in prima pagina, da condannare per l’insistenza nell’asseverare la smania pubblica di una punizione esemplare, pensiero unico dei familiari delle vittime e dei cittadini-spettatori. Ma la giustizia non è vendetta, la pena deve tendere a rieducare il condannato, a norma di Costituzione.
Non è la prima madre che uccide, nemmeno la prima che mente a sé stessa, ai suoi familiari, ai giudici, a chiunque. Tifare per l’ergastolo serve a poco, però, bisogna cercare di avvicinarsi il più possibile alla verità
conclude Colaprico. Se 100 è il quoziente intellettivo medio, quello di Alessia Pifferi arriva solo a 40, ma per quanto una madre possa essere poco intelligente, non capisce che una bambina muore, se abbandonata a se stessa per sei giorni interminabili?
Anche Gilioli ha masticato il boccone avvelenato dell’occhio per occhio: un lettino con le pareti di rete, un giochino agganciato con stelline e pupazzetti sospesi, Diana sopra un materasso senza lenzuolo, un cuscino senza federa. Indossava un vestitino giallo con ananas e cigni rosa, nient’altro, né mutande né pannolini. Alessandro non va oltre. La brutalità delle immagini è indicibile. Nel vederle, l’orrore si era mescolato alla rabbia nei confronti di chi l’aveva ridotta così. Lo stesso nel leggere i dettagli dell’autopsia, i resti di pannolino che la bambina aveva mangiato per la fame disperata, le larve che l’avevano attaccata. “Faceva un caldo spaventoso”. Intanto Alessia dichiarava cose poco credibili, si contraddiceva, raccontava di una babysitter, ma riferiva nomi a caso e non sapeva indicare un recapito. Mentre la portavano in Questura, qualcuno aveva coperto il corpo della piccola, "per rispetto o forse solo per non vederlo”.
Alessia ha quanto meno un modo distorto di pensare. A Gilioli sembra una professionista dell’autoinganno, una dinamica psicologica di difesa che l’ha convinta d’essere vittima, non carnefice. All’Appello seguirà la decisione definitiva della Cassazione. I magistrati dovranno decidere, “affrontando una storia sbagliata in cui nessuna sentenza potrà mai essere completamente giusta”.
Il giudizio retributivo su Alessia conta meno di quanto l’opinione pubblica sia portata a pensare. Non cancellerà quest’orrore del condominio affianco, narrato da Alessandro con una prosa appassionata e versatile, da cronista di valore, nonostante la sua obbiettività sia stata mesa a dura prova da fatti, circostanze, atteggiamenti. Quali saranno gli esiti, si augura d’essere riuscito a proporre una storia ben articolata, nell’intento non di proporre una cronaca giudiziaria, sebbene vi siano riportati atti processuali, ma di
raccontare una vicenda esistenziale e sociale. Con più domande che risposte, probabilmente.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Un futuro gioioso davanti. Il caso Pifferi: inchiesta su una storia sbagliata
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