Tiresia fu figlio di Evereo e padre della ninfa Manto, ma la sua caratteristica fu quella di essere un indovino.
La sua storia fu raccontata da Esiodo e da Ovidio, nel terzo libro delle Metamorfosi: Tiresia diventò donna per aver assistito (e quindi disturbato) all’amplesso tra due serpenti, animali ambigui, astuti e dalla sessualità dirompente e, per i Greci, sacra. Da donna conobbe gli uomini ma ne vide anche i difetti; volle ritornare uomo disturbando nuovamente i serpenti che ancora una volta lo punirono.
La diatriba degli dei e il dono della preveggenza
Tra tutti i mortali è l’unico che abbia conosciuto mascolinità e femminilità, e perciò fa da giudice a Giunone e Giove durante una diatriba se goda di più la donna o l’uomo nell’amplesso: all’uomo tocca una sola parte di piacere, alla donna nove, sancendo il predominio sessuale della femmina.
Era non fu soddisfatta della risposta. Perché ? Perché il matriarcato implicito della religione pagana, residuo del culto della Grande Madre, sarebbe stato smascherato con grande turbamento dell’ordine sociale in un contesto patriarcale. Questo è un concetto presente non solo nel mondo greco ma anche in alcune correnti induiste, che "consolano" la donna della sua sottomissione con l’idea di un maggior godimento sessuale.
L’ira della regina degli dei fu tale che lo privò della vista, ma la sentenza fu mitigata da Giove con il dono della preveggenza, privilegio maschile, perché la curiositas femminile è solo fonte di guai mentre l’uomo, essendo razionale, sa far buon uso di questa dote.
Tiresia indovino cieco: da Dante alla figura di Edipo
Tiresia iniziò la sua carriera di indovino ammonendo la ninfa Lioriope, dicendo che il bellissimo figlio Narciso morirà se conoscerà se stesso senza umiltà.
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In seguito l’indovino sarà di aiuto a moltissimi dei ed eroi, e verrà ricordato per aver predetto nell’oltretomba il destino di Ulisse, importante per Itaca e la successione al trono. Se Ulisse avesse mangiato il bestiame di Circe, sarebbe stato violato il patto sacro di ospitalità.
Anche da morto il veggente conserva la sua capacità di vedere il futuro, considerata la particolare sacralità di un’infermità come la cecità nel mondo antico. Tiresia è segnato dagli dei e tale distinzione lo rende un mortale superiore agli altri perché sta tra due mondi, la vita e la morte.
Compare anche nell’Inferno di Dante tra gli indovini e le varie interpretazioni moderne. Il cieco non è solo Tiresia, ma anche Edipo secondo la tragedia greca. Quest’ultimo si accecò per non vedere il tabù che aveva violato (l’incesto e l’assassinio del padre) e che aveva compiuto, sia pure inconsapevolmente.
Nella storia dell’arte il pittore Fussli ci fa vedere l’immagine dell’indovino che parla ad Ulisse in un contesto simile a quello dantesco, pieno di orrore e di paura.
Tiresia simbolo di futuro, identità e sacralità del diverso
Tiresia rappresenta molte cose: il futuro che ci attende, il rapporto con l’identità personale, la trasformazione e infine la sacralità del diverso, di colui che non è come gli altri perché è stato scelto dagli dei, e infine l’immenso potere delle divinità nel trasformare la vita degli uomini.
Ma quale vita non si trasforma? Il mito di Tiresia è quanto mai attuale e da considerare per la nostra vita. Gli dei non esistono, ma i miti parlano di noi.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Tiresia: l’indovino cieco e la disputa sui sessi, da Ovidio a Dante
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