Leggere Tangerinn di Emanuela Anechoum (Edizioni e/o, 2024) soltanto come un romanzo sulla migrazione significa ridurne la portata. Il libro racconta infatti una condizione molto più complessa: quella dell’essere sospesi. Non si appartiene più al luogo da cui si proviene e non si appartiene ancora a quello in cui si è arrivati. È l’esperienza della soglia e della doppia nostalgia.
Limen e liminalità
L’antropologo Arnold van Gennep definì la soglia (limen) come fase intermedia in cui l’identità precedente è stata abbandonata ma quella nuova non si è ancora consolidata. Victor Turner amplierà questa intuizione, trasformando la liminalità in una categoria esistenziale stabile: uno stato in cui l’individuo non appartiene più al mondo che ha lasciato e non è ancora integrato in quello nuovo.
I personaggi di Tangerinn vivono proprio in questo territorio di transizione. Il piccolo bar sulla spiaggia che dà il titolo al romanzo e riecheggia le origini marocchine della famiglia non è soltanto un luogo fisico: è una frontiera simbolica, uno spazio di transito dove si incontrano lingue, memorie e destini diversi. Non è una dimora, che darebbe la sensazione di stabilità, né un porto sicuro; è piuttosto il simbolo dell’attraversamento, uno spazio al limite tra terra e mare, tra radici e viaggio, tra quotidianità e sogno.
Migrazione e identità nel romanzo
Tangerinn è anche un romanzo sul divario sociale, spesso semplificato, ma anche sull’analogia psicologica spesso poco nota e poco evidenziata, tra expat e migrante, esperienze vissute rispettivamente dalla figlia e dal padre a suo tempo. L’expat parte generalmente per scelta, conserva teoricamente il privilegio del ritorno e dell’appartenenza al Paese di origine. Il migrante, dal canto suo, parte dietro la spinta di una necessità in condizioni di maggiore precarietà. Tuttavia, in entrambi i casi l’identità diventa continuamente negoziata, esposta allo sguardo degli altri, costretta a ridefinirsi tra appartenenze che non coincidono più.
Entrambe le situazioni sono esposte, seppure in misura diversa, alla sindrome di Ulisse ormai identificata come condizione di forte disagio psichico risultante dalle molteplici perdite subite con il trasferimento.
Il forte stress cronico legato alla migrazione, volontaria o meno, non è soltanto dovuto alla lontananza, ma all’accumulo delle perdite: la lingua, gli affetti, il riconoscimento sociale, le abitudini, i riferimenti condivisi. Come l’eroe omerico, il migrante continua a cercare una patria che, quando finalmente riappare, non coincide più con quella custodita nella memoria.
La protagonista di Tangerinn vive una condizione di ulteriore disagio in quanto migrante di ritorno suo malgrado. Tornando nel luogo dell’infanzia scopre che la memoria non restituisce ciò che è stato, ma produce altro straniamento. Il ritorno non ricompone la frattura: la rende evidente. La casa continua a esistere, ma le persone che l’avevano abitata non ci sono più, non esiste più quella condizione familiare e emotiva che ci si è lasciati alle spalle. La nostalgia, allora, non riguarda tanto un luogo quanto una versione di sé ormai perduta.
La soglia, tuttavia, non è abitata soltanto da chi parte ma anche da chi resta. La migrazione è di fatto un’esperienza emotiva collettiva che coinvolge tutto il nucleo familiare: la sorella rimasta ad accudire i genitori, il padre deceduto in assenza della figlia expat. La migrazione non riguarda esclusivamente chi attraversa il mare: investe anche chi rimane, perché ogni partenza produce un vuoto che modifica irreversibilmente l’equilibrio di chi resta.
Ulisse, Giano, Mnemosyne e la Grande Madre
Nel romanzo anche la madre vive una condizione liminale, pur senza attraversare alcun confine geografico. Il suo è un esilio della mente. Custode della casa e della memoria familiare, sembra oscillare continuamente tra il mondo esterno e il suo complesso mondo psichico, nell’impossibilità di elaborarne la perdita. Se il migrante sperimenta lo sradicamento nello spazio, la madre lo sperimenta nella propria interiorità. È sospesa tra passato e presente, tra realtà e ricordo, incapace di abitare pienamente l’uno o l’altro. Anche lei vive sulla soglia.
Questa figura richiama l’archetipo della Grande Madre ferita, colei che custodisce ma non riesce a proteggere neppure se stessa, diventando emotivamente pericolosa per sé e per gli altri. Per certi aspetti dialoga con la propria figlia nella figura mitologica di Persefone, costrette entrambe ad esistere tra due mondi senza appartenere completamente a nessuno. Solo immergendosi negli abissi delle rispettive ombre psichiche potranno reintegrare quelle parti di sé necessarie per la propria interezza.
Il rispecchiamento in Ulisse si fa dunque ancora più potente.
Nell’Odissea così come in Tangerinn, il ritorno a Itaca si rivelerà impossibile, in quanto il tempo trasforma sia i luoghi sia le persone e il viaggio coinciderà con un percorso intimo per portare ordine nel proprio caos interiore. Immancabile nel romanzo l’archetipo di Mnemosyne, dea della memoria che non conserva il passato ma piuttosto lo riscrive. Ogni ricordo viene trasformato dall’esperienza del presente. Per questo il ritorno genera spaesamento: non si torna mai nello stesso luogo, perché nel frattempo sono cambiati sia il luogo sia lo sguardo di chi ritorna.
Per far ciò sarà necessario interrogare Giano, il dio romano delle soglie, raffigurato con due volti rivolti in direzioni opposte. Giano custodisce il passaggio tra passato e futuro, senza appartenere interamente a nessuno dei due. Così i personaggi del romanzo sono costretti a vivere con uno sguardo rivolto contemporaneamente alla terra lasciata e a quella ancora da costruire. La loro identità è inevitabilmente bifronte.
In questa prospettiva, Ulisse, Giano, Mnemosyne e la Grande Madre non sono semplici riferimenti culturali, ma figure che illuminano le diverse ombre che compongono la soglia. È in questa costellazione simbolica che si colloca la forza di Tangerinn, romanzo che mostra come nessuno, dopo una migrazione, volontaria o meno, resti metaforicamente nello stesso luogo. Né chi parte né chi rimane.
Recensione del libro
Tangerinn
di Emanuela Anechoum
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Leggere “Tangerinn” alla luce di categorie psicologiche e antropologiche sulla migrazione
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