- Autore: Nero Tribici
- Genere: Raccolte di racconti
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Esiste un momento esatto in cui il dolore smette di essere una ferita aperta e si trasforma in un’arma affilata. È in questo preciso e claustrofobico spartiacque che si muove la penna di Nero Tribici con la sua opera prima, Stige (Mille Battute Edizioni, 2026). Fin dal titolo, l’autore non fa mistero delle proprie intenzioni: evoca il fiume infernale della mitologia classica, la palude fangosa in cui affogano gli iracondi e gli accidiosi, per trascinare il lettore in un viaggio letterario privo di salvagenti. Cinque racconti, cinque tappe di una discesa implacabile nei territori più oscuri, scomodi e reconditi della psiche umana.
L’antologia si articola attraverso una galleria di anime precarie, ritratte con una meticolosità fredda e spiazzante, in cui incontriamo un padre senza rimorso che confessa il proprio crimine con una lucidità agghiacciante, ribaltando il concetto stesso di colpa e ridefinendo i confini della morale paterna, ma anche la parabola crudele di un animale condannato a una lenta degradazione, dove la perdita di dignità e la sofferenza diventano specchio della brutalità umana. A queste figure si affiancano l’innocenza spezzata di un bambino alle prese con un’elaborazione del lutto troppo precoce e traumatica, un ragazzo che pianifica la propria vendetta non come impulso emotivo ma come un’equazione matematica perfetta, priva di sbavature e calcolata al millimetro, e infine una giovane vedova con suo figlio, colpevoli solo di aver aperto le porte di casa all’ignoto e a un ospite misterioso, scoprendo a proprie spese che il pericolo più grande è spesso proprio quello a cui abbiamo offerto rifugio. Ciò che colpisce maggiormente della struttura di Stige è la capacità di mantenere una tensione costante nonostante l’eterogeneità dei protagonisti, perché che si tratti della mente glaciale di un vendicatore o dello smarrimento di un bambino, il filo rosso resta lo stesso, ovvero l’incapacità di sfuggire ai propri demoni.
Questo microcosmo di deviazioni prende vita grazie a uno stile affilato come un bisturi, fortemente influenzato dal background di Nero Tribici, nato nella desolata campagna veneta e oggi attivo a Milano presso il Padiglione d’Arte Contemporanea. La sua avversione dichiarata per i fronzoli, i tatuaggi estetici, gli inglesismi abusati e il "niente" a inizio discorso si traduce in una prosa di un’onestà brutale, priva di spazio per il lirismo di maniera o per l’autocompiacimento stilistico. La lingua di Tribici si rivela asciutta, geometrica e priva di sconti, capace di colpire nel segno rifiutando i filtri della retorica consolatoria per costringere il lettore a guardare direttamente nell’abisso, osservando da vicino quella violenza che nasce dalla paura e quell’amore che si deforma fino a diventare ossessione tossica, rivelando una strana e perversa bellezza nel modo in cui l’autore fotografa il lato più sgradevole dell’esistenza.
Proprio per questo Stige non è un libro per tutti, né vuole esserlo, configurandosi come un esordio coraggioso che evita le scorciatoie del politicamente corretto e del finale rassicurante. I suoi personaggi non cercano la redenzione e spesso non la meritano nemmeno, eppure risulta impossibile non provare una profonda e viscerale empatia per la loro sofferenza. In un panorama letterario contemporaneo spesso saturo di storie edulcorate, Nero Tribici si presenta come una voce fuori dal coro, spietata, lucida e profondamente consapevole, firmando un debutto potente che lascia addosso una sensazione di febbrile inquietudine, la stessa che si prova quando ci si rende conto che il mostro nell’ombra, alla fine, ci somiglia terribilmente, rendendo questo volume un’opera necessaria per chiunque non tema di guardare esattamente dove fa più male.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Stige
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