Il poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare (1564-1616) scrisse, probabilmente fra il 1595 e il 1600, 154 sonetti (Sonnets) dei quali il numero 102 è uno dei più famosi, tanto da essere considerato una delle più belle poesie d’amore di ogni tempo.
Anch’esso, come i primi 126 della raccolta, è dedicato al misterioso "bel giovane" ("fair youth") di cui ancora oggi ignoriamo l’identità, e testimonia il profondo legame, di natura poco chiara, che unì autore e destinatario.
I sonetti dal 100 al 104 hanno in comune fra loro il tema del silenzio da parte di Shakespeare nel cantare in versi il sentimento per il ragazzo e nel 102, a riguardo, l’artista originario di Stratford-upon-Avon quasi si giustifica, asserendo che l’amore vero non va strillato, poiché ciò ne sminuisce il valore e l’autenticità. Leggiamo insieme testo originale in inglese, la traduzione in italiano, e scopriamo a chi la rivolge Shakespeare
Sonnet 102: testo originale della poesia in inglese
My love is strengthened, though more weak in seeming;
I love not less, though less the show appear:
That love is merchandized, whose rich esteeming
The owner’s tongue doth publish everywhere.Our love was new, and then but in the spring,
When I was wont to greet it with my lays;
As Philomel in summer’s front doth sing,
And stops her pipe in growth of riper days:Not that the summer is less pleasant now
Than when her mournful hymns did hush the night,
But that wild music burthens every bough,
And sweets grown common lose their dear delight.Therefore like her, I sometime hold my tongue,
Because I would not dull you with my song.
Sonetto 102 di Shakespeare: traduzione in italiano
È più forte il mio amore anche se par più debole,
io non amo di meno, pur se meno lo dimostro;
è oggetto da mercato quell’amore il cui alto pregio
è dal suo padrone ovunque decantato.Era giovane il nostro amore appena in primavera
quand’ero solito festeggiarlo coi miei canti,
come Filòmela che cinguetta all’inizio dell’estate
e tace al giunger dei giorni più maturi:non che l’estate sia meno bella ora
di quando i suoi mesti canti zittivano la notte,
ma perché musica indistinta grava su ogni ramo
e le dolcezze così confuse perdon di valore.Perciò come Filòmela, io talvolta taccio
perché non voglio annoiarti col mio canto.
Sonetto 102 di Shakespeare: analisi e significato
A chi è dedicata la poesia di Shakespeare?
Prima di analizzare da vicino il sonetto 102, è necessario accennare brevemente alla misteriosa relazione che intercorse tra Shakespeare e il ragazzo al quale il grande artista britannico dedicò i primi 126 dei suoi 154 sonetti. Essi testimoniano con certezza un legame sincero, appassionato e profondo, ma stabilirne la natura precisa non è facile.
All’epoca l’omosessualità maschile era considerata in maniera del tutto negativa, mentre l’amicizia fra uomini veniva incoraggiata in virtù del fatto che le donne erano giudicate inferiori e pertanto inadatte a stabilire rapporti di stretta confidenza, che fungessero anche da reciproco e paritario scambio di affinità elettive. Ciò significa che, nonostante le ipotesi più numerose e accreditate propendano per la storia d’amore, non si può escludere che a unire il poeta e il giovane sia stata in realtà un’intensa amicizia.
Oscura resta a tutt’oggi anche l’identità dell’uomo in questione, di cui Shakespeare non svela mai il nome, limitandosi a definirlo "Fair Youth". Secondo le ipotesi più accreditate potrebbe trattarsi di Henry Wriothesly, III conte di Southampton, oppure di William Herbert, III conte di Pembroke.
L’amore vero tace, non urla
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L’amore sincero tace, pubblicizzarlo lo involgarisce: è questa, in sintesi, la spiegazione del sonetto 102. All’inizio della poesia l’autore giustifica il silenzio riguardo la mancata esternazione del sentimento nei confronti del ragazzo, ma al contempo lo spiega asserendo che esso è più forte di prima, sebbene ne parli di meno, perché se non facesse altro che gridarlo ovunque e a chiunque, lo mortificherebbe, rendendolo simile a merce.
Seguono alcune similitudini particolarmente calzanti e decisamente colte attraverso le quali l’autore, in pratica, espone la differenza fra l’innamoramento e l’amore vero e proprio. Prima di giungere alle conclusioni, torna indietro nel tempo, agli inizi della storia e quindi al momento della conoscenza con il giovane, ricordando quanto il rapporto sia man mano progredito ed essi stessi siano cresciuti stando l’uno al fianco dell’altro.
Il poeta si comporta come l’usignolo, che a primavera cinguetta in continuazione per poi diminuire progressivamente il canto all’arrivo dell’estate; allo stesso modo, quando la relazione era appena sbocciata, egli sentiva forte in sé il bisogno di citarla spesso nei suoi versi, ma adesso che è matura, più tenace e consapevole, per non mortificarla preferisce il silenzio. E questo, sia ben chiaro, non perché cantarla sia meno bello di allora, ma perché, adesso che l’affetto è radicato, banalmente non serve più.
Così come il tenero uccellino tace quando durante l’estate i rami degli alberi si riempiono di altri uccelli che cantano creando un incontrollabile frastuono, ugualmente un amore maturo non necessita di essere esternato di continuo, bensì protetto con la riservatezza, che è indice di rispetto verso il sentimento stesso. Più quest’ultimo avanza, si ingrandisce e si intensifica, maggiore è il desiderio di tenerlo per sé, di nasconderlo agli interessi, agli sguardi e alle chiacchiere altrui per prendersene cura come si conviene, preservandolo da ingerenze, malizie e possibili perfidie.
La chiusura del sonetto palesa un pizzico di amarezza da parte dell’autore, che essendosi con ogni probabilità reso conto di una certa freddezza dell’amato, afferma di astenersi talvolta dal comporre versi "perché non voglio annoiarti col mio canto".
La differenza fra innamoramento e amore secondo Shakespeare
Se per spiegare il proprio comportamento Shakespeare si serve della similitudine dell’usignolo identificandolo con la mitologica figura di Filomela, la figlia del re di Atene Pandione che venne trasformata in uccello, per indicare la differenza fra innamoramento e amore usa, invece, quella delle stagioni, tanto frequente in poetica quanto raramente espressa con la medesima intensità.
La primavera, il momento in cui la natura si risveglia dopo il torpore invernale, sul piano umano coincide con la fase dell’innamoramento, quando la scoperta del sentimento comporta un turbinio di sensazioni possenti e la gioia incontenibile che ne deriva spinge ad annunciare, a condividere, a non riuscire a tenere nulla per sé; tuttavia l’amore vero e proprio, quello degno di essere definito tale, arriva solo in seguito, quando l’accresciuta conoscenza reciproca e l’appassionata intimità che si instaurano fra gli amanti rendono il rapporto talmente maturo e intenso da non richiedere più dimostrazioni esteriori. A questo punto, nel momento in cui ci si accorge di aver costruito qualcosa di unico, si comprende quanto sia indispensabile custodirlo e proteggerlo, proprio come si fa con i tesori più preziosi.
Dunque, dice Shakespeare, “non che l’estate sia meno bella ora”; una relazione consolidata non è affatto meno piacevole rispetto agli albori, ma semplicemente troppo importante e personale per meritare di essere svilita rendendola "common", comune, dandola cioè in pasto all’altrui curiosità. Soltanto il silenzio e il pudore preservano l’amore dai pericoli, anche dallo scorrere del tempo.
Del resto, chi meglio di Shakespeare può parlare di sentimenti, chi può conoscerli più di colui che ne è considerato l’indiscusso interprete e maestro?
L’idea di amore assoluto e totalizzante esposta nel sonetto 102 è la stessa da cui nasce Romeo e Giulietta, che non è soltanto la tragedia- più famosa del drammaturgo inglese, ma anche quella che, a dispetto dei secoli che passano, continua a emozionare come nessun’altra i lettori di tutto il mondo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Sonetto 102 di Shakespeare: una delle più belle poesie d’amore di ogni tempo
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