- Autore: Jørn Riel
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
Il ghiaccio sfavillava e luccicava alla luce del sole e la lunga lingua, dalla quale erano saliti, lambiva la vallata coperta di verde. Si vedevano le cime delle montagne della costa, aguzze come punteruoli e il mare che era verde e pareva quasi un prato in primavera.
Nel corso della serata il vento del Nord si placò e cominciò ad allenare la sua presa sul ghiaccio. La pressione verso la terra diminuì e i lastroni di ghiaccio ammassati l’uno sull’altro presero lentante a staccarsi. Intorno a mezzanotte si erano aperte delle grandi brecce e la banchisa, ormai smembrata in vari pezzi, si estendeva come un grande patchwork fino a un mezzo miglio dalla costa.
Scenari consueti alle latitudini nordorientali della Groenlandia: natura estrema di estrema bellezza, uomini di scorza dura a farci i conti. I cacciatori protagonisti di Safari artico (Jørn Riel, Iberborea, 2026, trad. di Silvana Lucia Convertini) sono stati svezzati col latte degli elementi naturali. Allenati alla solitudine e alle distese deserte, possiedono il pragmatismo che ti salva la vita, e una familiarità col silenzio che li rende, a loro modo filosofi. Una progenie a parte, finanche nelle (rare) interazioni coi consimili: poche case sparpagliate tra chilometri di nulla, eccetto la natura.
Il danese Jørn Riel (1931-2023) sa bene di cosa scrive quando scrive Safari artico: sedici anni a quelle latitudini non li dimentichi e non sono una passeggiata. Nemmeno un inferno, molto probabilmente. Non per chi ha dalla sua forza da vendere - in testa, prima ancora che nelle braccia - e capacità di adattamento. Ciascuno dei cacciatori che abitano il romanzo c’è l’ha: individui affatto comuni ciascuno con una propria strategia per stare al mondo. Per sopravvivere in quel mondo. Come prima cosa hanno da tenersi alla larga dall’abbattimento morale cifra caratteristica delle società avvezze ai cosiddetti confort. Non possono permetterselo, se ci siamo capiti. Così come non possono permettersi il lusso del superfluo. Così si vive (viveva?, il romanzo è degli anni Settanta) alle latitudini estreme dell’Artico. Mica un posto per turisti, lo è semmai per avventurieri e per chi ci è nato.
Safari artico comincia come un classico romanzo d’avventura: c’è il giovane Anton che intende cambiare vita. Chissà se per sfidarsi, chissà se per rintracciare il sé stesso che a diciannove anni si stenta a rintracciare. Coltiva a tal proposito un grande sogno: diventare un cacciatore artico, vedersela con la fauna e le distese a perdere, dominate dal ghiaccio del Polo Nord. Come un Conrad o un Ismaele (Moby Dick) qualsiasi, si impianta nella costa nordorientale della Groenlandia, imparando a sue spese cosa significa fare i conti con fatica, noia, isolamento, la dura routine di tutti i giorni. Alla lunga sperimenta così la nostalgia di casa che mai pensava di potere sperimentare.
Tutto lascerebbe scommettere sul suo abbandono. Anton non è di quei luoghi e la ripetitività di giornate sempre uguali lo sfianca forse più ancora del dispendio fisico. A un passo dal mollare quel mondo “a parte”, il giovane scoprirà di non poterne comunque fare a meno, di esserne ormai diventato contiguo. Una storia avventurosa dai risvolti drammatici? Tutt’altro: l’umorismo salace è la cifra portante con cui Jørn Riel riferisce delle avventure di Anton e del gruppo di cacciatori di cui fa parte. Uno più strambo dell’altro – Mads Madsen, il veterano; Herbert il filosofo col suo gallo inseparabile; Joenson il tatuatore; il pazzoide Luogo tenente Hansen - e tuttavia portatori di una spontaneità quasi fanciullesca, a tratti poetica - come nel caso della fascinosa e inesistente Vergine fredda che nell’immaginazione collettiva soppianta l’altrettanto fascinosa e inesistente Emma, contraltare alla seriosa impassibilità del Nord estremo e - perché no (?) - dell’imperturbabile lady Herta. Sbarcata in ultimo a quelle latitudini per organizzare un safari artico.
La leggerezza del romanzo non è fine a sé stessa, nasconde piuttosto un senso di umanità e solidarietà irrintracciabili in altri contesti: attestazione di esistenze marginali che in virtù della loro purezza elementare (quasi pasoliniana) riescono a farsi epitomi di autenticità.
Si sente a volte descrivere i cacciatori della Groenlandia nordorientale come gente allegra. Ed è anche vero, se per gente allegra si intende gente portata a far festa. Sarà forse effetto della monotonia della vita quotidiana, della durezza del lavoro o del prolungato isolamento. O magari dipenderà semplicemente dal fatto che in questa parte del mondo si è più contenti, più rilassati e più aperti alle possibilità di far festa che offre la vita.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Safari artico
Voto: 8.5
Nato nella città di Hans Christian Andersen, Jørn Riel è stato uno dei primi scrittori a portare lo skrøner — o storia inventata — all’interno della narrazione moderna: spesso buffi e iperbolici, questi aneddoti erano infatti rappresentazioni bizzarre della vita quotidiana tipiche della tradizione orale danese e norvegese
Riel sposta l’ambientazione nel paesaggio affascinante della Groenlandia Orientale e i protagonisti di ciascuna racconto / capitolo sono sempre i cacciatori dello stesso ristretto gruppo, ognuno con le sue particolarità un po’ sopra le righe: c’è quindi Valfred che dorme di continuo, Herbert che ama fare delle filosofia e vive con un gallo, il veterano Mads Madsen, il tatuatore Joensen che convince tutti a farsi decorare la pelle, il Conte — chiamato così perché ama la cucina raffinata...
Non mancano i momenti esagerati e umoristici, un cui io ho ritrovato uno humour che m’è parso comune della letteratura scandinava che ho letto fin qui (penso ad Paasilinna, Backman, Jonasson...)
Tuttavia in SAFARI ARTICO, libro del 1931 pubblicato per la prima volta in italiano nel 1999, ho apprezzato anche il fatto che si sottolinei più volte il grande senso di libertà che si respira alle latitudini artiche: anche il temibile e buio inverno è solo un momento di solitudine più intensa, ma poi in estate è sempre possibile prendere la slitta e andare a trovare qualcuno per discutere e fare festa. Ben diversa è l’impostazione stilistico-concettuale di un’autrice nativa groelandese come Naviaq Korneliussen: nei suoi romanzi si respira infatti disperazione e il linguaggio è decisamente diretto e contemporaneo.
Sì, le parti divertenti e l’inserimento / adattamento dell’Uomo alla Natura sono gli aspetti che ho apprezzato di più nel libro, trovando anche qualche punto di contatto con NEL VASTO MONDO SELVAGGIO di Lauren Groff: qui il contesto è completamente diverso, perché ci troviamo nel Settecento in Virginia, ma lo stupore referenziale della ragazza protagonista verso gli elementi è in qualche modo simile, così come la frugalità della vita dei cacciatori.
Per lo stesso motivo, mi è venuto in mente anche il manga DR STONE, in cui un gruppetto di ragazzi deve sopravvivere in un mondo inselvatichito, reinventando da zero la civiltà.
Parlando di manga e di arte giapponese, la tradizione degli skøner scandinavi ricordano in qualche modo le "immagini irrilevanti", buffe e grottesche del famosissimo artista Hokusai.
I racconti sono riusciti e presentano figure emblematiche. Quelli che mi sono piaciuti di più sono LA VERGINE FREDDA, in cui tutti i cacciatori, che conducono una solitaria esistenza monacale, si innamorano della bellissima Emma — protagonista di un altro libro di Riel — dal corpo morbido "come le frittelle", che però non è che un frutto della loro fantasia; e SAFARI ARTICO, dove con grande costernazione degli uomini, arriva una vera "signora" ("una che si lava tutti i giorni") che però trova un po’ strani, deludenti e un po’ patetici questi nativi in abiti occidentali e si mette in testa di fare un vero e proprio safari per uccidere un bue muschiato.