- Autore: Federica Stagni
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2026
Non è vero che esiste un prima e un dopo il 7 ottobre 2023. Articolata per gradi progressivi di colonialismo, la "questione palestinese" si protrae irrisolta da almeno mezzo secolo: il massacro di civili realizzato da Hamas il 7 ottobre ha soltanto consentito a Israele di caricarsi del ruolo di vittima designata. E giustificare in questo modo una risposta armata che esula in maniera evidente dalla legittima autodifesa, espressione piuttosto della remota volontà di annientamento del popolo palestinese. Sotto il protettorato statunitense i governi israeliani hanno sempre espletato negli anni le loro mire colonialiste, tutto ciò nel silenzio generalizzato-interessato dell’Europa. Nella fattispecie morale la peggiore istituzione fra tutte. In quanto politicamente ignava. Pavida. Complice. Inesistente. A seconda dei casi. Ciò di cui è stato capace il governo di Netanyahu a seguito del 7 ottobre 2023 si aggettivizza col termine esclusivo di genocidio. Un genocidio mai sanzionato dagli stati inetti d’Europa, in quanto professatori di paci e paci, guerre e guerre. Conflitti da patrocinare o stigmatizzare a seconda della convenienza. Siamo al capolinea del vivere civile, e in merito alla questione palestinese (ma più in generale alla voracità espansionistica israeliana) ciascuno avrebbe il dovere di manifestare la propria condanna. In giro per media di qualsiasi tipo, in troppi invece filologizzano - massacro sì, genocidio no -, diacronizzano - sì però il 7 ottobre, Hamas... - minimizzano contro ogni evidenza - Israele ha le sue sante ragioni -. Quasi tre anni di capillare genocidio e nessuna sanzione per il governo Netanyahu. Vergogna.
La deriva violenta assunta da un pianeta già ributtante di suo mi ha reso violento quando parlo e scrivo di politica. Ne sono consapevole, auspico possiate presto (se non ora quando?) diventarlo voi. Consapevoli, intendo. Consapevoli di essere dei venduti. Giornalistoidi e Pappagallini della disinformazione quotidiana. Occidentalisti-atlantisti fieri e in mala fede. Benpensantisti a senso unico. Millantatori della “pace giusta e duratura” a seconda di chi guerreggia. Al netto dei silenzi funzionali e delle revisioni unilaterali, ciò che conterà per la storia saranno i 75.000 morti palestinesi (ad oggi), a cui andrebbero sommati migliaia di dispersi e decine di migliaia di morti indiretti provocati dal collasso sanitario, dalla fame, dalle epidemie nelle terre colonizzate di Gaza. Sempre col pretesto dell’eccidio del 7 ottobre, beninteso. Prima di passare al lodevole saggio di Federica Stagni Resistenze in Palestina. Dalla Nakba al 7 ottobre (Meltemi 2026), che ha dato la stura alla mia denuncia (stanno tutti a blaterare senza sapere niente, perché non io?), riassumiamo e diciamocela tutta. Fino in fondo: il biondo cowboy statunitense e il ben più perfido kapò a guida del governo israeliano hanno di gran lunga oltrepassato il limite. Peggio di loro – per quanto mi riguarda – i flaccidi ectoplasmi della non-politica europea. Inetti. Sudditi. Silenziabili. Il che per capi di governo di nazioni sedicenti democratiche forse è anche peggio.
Riprendo il fiato. Sto calmo. Resistenze in Palestina dunque. Un saggio accademico per una volta non imbavagliato. Un saggio esplorativo. Ci sono dentro le declinazioni attraverso cui si sono estrinsecate - e si estrinsecano - le lotte palestinesi. Resistenze in Palestina riesamina le forme di legittima difesa poste in essere da un popolo di fatto senza terra e senza pace, nel corso degli anni (decenni): dalle lotte quotidiane alle lotte che intersecano la storia dei movimenti di liberazione. Gli esiti del lavoro risultano eccellenti. Significativi sotto diversi punti di vista: per la coralità dei punti di vista attraverso cui viene restituita l’irriducibilità delle lotte; per l’anti-retorica che contrassegna la narrazione; per l’attenzione prioritaria che viene assegnata a moventi e istanze - materiali-esistenziali - di coloro i quali scelgono la resistenza come modus vivendi. Resistenze in Palestina è altresì un saggio che non si tira indietro, muovendo dal dato oggettivo che “il colonialismo d’insediamento in Palestina costituisce una delle forme di dominio più violente nella storia moderna”. Che lo smantellamento della Palestina per stazioni di guerre progressive poggia su radici solide, attecchite sul sangue di migliaia di civili assassinati per ragioni di interesse geopolitico. Stando così le cose - stando la vasta ombra del colonialismo israeliano -, qual è lo spazio resistenziale consentito al popolo palestinese? Quali gli ambiti attraverso cui si è palesato e si palesa?
Scrive Federica Stagni, a pagina 32 del suo testo:
Alla domanda ‘cos’è per te la resistenza?’, fatta a gran parte delle persone con cui ho interagito negli anni, la risposta è sempre ‘esistere’. Resistono le comunità beduine che ricostruisco i loro villaggi dopo la centesima demolizione, resistono le donne attraverso il mantenimento della memoria collettiva di tradizioni e cultura, resistono i famigliari dei combattenti (e non) attraverso la commemorazione del martirio per assicurarsi che nessuna morte sia vana. Questa resistenza attraverso l’esistenza è incarnata nella strategia della sumud, ovvero restare dove si è. Di fronte a un regime che tenta la cancellazione completa di un popolo il semplice fatto di esistere rappresenterà sempre una forma di resistenza.
Federica Stagni è ricercatrice presso la Facoltà di Scienze politico-sociali della Normale di Pisa, e non racconta balle. Ha studiato-viaggiato-soggiornato nei gironi danteschi dei territori occupati, e nella stessa Israele. Il sostrato fiero e terragno di quelle geografie ha fatto sì che maturasse l’idea di questo saggio: la storia dell’odio atavico di uno Stato che mira all’estinzione di un popolo mai diventato nazione (altra vergogna internazionale) a suo confronto inerme. Un popolo ucciso, vessato, deprivato, seppure ancora (r)esistente.
Il saggio si muove ad ampio raggio, passando in rassegna esempi storici di resistenza armata (OLP, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, l’attuale Hamas…), movimenti femministi, comunità LGBTQIA+; vita quotidiana dei villaggi; Striscia di Gaza… Come ho scritto in precedenza, Resistenze in Palestina è uno studio accademico che non pontifica ma nemmeno sta a guardare. Contaminato com’è dell’humus di un popolo ancora impegnato in una lotta di liberazione. Una lotta impari ma (si auspica) continua contro “una delle forme più pervasive di colonialismo contemporaneo”.
Come qualsiasi entità coloniale lo Stato di Israele utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione, tra cui l’esercito e la polizia, per confiscare terre, demolire case e bloccare strade. Inoltre, sostiene e incoraggia informalmente gli insediamenti israeliani illegali, anche in violazione della stessa legge israeliana e delle sentenze dei tribunali israeliani, ignorando le violenze dei coloni, che includono furto di terre, incendi di campi coltivati e uccisione/avvelenamento di bestiame, nonché atti di violenza diretti contro i residenti palestinesi. Il tutto ha visto un’escalation dopo il 7 ottobre.
Mi fermo qui. Non prima di avervi fortemente raccomandato la lettura di questo saggio storico-antropologico-politico. Un testo indispensabile. Accurato. Militante (se si può ancora scrivere). Vivaddio.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Resistenze in Palestina. Dalla Nakba al 7 ottobre
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