- Autore: Marco Vichi
- Genere: Storie vere
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Guanda
- Anno di pubblicazione: 2025
Occhi di bambina (Guanda, 2025) è l’ultimo romanzo di Marco Vichi, entrato nella dozzina del Premio Strega 2026. Un bel traguardo per lo scrittore, che in quest’opera affida al lettore una storia basata su fatti realmente accaduti, frutto di rielaborazione narrativa di appunti ricevuti dalla protagonista della vicenda, come spiega lui stesso nelle ultime righe del romanzo.
Vichi narra la vicenda di Arianna muovendosi lungo un doppio binario temporale: quello dell’infanzia, vissuta e subita, e quello dell’età adulta, in cui la donna rielabora, comprende e restituisce senso alla sua storia. Arianna è una bambina che osserva il mondo intorno a sé con fiducia, ponendosi tuttavia tante domande, pur sapendo di non poterle esplicitare e preferendo non esprimerle mai, neppure da adulta, conservando una forma di scudo da una realtà che una bambina non dovrebbe mai esperire.
Arianna adesso è una donna che, a distanza di anni, torna su quei ricordi per attraversarli con una nuova consapevolezza, con strumenti diversi. I ricordi riferiti da Arianna bambina nel romanzo, infatti, non sono mai neutri, ma passano attraverso lo sguardo consapevole dell’adulta. È come se Arianna, attraverso il potere taumaturgico della narrazione, sia riuscita a lenire quei ricordi, da un lato riferendone la percezione immediata, spesso confusa e spaventata della bambina, dall’altra dando voce a ciò che oggi riesce a nominare, definire, cosa che allora era indicibile. Questo filtro non attenua il trauma, ma lo rende leggibile, strutturato.
In un mondo letterario dove imperversa l’autobiografismo, c’è ancora qualcuno che si mette al servizio di una storia, pur sempre avvenuta, pur sempre reale, ma vissuta da qualcun altro, trovando nella letteratura uno spazio di elaborazione. Il dato autobiografico si percepisce nella precisione emotiva dei dettagli, nella capacità di restituire la paura e soprattutto nella costruzione di una voce che non cerca compassione, pur restando estremamente vera, emotivamente coinvolgente.
La narrazione si dipana come un racconto del quotidiano, scoprendo a poco a poco gli orrori di un’esistenza traumatica che resta tuttavia mitigata dallo sguardo infantile di Arianna. Seppure sia stata per lei un’infanzia insolita, inadatta, da adulta la donna non è diventata il prodotto della sua esperienza. Al contrario, il romanzo insiste su una resistenza silenziosa: la vita non è stata rovinata, il trauma non ha avuto l’ultima parola. Vichi sembra suggerire che la ferita non scompare, ma può essere integrata, attraversata, resa parte di una storia che continua.
Una storia drammatica, che però non è riuscita ad avvelenare l’anima della bambina che l’ha vissuta.
In questo senso, Arianna diventa una figura archetipica. Anche il nome è un inevitabile richiamo al mito: come Arianna nel labirinto, anche la protagonista si muove in uno spazio chiuso, complesso, fatto di vicoli ciechi, di domande inespresse, di dubbi senza risposta, un luogo simbolico intricato, dove paura e silenzi impregnano l’aria e costringono a vivere un presente parziale, costantemente accompagnato da un pensiero latente e da continui addii e perdite. Arianna ha un filo invisibile che la conduce nei meandri di realtà oscure, un filo che la salva dal non perdersi risucchiata dalla minaccia costante che incombe sulla sua vita e su quella della madre, cui la lega un amore viscerale e ancestrale. Eppure Arianna sa che sua madre non si comporta da madre, ma riconosce di aver avuto la fortuna di ricevere l’attenzione e l’affetto necessario da altre figure genitoriali.
Chi non cresce circondato di affetto non avrà mai più la possibilità di questa piattaforma invisibile e misteriosa, che si è formata in un periodo della vita in cui si è del tutto inconsapevoli di cosa l’affetto possa rappresentare e diventare. L’affetto, per l’anima, è un po’ come il calcio per le ossa.
Il labirinto, allora, non è solo il luogo del trauma, ma anche quello della sua rielaborazione. Uscirne non significa dimenticare, ma imparare a orientarsi tra i propri ricordi, riconoscerli, dare loro una forma. Ed è proprio questo il gesto più potente del romanzo: trasformare lo sguardo della bambina in uno strumento di consapevolezza.
Il mondo interiore della bambina, popolato da domande che non può porre e a cui, inevitabilmente, non trova risposta, fa vivere Arianna immersa in un silenzio che non ha scelto: intuisce che esistono verità troppo grandi, troppo pericolose o troppo incomprensibili per essere pronunciate ad alta voce. Ma, paradossalmente, proprio questa mancanza di risposte la protegge. L’adulta che rievoca quegli anni riconosce che talvolta l’ostinata ricerca di spiegazioni, quel bisogno di “chiudere il cerchio” a tutti i costi, rischia di impedire la pacificazione: ci sono ferite che si possono metabolizzare solo accettando che non avranno mai una logica che le giustifichi. La bambina di ieri non cerca risposte; la donna di oggi comprende che questo è stato, in fondo, il suo modo di sopravvivere.
In questo percorso emotivo, assume un ruolo decisivo l’elefantino rosa, oggetto transizionale nel senso teorizzato da Winnicott: un ponte tra il mondo interiore e la realtà esterna, un mediatore affettivo che permette alla bambina di contenere emozioni troppo potenti per essere elaborate da sola. L’elefantino è il suo rifugio, ma è anche una figura simbolica più ampia. Si pensi al celebre detto “c’è un elefante nella stanza”, immagine di ciò che è pesante, ingombrante, indicibile, il trauma stesso, sempre presente anche quando nessuno lo nomina. Eppure, nel romanzo, l’elefante non è solo peso: è anche archetipo. Come nelle tradizioni mitiche in cui l’elefante è custode della memoria, della saggezza e della forza silenziosa, così l’elefantino di Arianna sembra custodire ciò che lei non vuole ricordare né può comprendere. È il guardiano del suo passato, ma anche il garante della possibilità di raccontarlo un giorno senza esserne travolta.
Occhi di bambina è, in definitiva, un libro sulla possibilità di raccontarsi come mezzo per ricordare un passato pesante senza esserne schiacciati. Un’opera delicata che non nega il dolore, al contrario lo restituisce alla narrazione e quindi, in qualche misura, gli offre una porta verso la libertà.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Occhi di bambina
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