- Autore: Barbara Demick
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
Ritenere l’occidente inidoneo a impartire lezioni di democrazia non significa parteggiare per regimi autocratici tipo Corea del Nord. Probabile che anche a quelle latitudini esistano sostenitori della linea di governo ma ogni dittatura - evidente o democratizzata che sia – può contare sui propri adepti, in fede o malafede. Torno a ripeterlo per eventuali lettori zelanti, e a scanso di equivoci: non faccio parte di queste congreghe, sono piuttosto annoverabile fra coloro che non si bevono le frottole sui paradisi terrestri e sui migliori dei mondi possibili millantati dai piani di governo. Nessuno è degno di scagliare prime pietre, o bombe di nessun tipo. Alla luce di questa convinzione ho approcciato le storie dissidenti raccolte da Barbara Demick in Corea del Nord fra le pagine di Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord (Iperborea, 2026, trad. di Valentina Ricci) sgombro da pregiudizi.
Ciò che in primo luogo mi ha convinto di questo saggio narrativo è stato il nitore dell’esposizione mantenuto costante per più di quattrocento pagine. Resta indubbio che la Corea del Nord sia un mondo nel mondo. Una delle tante (per quanto mi riguarda) distopie realizzate del pianeta. Per questo le interviste doviziosamente raccolte dalla Demick indossano lo statuto di racconti esemplari; testimonianze narrative di chi è riuscito a venirne fuori (per finire in una forma diversa di distopia capitalistoide?). In Corea del Nord manca spesso l’energia elettrica. Non esiste nessun collegamento a internet. E di contro è un succedersi quotidiano di ritualità militaresca, informatori potenziali in ogni vicolo e vicino di casa. Ritengo tuttavia che al netto degli abbagli, il resto del mondo non stia tanto meglio. Non di solo Internet e consumismo, infatti, vive (dovrebbe vivere) l’uomo. E quanto agli spioni a ogni angolo di strada o condominio, fate mente locale sulle telecamere mimetizzate ovunque, e alla digitalizzazione massiva attraverso cui si controllano - soprattutto indirizzano - in democrazia i desideri dei consumatori.
Ritorno nel merito del saggio (paradigma) di Barbara Demick: la Corea del Nord si reitera come nazione uguale a sé stessa. Isolata. Buia. Militarizzata. Ipnotizzata - è un fatto che dietro la facciata di benessere e coesione sociale, alberghi in essa una realtà molto più oscura. Una realtà che l’autrice - di stanza a Seul (Corea del Sud) su incarico giornalistico per più di dieci anni - ha conosciuto per vie trasversali ma bene, soprattutto con riferimento a Chongjin, terza città del paese messa in ginocchio dalla carestia di fine anni Novanta, gli anni del decisivo passaggio di potere tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. Gli anni in cui i giovani innamorati Mi-ran e Jun-sang si incontrano col favore del buio, ipotizzando fughe ideali, peraltro inconfessate per reciproco timore di tradirsi. Gli anni in cui la signora Song, seppure convinta sostenitrice del regime, decide di tentare la sorte dell’impresa commerciale per smettere di cibarsi soltanto di radici. Gli anni in cui Kim Ji-eun è un medico con le mani legate per la protratta mancanza di medicinali. Le storie che intersecano il reportage di Barbara Demick sono insomma storie di vita quotidiana e sono denuncia insieme. Storie diverse e propedeutiche, accomunate da traumi e/o alienazioni indotte dal potere assoluto di un leader adorato (giocoforza) come divinità.
La primavera è sempre la stagione più magra in Corea perché il raccolto d’autunno sta finendo e si preparano i campi per la prossima semina. Quell’anno fu particolarmente dura per la signora Song, che si stava ancora riprendendo dall’incidente ferroviario di sei mesi prima. La suocera aveva settantatré anni, un’età ragguardevole rispetto alla durata media della vita nella Corea del Nord, e sarebbe stato facile liquidare la sua morte dicendo che “era arrivato il suo momento”, ma la signora Song non aveva dubbi sul fatto che la coriacea vecchietta, se nutrita a sufficienza, sarebbe vissuta ancora a lungo. Non potendo né lavorare né andare in montagna, la signora Song buttava nella zuppa tutte le erbe che riusciva a trovare vicino a casa. La suocera si era trasformata in un mucchietto d’ossa, con evidenti segni di pellagra intorno agli occhi. Nel maggio del 1996 fu colta da forti crampi allo stomaco e dissenteria. Morì pochi giorni dopo.
Storie di fantasmi che incombono sul vissuto delle persone ascoltate dall’autrice - in larga parte profughe in Corea del Sud -, sottratte al buio di un microcosmo totalitario. Se la memoria non mi inganna, la prima edizione in inglese di questo libro risale agli anni Novanta: se qualcuno fra i nordcoreani avesse sognato allora un riscatto intimo e sociale attraverso l’adesione a valori di tipo occidentali, avrebbe sognato invano: in modo se possibile ancora più infido è accaduto il contrario, e l’intero mondo occidentale vive oggi (senza accorgersene) sotto dittatura. Mediatica. Concettuale. Comportamentale. Ontologica. La vasta dittatura del Capitale. A cosa abbiamo consegnato - noi benedetti dal cielo, abitatori del Paese dei Balocchi capitalizzato - le incorrotte popolazioni affrancate dallo spettro comunista? Insinuo un dubbio, e mi fermo qui.
Nulla da invidiare ha raccolto in giro fama e consensi. Meritati l’una e gli altri, per un sacco di buone ragioni. Prime fra tutte la capacità di commuovere, indignare e far riflettere, nel contempo.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord
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