- Autore: Martina Cecilia Salza
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Anno di pubblicazione: 2022
La fascinazione che ancora oggi produce un evento ormai lontano nel tempo come la Grande Guerra è evidente dalle pubblicazioni che si susseguono sui suoi aspetti più diversi, dalle biografie dei protagonisti di prim’ordine, alle strategie militari, fino alle strumentazioni belliche. Solo in anni più recenti però l’attenzione di appassionati, studiosi e ricercatori si è posata sul controverso e fumoso capitolo dei reduci, come testimonia bene questo libro di Martina Cecilia Salza, che affronta il tema da una prospettiva del tutto peculiare.
In Noialtri italiani avemo sofferto tanto (Davide Ghaleb Editore, 2022), l’autrice ci racconta infatti le vicende di Carlo Bomarsi, un giovane contadino della città di Sutri che, insieme a tanti coetanei, viene coinvolto nella “prima grande esperienza collettiva di morte vissuta dagli italiani”.
Escluso, come gli altri reduci prigionieri, dagli onori riservati ai caduti, rimosso dalla storiografia ufficiale, che per decenni evitò accuratamente di affrontare la questione dei dimenticati della Grande Guerra, nascosto dalla censura italiana, quando ancora era in terra straniera e tentava, con le sue parole, di confermare alla famiglia la sua sopravvivenza, Carlo scrive un diario di guerra che viene fortunosamente ritrovato nel fondo di un cassetto e che l’autrice riceve da una sua parente quasi per caso.
È un “taccuino consolatorio”, un libretto 10x15, grande quanto una fotografia, una raccolta di istantanee che raccontano una discesa nell’orrore, dove i ricordi, quanto mai nitidi, si dispongono in un passato incerto, che non è dato collocare con precisione. Di certo quel diario è però il portato di una scrittura terapeutica e rivelatrice, di un confronto istintivo con una lingua scritta che questo giovane uomo decide di praticare attivamente, pur senza padroneggiarla a pieno.
L’autrice, con dovizia di dati tratti da archivi parrocchiali, fondi privati e schede di musei, contestualizza la vicenda umana nell’evento storico, spostandosi agevolmente dallo scenario internazionale e nazionale al contesto locale, per mettere a fuoco le ricadute che le scelte politiche e militari determinano nella quotidianità di un tragico stato d’eccezione.
Il libriccino scandisce allora le tappe – dall’entrata in guerra dell’Italia, alla disfatta di Caporetto, dalla prigionia all’internamento nel campo di concentramento di Konigsbruck, fino all’armistizio e al ritorno in patria – di un viaggio debilitante e snervante, dove alcuni elementi assumono una consistenza che non può fare a meno di sedimentarsi nella mente del lettore.
Colpisce soprattutto l’ossessione del cibo, tanto agognato durante le lunghe marce, il valore sacrale del pane, uno dei pochi alimenti concesso ai prigionieri costretti a spartirsi la sospirata pagnotta, la nuda vita che si consuma durante la prigionia nel campo dove, degradati a zingari, si va alla ricerca di scarti di rape e patate, e i viveri diventano anche occasione per solidarizzare con i detenuti di altre nazioni.
Ma impressiona anche quanto la storia, la sua narrazione, la sua supposta verità, sia fragile e ondivaga: dopo il 25 ottobre 1917 i tanti dispersi della più schiacciante delle sconfitte subite dall’Italia diventano subito disertori e traditori, condannati a una damnatio memoriae pressoché totale, che si concretizza nell’onnipresente Censura: le lettere dal fronte vengono per la maggior parte bloccate, altre “strappate, altre cancellate e manomesse, altre ancora sequestrate e segnalate”. Solo a guerra finita emergeranno le sofferenze dei soldati al fronte, l’impatto traumatico dell’esperienza onnipresente della morte, e le responsabilità di una nazione che scelse di stare a guardare.
L’elemento che, però, emerge prepotentemente in Noialtri italiani avemo sofferto tanto è, a mio modo di vedere, l’attenzione per la dimensione linguistica del diario di Carlo Bomarsi che, come tanti altri commilitoni, con il suo italiano stentato e pieno di errori ortografici, era ben consapevole di dover autoimporsi la censura prima che la esercitassero altri. I soldati italiani non potevano nominare la fame, ad esempio, e allora:
“quelle parole non dette riemergono sotto varie forme: i soldati […] inventavano stratagemmi linguistici e grafici. Inventavano una lingua segreta di uomini condannati a soffrire e a tacere. Ecco allora quel sottolineare con segni neri alcune parole […]; o la loro continua ripetizione per far comprendere la gravità e, soprattutto, l’uso della lettera maiuscola”.
Con Noialtri italiani avemo sofferto tanto Martina Salza ci offre, allora, uno snello e avvincente saggio di microstoria che getta luce sulla vicenda umana di un anonimo contadino inviato al fronte, una storia di nessuno e di tutti che viene trascinata fuori dall’oblio del tempo, che diventa strumento per fare memoria collettiva e per dare un volto e un corpo a uomini di cui oggi rimane solo uno sbiadito nome sulle lapidi di un paese. Un documento che può vantare un’inaspettata efficacia didattica: l’autrice, che è anche docente di Lingue straniere, ha proposto qualche anno fa i contenuti e le suggestioni di questo libro agli alunni delle classi quinte della scuola superiore, calamitandone l’attenzione e suscitando in loro una viva curiosità.
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Ad appassionati della Grande Guerra e a curiosi di storia locale
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Noialtri italiani avemo sofferto tanto
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