- Autore: Jina Khayyer
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
Come con le nuvole, anche con le silhouette dei paesi del mondo si può giocare a scovare le forme più bizzarre. E stando a questo gioco:
L’Iran è un gatto. L’orecchio sinistro segna il confine con la Turchia, sulla punta dell’orecchio sinistro c’è l’Armenia, sull’orecchio destro l’Azerbaigian, se il gatto si volta verso destra, l’orecchio si immerge nel Mar Caspio; la schiena si allunga fino ai confini con il Turkmenistan e l’Afghanistan, in prossimità della zampa posteriore destra inizia il Pakistan, sotto la pancia il Golfo di Oman si infila nello stretto di Hormoz e poi nel Golfo Persico, nel suo cuore batte il deserto, il più caldo della Terra. Davanti al petto c’è l’Iraq.
Assume quindi un ennesimo significato (oltre a quello sentimentale e metaforico) il titolo del romanzo d’esordio di Jina Khayyer Nel cuore del gatto, portato quest’anno in Italia da Iperborea con la traduzione di Silvia Albesano, un testo che è un prezioso tentativo di riallacciare i rapporti con una nazione fatta di radici e orrore, in egual misura.
Come è successo a noi, anche per Jina, la protagonista - omonima dell’autrice - e voce narrante del romanzo, le immagini delle manifestazioni iraniane arrivano dirette dallo schermo del cellulare, fra i post dei social network. Truppe, assalti, pestaggi, masse che si muovono, slogan urlati nelle piazze e lungo i viali principali di Teheran, donne picchiate, uomini riversi a terra, sangue, vittime; l’orrore supera i pixel e diventa peso nero e immenso. Jina però ha un motivo per soffrire ancora di più; capisce infatti le parole urlate dalla folla (Bisharaf! Infami! Zan, zendegi, azadi! Donna, vita, libertà!) perché quella usata è la lingua della sua famiglia. E a urlare fra i manifestanti ci sono anche la sorella e Nika, l’amatissima nipote. Il vero e potente pugno allo stomaco arriva però quando, fra tutte quelle notizie grondanti sangue, giunge la news della morte, nella capitale, di Jina Mahsa Amini, una curda finita in coma per le manganellate.
Rileggo il suo nome, Jina, Jina con la J. Non avevo mai sentito di nessun’altro che si chiamasse come me. […] Il corpo morto porta il mio nome.
Ed è proprio da questa coincidenza che ha tutto di una chiamata in causa che Jina, come in un’immersione fisica dentro i propri ricordi, ritorna indietro di alcuni decenni a quando, nel 2000, appena venticinquenne, è andata per la prima volta in Iran. Lei è infatti figlia della diaspora iraniana; è nata e cresciuta in Germania e il legame con la terra di origine può ben essere riassunto nel rapporto alla lingua persiana, che capisce e parla ma non sa leggere. Buona parte del romanzo, così, tutto il cuore pulsante dentro la cornice del presente delle manifestazioni nelle piazze, è un resoconto di questo viaggio, di questo ritorno alle origini, di questa lunga serie di schiaffi sentimentali, ricevuti adesso per le bellezze indescrivibili della terra iraniana, adesso per l’orrore della repressione e della teocrazia distopica ma reale. Una scoperta che incasella una dietro l’altra innumerevoli osservazioni.
No, penso, mio padre non mi ha raccontato niente, non parla mai dell’Iran, come se volesse dimenticare da dove viene. Come se anche la sua vita fosse iniziata con la mia nascita. Quando da bambina lo pregavo di raccontarmi qualcosa della sua infanzia, diceva: Non c’è niente da raccontare. Avevo sempre l’impressione che non volesse ricordare, immaginavo che i ricordi potessero intristirlo. […] Non vedeva i suoi genitori, le sue sorelle e l’Iran da quando aveva diciotto anni. Sapevo che non poteva tornare.
Ad attenderla in Iran c’è la sorella, Roya, che ha da poco avuto la piccola Nika e che, in occasione del viaggio, ha organizzato per Jina un lungo road trip, con tappe nelle maggiori bellezza dell’Iran. Certo, lungo i percorsi e le visite, si stagliano così gli elementi della storia della vecchia Persia, raccontati nei resoconti delle zie e delle altre figure incontrate, e ugualmente sorgono da queste parole i rancori contro il governo degli ayatollah e le leggi ingiuste; ma è soprattutto del coraggio delle donne che si parla, in filigrana, della loro quotidiana resistenza contro tutto un apparato che ne annienta costantemente le esistenze. Così, mentre Jina non riesce ad abituarsi al velo, che le fa scorrere abbondantemente il sudore sotto la calura iraniana, si stagliano piccole e preziose storie di ribellione, di chi, per esempio, sceglie la libertà radendosi i lunghi capelli o rintanandosi nel retrobottega di una libreria a leggere la letteratura del resto del mondo.
Benché sia lunga duecento pagine, questa parentesi del passato si chiude così come si era aperta, per gli scossoni e i brividi trasmessi dallo schermo del cellulare. Jina si incolla davanti al flusso di notizie e video, tormentandosi l’anima per la preoccupazione: la piccola Nika, che all’epoca del suo viaggio era rimasta a casa, troppo piccola per affrontare le difficoltà del tragitto verso il deserto e Persepoli, adesso è fra le più fiere, agguerrite e coraggiose manifestanti. Che, tradotto, significa rischiare la vita ogni giorno e ogni notte. Ed è con le potenti parole che zia e nipote si scambiano in videochiamata che si conclude il romanzo, potentissima testimonianza di un popolo troppo a lungo oppresso e scottante di voglia di cambiamento:
“La nostra battaglia è la battaglia di tutte le donne”, dice con voce grave. “In fondo pretendiamo soltanto che ci venga restituito quel che ci appartiene, il potere sui nostri corpi. È un diritto di ogni persona. È il primo e più importante dei diritti umani. È parte della dignità dell’essere umano. Il corpo è dignità. La dignità degli esseri umani è inviolabile. Perché dev’esserci un dibattito al riguardo? Perché viene messo in discussione? È una follia totale, zia.”
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Nel cuore del gatto
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