- Autore: Gigi Speroni
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Saggistica
- Casa editrice: Mimesis
- Anno di pubblicazione: 2025
Preceduta dalla prefazione di Antonio Scurati, il più attivo biografo contemporaneo del duce, e seguita dalla postfazione di Matteo Speroni, figlio dell’autore, ecco la riedizione recente, per i tipi Mimesis, del saggio di Gigi Speroni Mussolini deve morire. Dicembre 1944 quando Giovanni Pesce tentò di uccidere il duce, che la casa editrice di Sesto San Giovanni ha riproposto (aprile 2025, fuori collana, 320 pagine) a trentun’anni dalla prima edizione del 1994.
Cronista e saggista, Speroni (1930-2010) apparteneva a una famiglia milanese di giornalisti; moglie, figlio e fratello condividevano la professione. Entrato nella redazione de “La Notte” ventitreenne, nel 1952, è stato inviato speciale per la“ Domenica del Corriere” e il “Corriere della Sera”, direttore dei programmi Rizzoli Tv, capo ufficio stampa della Rizzoli Libri, direttore dei servizi giornalistici e delle relazioni esterne di EuroTv, coautore per Rai2 di “Portobello” e “Giallo”, consulente della Televisione della Svizzera Italiana. Per sei anni, il doppio del mandato, ha diretto l’Istituto Carlo De Martino per la formazione al giornalismo, fino al febbraio 2005. Ha pubblicato una ventina di libri.
È un Mussolini in vestaglia, immagine inedita per il capo del fascismo, quello proposto da Speroni in avvio di questo saggio storico, che somiglia a un romanzo.
Villa Feltrinelli, a Gargnano, sul Garda, sera inoltrata del 12 dicembre 1944, 22.30: un Benito tarchiato e appesantito, più anziano e provato dei 61 anni all’anagrafe, è a colloquio con l’unica persona che può permettersi di entrare nella sua vita a quell’ora. La moglie e madre dei cinque figli gli contesta la scelta, che ritiene sbagliata e pericolosa, di raggiungere Milano e mostrarsi di nuovo in pubblico. Lo aspettano per ucciderlo, su questo Rachele non ha torto. Lui sente di farlo, pur consapevole di rischiare la vita, bersaglio dei partigiani o dei bombardieri americani, ma deve e vuole riapparire nella città dove venticinque anni prima ha fondato i Fasci di combattimento. Non parlerà da una radio, ma dal vivo, nel più grande teatro milanese.
Il contesto è rigorosamente storico, però l’ispirazione e la “penna” di Speroni sono narrative, in modo particolarmente apprezzabile. Fa scivolare con noncuranza che marito e moglie non si possono vedere ma i loro respiri li rendono “palpabilmente vicini”, nella “grande villa addormentata”. Un saggista meno ispirato non si soffermerebbe a presentare Rachele Guidi
stanca, vecchia. Conosce quell’uomo da trentaquattro anni, da quando, appena diciassettenne, era andata a condividerne la miseria in un appartamento ammobiliato di Forlì e già aspettava Edda.
Ci sono tre protagonisti. Uno è indubbiamente il duce, indebolito, malato, al tramonto, circondato da gerarchi in contrasto tra loro, accerchiato impenetrabilmente dai Tedeschi, non più popolare come negli oltre vent’anni precedenti, del consenso indiscusso e dell’apologia della propaganda. Ormai anche i fascisti che non lo hanno abbandonato dopo l’8 settembre 1943 cominciano in gran parte a cercare una via d’uscita dalla sconfitta del nazifascismo, che ai più ragionevoli appare inevitabile. Quanto meno occorre farsi trovare pronti a cogliere l’occasione per evitare di fare una brutta fine. Intanto, i voltagabbana si moltiplicano e i doppiogiochisti imperversano.
Un’altra protagonista è una Milano irriconoscibile da quella “da bere” degli anni in cui Speroni redigeva il suo testo. È spaventata, schiantata dalla guerra, piegata dalla fame e dalla paura: il terrore dei bombardamenti alleati, dell’occupazione nazista, della repressione fascista e delle azioni sempre più temerarie dei partigiani in città, i gappisti (da GAP, Gruppi di azione patriottica). Sono poche decine ma ne tengono in scacco migliaia, compaiono d’improvviso nelle strade, sui tram, nei locali pubblici, sparano, gettano bombe e spariscono nel nulla. Anche in pieno giorno.
Uno di loro è Giovanni Pesce. Ilio Barontini, già al comando della Garibaldi in Spagna e ora tra i capi della Resistenza, lo ricorda coraggioso combattente della Brigata antifascista repubblicana nella guerra civile. Lo chiamava muchacho. Negli ultimi mesi del 1943 ha deciso di affidargli una brigata GAP a Torino, sul modello francese. Giovanni ha scelto come nome di battaglia Ivaldi, scoprendo che la formazione era composta soltanto da lui e da Antonio, volonteroso ma inesperto diciannovenne.
Pesce è l’anima dell’organizzazione del settimo attentato contro Mussolini. Sei sono già falliti in vent’anni. Se tre sono stati sventati in fase di preparazione, altrettanti hanno mancato l’obiettivo (Violet Gibson solo per pochissimo).
Il racconto di Speroni si ferma al 18 dicembre 1944. La mattina del 29 aprile successivo, Mussolini e l’amante Claretta Petacci pendono a testa in giù da un traliccio metallico, con altri cinque cadaveri, in piazza Loreto a Milano, davanti al distributore di benzina dove il 10 agosto gli uomini della Muti avevano fucilato quindici ostaggi per ordine dei tedeschi. L’Associated Press comunica che le truppe americane sono entrate in città nel pomeriggio, tra le campane a stormo, e che i primi soldati giunti in piazza Quindici Martiri hanno trovato sette cadaveri, sospesi per i piedi, a testa in giù. Al centro, Benito Mussolini, sfigurato dai colpi della folla. Vicino al cadavere dell’ex duce, quelli della Petacci e di Pavolini. A poca distanza, altri undici corpi, ammucchiati a terra. Il 1 maggio il “Daily Express” annuncia che Hitler si è ucciso con Eva Braun nel bunker di Berlino e la radio tedesca ha diffuso: “La guerra è vicina alla fine: abbiamo perso”.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Mussolini deve morire. Dicembre 1944 quando Giovanni Pesce tentò di uccidere il duce
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