Mio marito
- Autore: Maud Ventura
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: SEM
- Anno di pubblicazione: 2022
Mio marito di Maud Ventura (SEM editore, 2022, traduzione di Mauro Cazzolla, titolo originale Mon mari, 2021) è un romanzo che si presenta all’apparenza come una confessione amorosa, mentre, nel corso della lettura, si rivela un’inquietante esplorazione intima. La voce narrante, una moglie innamorata fino all’ossessione, costruisce un monologo febbrile in cui l’amore coniugale diventa il luogo privilegiato della sua proiezione psichica. Letto attraverso gli archetipi junghiani, il testo appare come una mappa della psiche femminile intrappolata in un processo di individuazione mancato.
Al centro del romanzo c’è l’archetipo dell’Animus, ovvero la figura maschile interiore della donna, che qui proietta le sue ombre sul personaggio del marito. L’uomo, in quanto personaggio del romanzo, non esiste come soggetto autonomo: funge invece da specchio, da superficie riflettente delle paranoie amorose della moglie. Il marito diventa l’Animus idealizzato, garante di ordine, valore e identità. Ogni suo gesto, un ritardo, una distrazione, una parola di troppo, assume un peso sproporzionato perché mette in crisi non tanto il rapporto, ma l’equilibrio psichico della narratrice. In tal modo, la donna resta prigioniera di un amore assoluto e immaturo.
I personaggi descritti incarnano la maschera sociale della famiglia perfetta. Tutto sembra scorrere nella maniera che meglio corrisponde alle aspettative della società. Eppure, l’ossessione della donna finisce per fissare tutti in un’immagine statica, talmente irrigidita da diventare prigione. Tutto ciò che non rientra in questa immagine, rabbia, gelosia, aggressività, viene rimosso e confluisce nell’Ombra.
Ed è proprio l’Ombra, in senso junghiano, il vero motore narrativo del romanzo. Ventura costruisce una voce apparentemente lucida, ironica, controllata, ma sotto questa superficie si muove una materia oscura fatta di violenza trattenuta, desiderio di controllo, pulsioni distruttive. L’Ombra non è mai riconosciuta come tale: la narratrice non si considera mai cattiva, patologica, pericolosa. Al contrario, giustifica ogni eccesso in nome dell’amore. Questa mancata integrazione rende l’Ombra sempre più potente, fino a trasformare l’amore in sorveglianza e dominio.
Ventura esplora dunque un amore patologico dal punto di vista del femminile, una scelta tematica coraggiosa laddove ai giorni nostri si parla piuttosto di violenza di genere perpetrata contro le donne. Tuttavia, nel romanzo l’ossessione della donna non sfocia in violenza; al contrario, la patologizzazione rimane intima e tendente all’autodistruzione. Il matrimonio, in questa prospettiva, risulta una struttura archetipica chiusa. La narratrice è impigliata in una spirale regressiva che non le permette di compiere un’evoluzione personale verso la propria individuazione. Il pensiero del marito diventa il centro del suo universo psichico, occupando il posto che dovrebbe appartenere alla propria realizzazione interiore.
Interessante è anche la dimensione temporale del romanzo, scandita in rituali, cicli settimanali, ripetizioni ossessive. Questa circolarità cronologica rievoca, anch’essa, un inconscio che non evolve. Non c’è trasformazione, solo reiterazione. Siamo davanti a una donna che rifiuta il cambiamento come forma evolutiva psichica personale, poiché questo implicherebbe uscire da una comfort zone, seppure patologica. Mio marito può allora essere letto come una tragedia silenziosa. Ventura non giudica la sua protagonista, ma la espone al lettore come una figura sempre più inquietante nella misura in cui la mancanza di consapevolezza incide sulla sua vita e sui suoi pensieri.
Il risultato è un romanzo con un ritmo all’apparenza monotono, tuttavia carico di tensione sottile, che smaschera l’illusione romantica dell’amore totale e mostra ciò che accade quando l’altro viene caricato del compito, impossibile, di dare senso alla nostra esistenza. Di fatto, il romanzo, trattando del tema del matrimonio, mette in luce la crisi dello stesso in quanto archetipo logorato da un inconscio individuale colto, apparentemente emancipato, eppure terrorizzato dal vuoto esistenziale.
Mio marito
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