Alla sezione Roma occupata della raccolta Il dolore di Giuseppe Ungaretti appartiene la struggente lirica dal titolo Mio fiume anche tu, che ricollegandosi alla più celebre I fiumi, contenuta in L’Allegria, tratta il difficile argomento della situazione degli ebrei durante l’occupazione nazista.
Uno scottante e drammatico tema di attualità, dunque, che scuote nel profondo l’animo di Ungaretti, inducendolo a scrivere il suo "più spiegato canto religioso", al punto che "da molto la poesia religiosa non era arrivata a commozione tanto profonda (Leone Piccioni). Questo componimento nasce, pertanto, dall’intimo sentire dell’autore, che quasi si fa carico del dolore di un intero popolo.
“Mio fiume anche tu”: testo della poesia
1
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
«Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?»2
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un’eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.3
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
“Mio fiume anche tu”: parafrasi della poesia
Mio fiume anche tu, Tevere carico di storia,
Adesso che la notte già sconvolta prosegue;
Adesso che persistente
E come se uscisse fuori da una pietra
Un lamento di innocenti si diffonde
Come smarrito fra le strade stupefatte;
Che l’ansioso terrore per il male che incombe
È già la peggiore delle sofferenze,
Intralcia l’anima e i passi,
Che infiniti lamenti e lunghi affanni
Agghiacciano le case rifugi insicuri
Ora che va avanti la notte già straziata,
Che in ogni momento scompaiono o rischiano di scomparire
Solenni testimonianze del passato che,
Durate fino ad oggi,hanno indicato,
Come fossero fari, le vie da percorrere per l’incivilimento umano;
Ora che già sconvolta la notte scorre
Imparo quanto può soffrire un uomo;
Adesso, mentre il mondo soffoca in un dolore abissale
Ora che il dolore insopportabile
Si libera tra gli uomini in ira a morte
Adesso che le mie labbra blasfeme osano dire:
"Cristo, amore preoccupato perché la tua bontà si è così allontanata?"Ora che le donne e i bambini innocenti sono sbandati,
E si affliggono tra le strade che in passato furono civili
Adesso che dopo il dramma dell’emigrazione,
Un popolo prova la stolta ingiustizia delle deportazioni;
Adesso che nelle fosse la tortura, la violenza escogitata da menti malate,
Sconvolge e viola le fattezze dell’uomo che è fatto ad immagine di Dio;
Adesso che tanto dolore di innocenti non può passare sotto silenzio
E fa breccia anche nel cuore più duro;
Ora che ogni altro grido è inutile
Vedo chiaramente nella notte triste e imparo,
So che l’inferno si apre sulla terra
In misura di quanto l’uomo follemente si allontana
Dalla purezza della Tua passione.La condotta dell’uomo, il cumulo di dolore che l’uomo ammucchia sulla terra
Sono una piaga nel tuo cuore (nel cuore di Dio)
Nel tuo cuore (di Dio) risiede l’amore autentico e perenne.
Cristo, palpito pensoso, stella incarnata nel buio dell’umanità,
Fratello che ti immoli eternamente per riscattare il fango umano,
Santo, Santo che soffri, Maestro e Fratello e Dio che sai quanto siamo deboli,
Santo, Santo che soffri per liberare i morti dalla morte fisica e dar loro la vita Eterna
E per sostenere noi vivi e infelici;
Non piango più di un pianto che sia soltanto mio (il pianto di Ungaretti è quello del popolo Ebraico).
Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo che patisci.
Metrica e figure retoriche del componimento
Mio fiume anche tu si compone di tre strofe irregolari di endecasillabi e settenari liberamente alternati.
Per quanto riguarda le prime due strofe si segnala la particolarità dell’espressione “ora che... ora che...”, la quale si ripete numerose volte e ha la funzione di introdurre di volta in volta un elemento nuovo.
Tra le principali figure retoriche segnaliamo:
- anafora: "ora che" e "che" ai versi 1, 2, 13, 18, 22, 24, 7, 9, 11, 14;
- similitudine: "E come a stento erotto dalla pietra / Un gemito d’agnelli si propaga / Smarrito per le strade esterrefatte" ai versi 4/6.
Una lirica sul dolore di un popolo e il bisogno di Fede di Ungaretti
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Molte liriche contenute nella raccolta Il dolore altro non sono che una profonda meditazione dell’autore sulla propria vicenda privata e, in particolare, sull’esperienza di sofferenza scaturita da immani sciagure private, a cominciare dalla morte del figlio, mentre Mio fiume anche tu va oltre, rappresentando un ampliamento, un superamento della sfera personale per esprimere, invece, il patimento di un intero popolo, quello ebraico, durante il periodo nazista.
Ungaretti si trova a Roma durante il rastrellamento degli ebrei nell’Ottobre del 1943, e l’evento inevitabilmente lo scuote spingendolo a scrivere questa lirica dove l’attualità, tuttavia, è solo il punto di partenza che lo conduce a innalzare, per usare ancora una volta le parole di Piccioni, il suo "più spiegato canto religioso".
La sorte ingrata degli ebrei e l’innocenza calpestata dalla brutalità di cui è capace l’uomo portano con sé domande cariche di angoscia sul senso stesso dell’esistenza e, ancora di più, sulla presenza di Dio, che proprio durante certi frangenti appare tanto, troppo lontano.
Ungaretti conosce un unico modo per superare le suddette contraddizioni, la Fede. All’orrore il poeta, che dalla fine degli anni ’20 ha abbracciato la religione, dà quindi una risposta carica di ottimismo e positività, quella che Portinari definisce "una fede con strutture ordinate e sicure, certificate".
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Mio fiume anche tu”: la poesia di Giuseppe Ungaretti sul dramma degli ebrei durante l’occupazione nazista
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