Maledetti uomini
- Autore: Andrev Walden
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Iperborea
- Anno di pubblicazione: 2026
Una volta ho avuto sette padri in sette anni. Questo è il racconto di quegli anni.
È con queste parole, con questa estrema sintesi a mo’ di introduzione, che lo scrittore svedese Andrev Walden apre il suo libro; una premessa più che sufficiente per spiegarne il titolo, Maledetti uomini (Iperborea, 2026, trad. di Laura Cangemi). Anche se in fondo, a ben pensarci, questo titolo è quasi un eufemismo, fin troppo edulcorato; sarebbe stato più opportuno utilizzare la frase ripetuta a mantra da Piccola nuvola, un’amica della madre della voce narrante: “Uomini del cazzo”.
“Uomini del cazzo”, dice verso la fine di ogni conversazione con la mamma. O almeno verso la fine di ogni conversazione sugli uomini, anche se a quanto pare l’argomento è sempre quello.
Lo dice anche la mamma.
“Uomini del cazzo”, dice scuotendo la testa.
Lo ripetono a turno. A volte con una risata, a volte in lacrime. Lo dicono sul divano e lo dicono sotto la cappa dei fornelli.
Ritornando alla sua infanzia, nella Svezia degli anni Ottanta, l’autore traccia un picaresco, a tratti comico e assai colorato ritratto del periodo in cui la madre, tirandosi fuori da una storia tossica e portandosi dietro nel trasloco anche tutta una serie di non detti, inizia a passare da una relazione a un’altra, facendo scontrare il destino del figlio con quelli di sette uomini diversi. Nessuno di questi ha un nome proprio, né tantomeno un cognome; sono piuttosto indicati da una sorta di appellativo che il bambino affibbia loro e che ne indica la caratteristica principale. Si susseguono così il Mago delle piante, l’Artista, il Ladro, il Pastore, l’Assassino, il Canoista e l’Indiano. Sette uomini, anzi sette padri. Ché di uomini, a gravitargli intorno, ce ne sono stati di più, ma in questa ricostruzione a decenni di distanza c’è una ferrea regola:
Nei giorni a Stoccolma la mamma comincia a frequentare un uomo. Fa il musicista e ha scritto una canzone che trasmettono continuamente alla radio. Me la ricorderò, dato che la odio con particolare trasporto, ma non mi accorgerò nemmeno del fatto che l’uomo che l’ha scritta esce con la mamma.
Lei me lo dirà solo molti anni dopo. Scriverò un libro sui miei padri e lei mi suggerirà di inserire lui al posto dell’Artista o del Ladro o del Pastore. Meglio ancora, al posto di tutti e tre. Io invece non lo annovererò tra i padri perché la scrittura deve seguire una serie di regole e la più importante reciterà: un uomo non può essere annoverato tra i miei padri se non mi ha mai fatto venire il dubbio di doverlo chiamare papà.
Non conoscendo, almeno fino a un certo punto della narrazione, il proprio padre biologico, il giovanissimo protagonista si ritrova spesso di fronte a questo enorme dubbio. Cambiano le regole e i ritmi di casa, nonché gli indirizzi, e ancora le attitudini, le automobili, gli argomenti da evitare o da prediligere a tavola e lui si chiede ininterrottamente se questo nuovo paio di braccia che lo solleva quando si addormenta nel lettone sia quello definitivo. Va da sé, vista la cifra già più volte ripetuta, che ogni possibilità di uscire dall’impasse si rivelerà una disfatta. La chiusura di ogni parentesi, infatti, obbliga madre e figlio a un trasloco, a un allontanamento; Maledetti uomini è soprattutto una narrazione di fuga da individui violenti, un costante allontanamento ritmato da problemi economici e ricerca di indirizzi temporanei, uno slalom fra maschi carenti in tutto, quando non inclini all’imbarazzante e vana supremazia patriarcale. Tanto autocelebrativi quanto buffi nelle loro debolezze, gelosi, impacciati nei sentimenti, vittime del confronto fra di loro, alcuni ai limiti della legalità nelle loro manie. Sette esemplari di padre che dimostrano forse quanto sia difficile esserlo, un padre, o forse quanto poco si sforzino gli uomini nel provare a esserlo, a diventarlo.
Eppure, da queste poche righe si potrebbe quasi avere l’impressione che a costituire lo scheletro portante di questo romanzo ci sia solo una mezza dozzina di ritratti maschili. Niente affatto. Maledetti uomini, malgrado queste promesse, è un grande romanzo di formazione e una preziosa narrazione dell’infanzia. Nei risvolti avventurosi di questa esistenza in costante movimento, le pagine di questo racconto in prima persona mostrano la varietà del mondo quando viene osservato ad altezza bambino, fra fantasia e mostri sotto il letto, dove tutto è avventura e tutto è ostacolo all’avventura, le amicizie sono punti saldi e gli adulti strani e incomprensibili, i ritornelli delle canzoni fanno da colonna sonora a grandi tappe della vita e i primi calori sentimentali e ormonali sono magagne che non si sa bene come gestire. Andrev Walden scrive fino alla soglia ultima di quest’età; “Domenica 8 luglio 1990”, si legge a pagina 416, quasi al termine del libro, “finisce l’infanzia”. Come ci si affaccia all’adolescenza con quest’educazione frammentata, con questa figura paterna che pare mitologica con le sue (almeno) sette teste? Va letto questo strepitoso romanzo, se si ha voglia di saperlo.
Maledetti uomini (Gli Iperborei Vol. 405)
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Maledetti uomini
Lascia il tuo commento


Ho letto il romanzo di recente e trovo la recensione ottima, un dipinto quasi migliore dell’originale.
Ci tengo ad aggiungere una nota di critica allo stile del libro a volte brutale che non ho apprezzato perché a mio modesto avviso non si addice al protagonista, un bambino che subisce le relazioni disfuzionali degli adulti che dovrebbero essere di riferimento. Sembra che l’autore in certi passaggi dimentichi che a parlare sia un bambino. In ogni caso l’espediente narrativo offre un ottimo spunto di partenza per esplorare relazioni tossiche purché non si perda di vista che per creare una relazione tossica ci vuole l’incontro di due strutture psichiche compatibili per questo costrutto disfunzionale. Insomma si è sempre in due, se da un lato c’è un prevaricatore dall’altro c’è qualcuno che gli permette di prevaricare.