- Autore: Ilaria Montaguti
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Non solo il canale di Reno, che attraversa Bologna grosso modo tra le Porte San Felice e Castiglione, anche il canale delle Moline, il Cavaticcio e soprattutto il torrente Aposa, che c’è ma non si vede, scorre sotterraneo, al momento non visitabile. Si percorre eccome invece (fogne parigine in scala ridottissima), nel thriller di Ilaria Montaguti Lo scannatoio dell’Aposa, pubblicato nella collana “I Gialli Damster” del marchio omonimo delle modenesi Edizioni del Loggione (maggio 2026, 290 pagine), con immagini interne a tutta pagina in bianconero, elaborate dalla stessa autrice.
L’inguaribile lettrice felsinea, ufficialmente scrittrice di noir dal 2021 (Il corpo incorrotto, Damster), conosce bene i segreti della sua Bologna dai tetti rossi, ha imparato a fare luce sulle oscurità della storia cittadina, quelle che si rivelano, a sapere dove guardare e anche quelle che non si mostrano o si notano meno.
Totalmente ipogeo, invisibile in superficie, l’Aposa appartiene alla seconda categoria. È l’unico corso idrico naturale a Bologna, informa l’Associazione Amici delle acque. Lungo circa 7500 metri, nasce dalle colline sopra Roncrio fuori Porta San Mamolo, per sfociare al Sostegno del Maccagnano nel Canale Navile. Un tempo a cielo aperto, poi tombato a più riprese durante i secoli ma rispettando il suo alveo originale, è servito come collettore fognario, bonificato in parte tra il 1997 e il 2000, quando sono stati inaugurati i nuovi accessi, le Botole, nelle piazze Minghetti e San Martino. Sotto Via Rizzoli è localizzato lo splendido intradosso del Ponte romano. Lungo la terza cerchia di mura si eleva il Serraglio, costruzione fortificata medievale, edificata nel XIV secolo per controllare l’ingresso sotterraneo del torrente in città, tra viale Panzacchi e via Alfonso Rubbiani. Prima del riassetto urbanistico di fine Settecento, all’interno erano attivi pubblici macelli e scorticatoi per la lavorazione dei suini, che sfruttavano le acque come colatoi.
Nella seconda categoria, quella dell’osservo e m’impressiono, rientra Via dell’Inferno, in pieno centro storico. Imboccandola, si palesa in tutta l’angustia e unicità. Per Ilaria, è inconfondibile: l’attenta scrittrice di casa aggiunge ch’è uno dei luoghi misteriosi di Bologna, inquietante di notte, stretta e opprimente di giorno, sempre in ombra, inscatolata com’è tra vecchie case incombenti.
Ore venti e trenta, fine maggio. All’ingresso del commissario Pelagatti nella viuzza, con gli agenti Rossi e Venturi, sono spettrali i coni di luce circoscritti creati dai vetri opachi e graffiati di “due miseri lampioni a lanterna”, fissati ai muri delle abitazioni. Mai tanto deserta e silenziosa in modo innaturale, era la strada principale che attraversava il ghetto ebraico, secoli prima. Il nome, secondo Montaguti, deriva forse dall’oscurità della zona o dalle condizioni difficili in cui gli ebrei erano costretti a vivere.
Dallo scantinato del numero 10 di Via dell’Inferno, attraverso una porticina di ferro, ora spalancata, si accede al condotto interno attrezzato del torrente Aposa. Il cadavere è di Mathias Alpaca - ucciso con un’arma da fuoco, un colpo alla nuca - uno spacciatore di stupefacenti ai minori. Vendeva pasticche ai ragazzini. La feccia della feccia. Perfino il pacato, comprensivo e ben voluto questore era andato fuori giri nell’interrogarlo, qualche giorno prima. Chi c’era, ha riferito che il dott. Cervellati si era trattenuto solo a stento dal tirare fuori la pistola. Questione personale: ha perso il figlio dieci anni fa, per un collasso caldo circolatorio, in una discoteca in centro, provocato dall’ingestione involontaria di sostanze disciolte da un amico nella Coca Cola, per gioco. Il ragazzo in vena di scherzi stupidi aveva comprato la roba da un maledetto pusher. Un Alpaca.
Tra vicolo e reazione del questore, i lettori si possono fare un’idea dello stile incisivo di Ilaria e della sua capacità di geolocalizzare efficacemente i luoghi della città e di fissare i caratteri dei personaggi.
Il parterre dei protagonisti ritrova l’ispettore Edo Guidi - empatico ma tormentato e autocritico, anticonformista ma intuitivo - in una posizione inizialmente defilata dal caratteraccio del rivale Pelagatti, responsabile del Commissariato Due Torri. Guidi, già attivo nel thriller del 2021, è tornato anche in 666 Dannati archi, numero due di Ilaria Montaguti (Damster, 2022).
Il torrente è un labirinto di pietra sotto il suolo bolognese, un luogo cupo, opprimente, esaltato nella sua indecifrabilità dalla scrittrice, che riesce a fare avvertire quasi sonoramente “il ruggito brutale dell’Aposa”. La stessa scena del primo crimine - con il lugubre lurido alveo del torrente tombato, sormontato da ampie volte in laterizi, sostenute da colonne altre anche tre metri - riporta a uno scannatoio, un antico macello dove venivano uccisi i maiali e si operava il trattamento di tutti le parti dell’animale, integralmente utile, a vari scopi non solo alimentari. La lavorazione si svolgeva anche con il concorso di fiamme vive e acqua bollente, generando fumi e vapori da far somigliare il luogo a un angolo degli inferi. Da qui il nome Inferno, ereditato dal corso stradale superiore.
L’assassino semina una scia di sangue e la caccia degli investigatori si fa serrata, in un clima narrativo che risente spesso dell’oppressione claustrofobica di spazi limitati, capaci di trasmettere stati d’ansia ancestrali. Infatti, c’è spazio narrativo per il passato e il presente, storia e cronaca della città, nata da un piccolo villaggio villanoviano, diventata potente capitale etrusca, poi colonia romana (Bononia, nel II secolo a.C) e fiorita nel suo massimo splendore in epoca medioevale, Libero Comune che ospitava l’Università più antica del mondo (Alma Mater, 1088).
Dimenticavo. Guidi ha un diavolo per capello, il questore ha trovato una nuova sistemazione per lui. A Modena. Trasferito, accidenti! Proprio non ci sta.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Lo scannatoio dell’Aposa
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