- Autore: Clementino Vannetti
- Categoria: Narrativa Italiana
Breve fu la permanenza di Cagliostro a Rovereto, nel 1788. Appena quarantasei giorni vissuti nell’ambiente dell’Accademia Roveretana degli Agiati, organizzata e presieduta dall’erudito Clementino Vannetti. Come medico, il conte Alessandro aveva conquistato l’attenzione del popolo che gli manifestava un encomiabile riconoscimento e di quei giorni Vannetti produsse un resoconto in latino intitolato Liber memorialis De Caleostro cum esset Robereti, conosciuto con il titolo Il vangelo di Cagliostro, perché l’autore imitava “lo stile e la sintassi” con i quali l’evangelista Marco si era servito per scrivere le vicende di Gesù Cristo. Il libro, la cui narrazione è comprensiva di sedici quadri in cui sono esposti i fatti, ha un’elegante introduzione di Marc Haven, corredata di note esplicative, che con chiarezza offre conoscenze e suggestioni sul Gran Cofto. (Diciamo per inciso che lo scritto di Vannetti fu ripubblicato a Todi nel 1914, a cura di P. Maruzzi, intitolato Il Vangelo di Cagliostro il Gran Cofto tradotto dal Latino con studio critico e bibliografia di P. M.).
Marc Haven intrattiene il lettore con riflessioni sui personaggi che, sia in Oriente come in Occidente, in varie epoche fanno la loro comparsa per lasciare una indelebile traccia. Hanno costoro una superiorità di energia, d’intuizione e di giudizio rispetto ai loro contemporanei:
la tradizione popolare ci conserva il loro nome e il racconto delle loro meraviglie.
Arrivano per destrutturare il patrimonio di credenze tramandato dalle generazioni precedenti. Invecchiano le conoscenze e occorre cambiarle: “solo i giovani dèi fanno miracoli”. Quando l’ordine sociale si rivela insufficiente, le ore precedono la rivoluzione:
La fine del XVIII secolo era un’epoca di questo genere. Cagliostro fu uno di quegli uomini. In mezzo a preti disillusi, a ricchi signori annoiati, ad eruditi che dubitavano di tutto, ad infelici che mancavano di tutto, egli risvegliò la speranza e la vita con l’autorità della sua parola e la potenza dei suoi atti.
La reputazione di Cagliostro è fondata su “una conoscenza profonda del passato e su una concezione ampia dei bisogni dello spirito umano”. Un giudizio lusinghiero in quanto veritiero viene così espresso:
Mesmer si arricchì attraverso il suo magnetismo; Cagliostro donò il suo tempo, i suoi rimedi e il suo denaro ai malati che si presentavano e passava ad altri lavori.
Di lui Marc Haven sottolinea l’impegno nell’arte ermetica della trasmutazione dei metalli ed espone una valutazione della personalità del conte Alessandro: uomo dallo spirito così libero da sfuggire a ogni etichettatura. Sicché, la massoneria non potendolo ingabbiare, preferì rompere con lui. L’immagine è quella di un audace combattente che ha avuto nemici attorno a sé:
medici gelosi del suo successo, personaggi ufficiali ostili ad ogni originalità, ambiziosi inquieti della sua fama, furfanti scoperti dalla sua veggenza, polemisti prezzolati; o amici, in piccolissimo numero, discepoli devoti, spesso maldestri nel loro eccessivo zelo, più adatti a nuocergli che a farlo stimare.
Vannetti, dice Haven, ha svolto il ruolo del reporter che ha annotato giorno per giorno
tutto ciò che avrebbe potuto vedere, ascoltare o apprendere su Cagliostro […]. Presi gli appunti, ne fece un libro […] è il documento più prezioso che abbiamo sulla sua persona, quello che ci permettere un po’ nel suo tempo, vicino a lui, di raffigurarci ciò che egli era, ciò che diceva, quel che poterono pensare di lui coloro che lo avvicinarono.
Quasi alla fine del suo scritto, in una sorta di congedo Vannetti ne espone la genesi:
Ed ecco le cose che a tutta prima ci sono parse degne d’essere riportate su Cagliostro. Colui che le scrive, non ha mai parlato con lui. Ha scritto quel che gli è stato detto senza odio, né amore, nulla togliendo, nulla aggiungendo, ma sforzandosi soltanto di conservare alla storia tutto quello che si diceva in città, su quest’uomo celebre, lasciando agli altri la cura di giudicare.
Vannetti non è lo storico che va negli archivi impolverati a cercare documenti scritti, ma è una sorta di demologo che ha raccolto dalla viva voce del popolo quel che si diceva su Cagliostro. Un reporter, esattamente l’ha definito Marc Haven. Dalla sua “officina” ha immaginato le critiche che i lettori gli avrebbero rivolto. Una in particolare sulla scelta linguistica:
Ma perché avete scelto piuttosto questo genere di narrazione? Il giovane rispose: perché nessun genere è più adatto ad esporre brevemente ed espressamente ogni fatto e perché esso conveniva a quel che si pensava del personaggio […]. Ma acciocché sappiate che questo genere di stile non è speciale dei vangeli, guardate la traduzione di Esopo in latino, e altresì quello che il bizantino Planuda ha scritto su Esopo…
Leggendo il testo pare di incontrare Gesù che, seguito dalla folla, compie il miracolo della guarigione. Cagliostro è il medico che gratuitamente e con umanità si prende cura degli ammalati e ai poveri dona il denaro di cui hanno bisogno per sopravvivere. I cittadini discutevano tra loro chi fosse:
E si sparse nel popolo la voce che fosse un profeta, che non riceveva denaro da nessuno, né doni in natura e che non faceva differenza alcuna tra il povero e il ricco, non facendo che conquistare i cuori e attaccarseli per aiutare la sua opera di misericordia. E tutti correvano da lui, ricevendone ricette e piccole somme per comprare i medicinali. Ma ce ne erano molti che scuotevano la testa e si rifiutavano di credere finché non avessero visto dei risultati.
Era dalla gente considerato come un Dio, ne aveva creato un personaggio mitologico che faceva risorgere i morti e parlare con i vivi e mangiare con loro. Il popolo credeva che fosse nato tanti secoli addietro e che avesse partecipato alle nozze di Cana, bevendo “l’acqua cambiata in vino”. Ma Cagliostro parlava di sé senza rivelarsi, cioè alimentando misteri:
Sono state scritte intorno alla mia persona e ai fatti della mia vita molte sciocchezze e menzogne, perocché nessuno conosce la verità. Ma è necessario che io muoia, e allora, dopo la mia morte, ciò ch’è stato da me compiuto a tutti sarà cognito dalle parole scritte che lascerò.
Sapeva benissimo che non avrebbe lasciato scritti su di sé, ma si esprimeva così per rendere la sua persona ancora più leggendaria. A coloro che sospettavano che fosse maomettano o ebreo, rispondeva:
perché siete dubbiosi e turbate la vostra mente? Tanto l’una che l’altra di queste sette lascia una traccia indelebile. Venite meco e saprete.
La sua morale era quella cristiana dell’amore per il prossimo, la caritas paolina anche verso i nemici:
In ogni luogo ove sono stato, molto ho sofferto dalla parte degli uomini; e non volli mai far male a chicchessia; al contrario volli aiutare ognuno. Questa è infatti la carità che assimila l’uomo a Dio: rendere il bene per il male, e sottrarre il nostro genere umano alle tribolazioni.
Veniva da lui anche gente ostile:
tentava di farlo parlare e di prenderlo in flagrante delitto di menzogna e contraddirlo.
Addirittura si riteneva che avesse il dono dell’ubiquità: contemporaneamente a Milano e a Rovereto.
Vannetti mette in rilievo la “potenza” delle sue parole e racconta l’episodio dell’indemoniata che vale la pena di riportare:
Ora c’era in città una fanciulla lunatica che urlava, con la schiuma alle labbra e i denti serrati, e si gettava su coloro che l’accostavano nella sua collere e nel suo furore. Volevano condurla da lui, ma non potevano. Allora venne lui stesso a vederla per scacciare lo spirito della sua malattia; e mai fino ad allora, egli aveva agito così con un altro malato. E molti tra i più elevati della nobiltà credevano in lui e conservavano tutte le sue parole con cura.
Cagliostro non si sostituiva ai medici e non perseguitava i suoi nemici. Egli diceva: “Nessuno può fare il bene senza far sorgere gli invidiosi”. Sopportava le calunnie nei suoi riguardi e tutti aiutava: sia nemici che amici. Per farsi guarire accorreva gente anche da paesi lontani. Si era velocemente sparsa la voce delle guarigioni compiute a Strasburgo:
Per questo e per molti atti meritori gli abitanti di Strasburgo fecero incidere il suo ritratto con, sopra, alcuni versi in lingua francese, rendendo testimonianza ai suoi meriti.
Precisa in nota Marc Haven che è il ritratto inciso da Guérin, e che è stato riprodotto in testa al suo libro. Gli aneddoti che Vannetti racconta, unitamente ai casi di guarigione, testimoniano la saggezza e l’onestà intellettuale e morale di Cagliostro. Egli affida la conclusione a una sorta di apologo, in cui è racchiuso il mistero del personaggio che sfugge di mano nel momento in cui lo si voglia definire.
Dopo che il conte in carrozza lasciò Rovereto per recarsi a Trento, un poeta pubblicò su di lui una pièce nella quale lo descriveva mentre iniziava dei liberi muratori alle sue dottrine, secondo l’opinione del popolo:
Si sparse la voce che egli era stato ricevuto con i più grandi onori a Trento. Ma le persone sensate e gli uomini leali che erano a Rovereto parlando tra loro di quel che era successo, e riflettendo arrivavano alla fine a questa conclusione: vi è grande materia per dubitare: tutto ciò è molto contraddittorio; quest’uomo è un vero enigma, e non si può portare un giudizio su di lui fino a che la fine della sua vita non abbia rivelato ciò che egli era.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Liber memorialis De Caleostro cum esset Robereti
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