- Autore: Morgan Dick
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Fazi
- Anno di pubblicazione: 2026
Un necrologio è una piccola biografia dell’assenza. Racconta chi era qualcuno e chi lo ha amato, riassume una vita in poche righe, cerca di tenere insieme i pezzi prima che si disperdano. Di solito lo leggono i parenti, gli amici, le persone che hanno il diritto di essere tristi. Mickey Kowalski legge quello di suo padre su un giornale e scopre che il suo nome non compare tra i cari. Ventisei anni di silenzio, condensati nell’unico posto in cui avrebbe potuto esserci e non c’è.
Da questa piccola, precisa ferita parte La figlia preferita di Morgan Dick (Fazi Editore, 2026, trad. di Silvia Castoldi), romanzo d’esordio dell’autrice canadese che sceglie di raccontare non il lutto, ma tutto quello che il lutto non contiene.
Morgan Dick sceglie un punto di partenza insolito per un romanzo sulla famiglia: non una crisi, non un conflitto esploso, ma un necrologio. Un punto di fine. E lo fa con una costruzione narrativa precisa, geometrica, che non vuole incancrenirsi nel dolore evidente e dichiarato della perdita, ma dilatarsi in quel dolore che rimane tra le righe. Non dichiarato, non vissuto, alle volte odiato e dimenticato. Quello di una storia familiare che nessuna delle due protagoniste ha potuto vivere per intero, perché ciascuna ignorava l’esistenza dell’altra.
Mickey e Arlo sono sorelle. Non sanno l’una dell’altra. Non sanno di condividere un padre, una perdita, e adesso un’eredità. Mickey Kowalski ha trentasei anni, fa la maestra d’asilo, tiene la vodka nella borraccia e non pensa ad Adam Kowalski, suo padre assente da ventisei anni, o almeno fa di tutto per non pensarci. Arlo è psicoterapeuta, è cresciuta con Adam Kowalski, ne custodisce il ricordo con la cura di chi ha ancora qualcosa da proteggere. Quando l’avvocato convoca Mickey e le legge le condizioni del lascito, una somma considerevole subordinata a sette sedute di psicoterapia, la terapeuta che le viene assegnata è Arlo. Un gioco del destino o una pianificazione voluta? Quello che è certo è che le due donne si siedono una di fronte all’altra senza sapere chi sono davvero l’una per l’altra.
La terapia diventa il dialogo imposto che fa conoscere, identificare, avvicinare le protagoniste e che contemporaneamente dà respiro alla storia, che si amplifica, si complica, si dilata in ogni piega. Diventa uno spazio in cui due donne che non sanno di essere sorelle si trovano a scavare nella stessa ferita da lati opposti. Mickey porta il rancore di chi è stata abbandonata, Arlo la fragilità di chi ha costruito la propria identità su un ricordo che rischia di sgretolarsi. Morgan Dick non concede a nessuna delle due la posizione comoda della vittima assoluta, né quella rassicurante di chi ha ragione. Entrambe hanno una versione di Adam Kowalski, padre devastante per una, padre amato per l’altra, e nessuna delle due versioni è falsa del tutto.
Mickey e Arlo si riconoscono. Seduta dopo seduta, con una distanza che si assottiglia e le fa simili negli affetti e nelle solitudini. Due esseri speculari che hanno vissuto di una sola richiesta: avere l’amore e l’attenzione del padre. Ed è proprio qui che Morgan Dick rivela cosa vuole davvero raccontare: non una storia di eredità contesa, ma una storia di fame affettiva che attraversa due vite parallele senza mai incontrarsi, finché qualcuno non le mette una di fronte all’altra.
Morgan Dick ci consegna questa storia complessa con una sintassi pulita, controllata, senza eccessi. Frasi brevi, dirette, costruite per avanzare senza gravare. Una scelta che diventa ritmo. Un ritmo che diventa identificazione. Il lettore entra nelle emozioni delle protagoniste senza accorgersene, cercando parte di sé in loro. La traduzione di Silvia Castoldi ha il merito di mantenere il significato della lingua di origine con leggerezza, una leggerezza capace di tenere il lettore dentro la storia, aiutandolo a capire, forse a scegliere una parte. Sicuramente a non giudicare.
E così il perimetro del necrologio che apre il romanzo si fa sempre più sfumato. Non è più un annuncio di morte, ma qualcosa che delinea un’appartenenza affettiva, comune a entrambe. Non una riabilitazione, non il ritorno di un amore che non c’è stato. Ma una comprensione dei limiti di quell’uomo. E forse, in quella comprensione, qualcosa che assomiglia a una pace affettiva. Per entrambe.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La figlia preferita
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