- Autore: Susan Daitch
- Categoria: Narrativa Straniera
- Casa editrice: Safarà editore
- Anno di pubblicazione: 2026
L’eccellente copertina di La colorista (Susan Daitch, Safarà, 2026, trad. di Claudia Durastanti) è evocativa, esegeta dell’essenza variopinta, lichtensteiniana, pop-intellettuale del romanzo. Un romanzo di cui fidarsi e assecondare in ogni senso; a cominciare dal suo essere formalmente errabondo, piuttosto che lineare.
La colorista attraversa il lettore, invece che dettargli strade maestre. Il risultato può a tratti disorientare ma è piacevole e suggestiona come una corsa sulle montagne russe. Se in America è assurto a cult anni Novanta - e la sua autrice a sua volta - è sulla scorta del potenziale fresco, dinamico, metonimico, che agevola. Riflesso delle tavole a fumetti che la protagonista colora nella New York di fine anni Ottanta. Si chiama Julie ed è una ragazza come tante nell’alveo finto-fluo dell’East Side newyorchese - post-modernismo realizzato, maledettismo e magnetismo artistico-esistenziale a caro prezzo -. Per sfangarla in qualche modo collabora con una precaria editrice di fumetti, si spende per ore sulle strisce di Electra - il suo quasi alter-ego supereroico che colora -, cerca risposte a vaghi e pressanti quesiti esistenziali che la assediano. Sotto questo aspetto nemmeno Eamonn - irlandese, fotografo, militante, partner più idealizzato che ideale - le è molto d’aiuto.
Quando Eamonn mi aveva detto di non prendere troppo sul serio le immagini nascoste nei miei incubi, aveva commesso un errore, ma io avevo imparato la lezione: mai chiedere un atto di fede a un uomo convinto di essere un baco nella mela. I sogni: una virata imprevedibile e scomposta del cappello verso i geroglifici della mia infanzia. In questi drammi notturni, Eammons vedeva solo i segni dell’anarchia mentale. Anche lui aveva le sue irreali recite domestiche. Indossava un maglione sbrindellato come se fosse un relitto della Rivolta di Pasqua del 1916 e lui fosse stato appena trascinato fuori dall’ufficio postale di Dublino, crivellato di proiettili inglesi. Pure io ho un paio di camicie stracciatissime, ma mica fingo che rappresentino qualcosa.
Come il Woody Allen dei suoi anni più ispirati, Susan Daitch è capace di repentini cambi di passo narrativo in funzione di sotto-testi sardonici, densi e disincantati, acuti e insieme paradossali. Susan Daitch è, in altre parole, dotata di una prosa multiforme, magica, in grado di far sorridere, pensare e disperare contemporaneamente.
Per ritornare alla trama e accennare al suo climax: quando il destino della casa editrice e della sua eroina di punta virano decisamente al peggio, Julie e la sua sodale inchiostratrice si giocano il futuro con una versione tutta loro del fumetto: prevede l’atterraggio di Electra sulla Terra. Il che significa vedersela - in primo luogo - con le propaggini di una metropoli-paradigma dei lati oscuri dello stare al mondo.
Il mondo di Electra si era trasformato in una casa degli specchi. Lei rifletteva o imitava ogni situazione in cui si trovava. Considerava questa condizione una specie di malattia che era rimasta latente per anni: probabilmente l’aveva contratta nello Spazio. I primi sintomi erano stati le goffe ripetizioni polifoniche a pappagallo di altre persone. Gli abitanti di Allen Street evitavano Electra perché lei li imitava involontariamente. Assumeva all’istante l’aspetto e la voce di ogni passante casuale. La sua natura riflettente raggiungeva proporzioni tali che Electra diventava, a tutti gli effetti, invisibile. Non aveva alcun controllo su sé stessa. La gente si riconosceva in lei, il che era fonte di confusione per entrambe le parti, oppure lei si amalgamava agli edifici. Era una condizione anti-solipsistica.
Eccetera, eccetera e basta così, poiché il finale è vicino un passo.
Apprendo dal comunicato stampa che il romanzo è uscito in prima edizione americana (1990) per l’autorevole Vintage Contemporaries. E del fatto che presto sarebbe diventato un romanzo di culto, ho accennato in precedenza. Se mi ripeto è per arrivare ai pregi dell’editrice Safarà che ne cura e patrocina questa prima edizione italiana, sapendo bene ciò che fa. Attraverso uno stile sofisticato ma irretente, La colorista ha infatti mantenuto integro il suo valore e l’attualità filosofica: fino a che punto riusciamo a essere la versione autentica di noi stessi? Per la risposta, prego rivolgersi - in seduta spiritica o attraverso lettura dei suoi testi - a Luigi Pirandello.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: La colorista
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