- Autore: Giovanni Corti
- Genere: Romanzi e saggi storici
- Categoria: Narrativa Italiana
- Anno di pubblicazione: 2026
Mostri non si nasce, si diventa. Sono le circostanze a decidere. Gli eventi e qualche situazione particolare possono indurre un uomo ad assumere atteggiamenti estremi. Non solo Giovanni Corti ha maturato questa convinzione, ma l’ha resa la trama di un suo romanzo L’isba, per le edizioni il Ciliegio (Lurago-Como, aprile 2026 collana “Noiregialli”, 336 pagine).
Mica poco il fieno nella cascina dello scrittore settantunenne di Oggiano (Lecco), per la casa editrice dell’altro ramo del lago: è il decimo, un bel numero. Tanto già scritto, tanto ancora da scrivere, col suo stile evocativo, particolare, ricco di spunti, di conoscenze, di tracce delle sue esperienze.
Delle isbe gli parlava il padre alpino, reduce dalla Russia e dalla tragica ritirata dal fronte del Don, a piedi, con le “scarpe di cartone”. Giovanni ripete quell’espressione nel romanzo, ripresa magari direttamente dal padre e che circolava tra le nostre truppe, diffondendosi da allora come un modo di dire popolare. In realtà, le nostre forniture militari non saranno state abbondanti e di prim’ordine, ma nemmeno tanto scadenti. È che gli scarponi in dotazione alle penne nere, più chiodati di quelli della fanteria, erano concepiti per le Alpi e neanche per le peggiori condizioni montane lassù. Ma il gelo implacabile dell’inverno russo, mortale nelle ore di buio, stressava le chiodature, congelandole, provocando il collasso e il distacco di suole e tomaie. Ai nostri mancavano di certo gli eccellenti valenki, gli stivali dei soldati russi, in feltro di lana di pecora, come confermano tutti gli autori di pubblicistica e narrativa di quella campagna. Gli italiani li toglievano ai morti e prigionieri nemici, che calzavano misure compatibili, risolvendo così il problema e dovendo fare attenzione a non farseli sottrarre.
Luca, nel gennaio 1943, si ritrova isolato in piena ritirata di Russia. A Rossosch finisce in mano ai fanti sovietici. Non fanno e non possono fare prigionieri, impegnati come sono a circondare in una sacca le divisioni alpine italiane. Viene messo al muro della chiesa, con un pugno di commilitoni, ma non è colpito. Sviene, lo ha riparato un compagno di sventura crivellato.
È svegliato da qualcuno che fruga tra i morti. Una giovane donna, esile, bionda, vestita da uomo. Non parlano la stessa lingua, s’intendono a gesti. Lei non teme gli italiani, non sono cattivi. Lo guida nell’isba, casa di tronchi, la tipica abitazione rurale russa in cui vive sola. Fuori, due tombe rivelano qualche perdita recente: fa il segno del fucile. È aggraziata Irina, accudisce il giovane lombardo, affamato, sporco. Lo nutre, lo fa lavare, lo riveste con abiti civili di casa.
1979, ospedale psichiatrico di Como. Il salto dalla pianura russa e dal 1943 è brusco, una scossa, ma narrativamente efficace. Il maresciallo dei Carabinieri Tulipano, “napoletano per metà, procidano per intero”, è stato invitato nell’istituto dal quale si è eclissato un paziente ricoverato dalla fine della guerra. Si chiama Luca Rovera, cinquantasei anni, senza parenti a quanto dicono. Nessuno viene a trovarlo. È ossessionato da una brutta vicenda durante la ritirata di Russia. La raccontava sempre, senza terminarla mai, come se i suoi ricordi si fossero bloccati quel giorno e la vita non fosse più andata avanti. “Tecnicamente si parla di trauma non elaborato, di morte interiore”. Episodi psicologicamente sconvolgenti sono esperienze che “disorganizzano” la mente di chi le vive. Il suo corpo era invecchiato, con quel macigno del passato, tanto opprimente da togliere la forza per progettare un futuro. “Un matto tranquillo”, non una cattiva persona, tuttavia da classificare come incurabile: quando, non si conseguono dopo tanto tempo i minimi risultati, anche la scienza è sconfitta.
Nuovo salto. Tre sbandati, ubriachi fradici, raggiungono l’isba sopra una slitta, trainata da una vecchia mula. Chissà dove hanno trovato l’alcol. Cantano “Giovinezza” a squarciagola. Un ufficiale, un graduato, un soldato. Luca resta nascosto, Irina li affronta. Non vogliono altro, solo lei. La violentano senza pietà. Il caporal maggiore Rovera reagisce. Infilza una gamba con un forcone, ma l’ufficiale è armato. Uno sparo, un colpo alla tempia. Prima del buio, solo il tempo di pensare che quei tre li avrebbe portati con sé all’inferno.
Seconda parte. Porto marittimo di Haydarpasa, Istanbul. Ismail fa il gruista di container, da almeno vent’anni. Poi ancora salti indietro. Alla Russia, agli interrogatori dei sovietici. Terza parte, il gulag staliniano. Una quarta, una quinta, ancora Il Bosforo, traffici sospetti internazionali, Como, il maresciallo e un caso di duplice omicidio in un’azienda in zona.
Mauro Tulipano è una gran bella figura, protagonista di tre precedenti noir di Giovanni Corti, pubblicati dalle Edizioni Il Ciliegio. È in servizio in Brianza, proviene dall’isola di Procida, terza perla del Golfo di Napoli con Ischia e Capri. Si lascia scappare spesso espressioni tipiche napoletane. Ora, da Ischitano, trovo le esternazioni vernacolari del sottufficiale dell’Arma un tantino convenzionali e stereotipate, ma c’è da considerare che l’autore è lumbard e questa ibridazione del perfetto ed efficace linguaggio dei suoi romanzi va presa come un raro omaggio dal Nord alla napoletanità. E poi genera un contrasto simpatico tra l’estroversione del maresciallo procidano e la chiusura a riccio del brianzolo autoctono.
Quelli di Corti sono classici gialli di provincia italiana, col valore aggiunto di livelli temporali sfalsati, frequenti richiami a un passato che è causa e ragione dei casi sui quali indaga Tulipano, in un territorio paesaggisticamente incantevole ma che nasconde segreti, rancori, avversioni radicate da tempo. L’odio cova, in attesa di esplodere, in episodi risolti giusto alla fine, com’è bene, benissimo, in un poliziesco. Un maresciallesco, in questo caso.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’isba
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