- Autore: Davide Cossu
- Genere: Gialli, Noir, Thriller
- Categoria: Narrativa Italiana
- Casa editrice: Newton Compton
- Anno di pubblicazione: 2026
Uno, due, tre, 2023, 2024, 2026: la trilogia di Leon Battista degli Alberti è servita, col famoso architetto (ma non solo, perchè s’intende di tutto) che scorrazza per l’Italia del Rinascimento, a caccia di assassini e di complotti, nei romanzi di Davide Cossu. L’enigma del principe scarlatto è il terzo della saga, pubblicato come i precedenti da Newton Compton (Roma, febbraio 2026, collana “Nuova Narrativa Newton”, 256 pagine).
Davide scrive thriller moderni in costume. Sono ambientati in un passato molto ipotizzato dallo scrittore sardo, popolato però da tanti personaggi storici autentici, a cominciare da Battista (Genova 1404 - Roma 1472). Cossu, cagliaritano appassionato di cinema e lettere, è laureato in filosofia e ha studiato scrittura creativa nella Scuola Holden di Torino. Con Il quinto sigillo (Newton Compton, 2023), esordio assoluto e primo del trittico, ha vinto il Premio Selezione Bancarella. L’anno dopo è apparso Il castello delle congiure.
Ora siamo al terzo titolo quindi, e lo si prenda sul serio, cominciando col compatire le pene d’amore dell’Alberti (quarantenne, come s’avvia a essere il suo autore nel 2027), in ambasce per una nobildonna che gli ha rubato il senno (sempre la stessa, dal primo romanzo).
Troppo bella per non attrarre l’amore degli uomini e troppo astuta per cascare in quella trappola.
In cui invece c’è finito il nostro e non riesce a venirne fuori, avvelenato nel profondo del cuore. Margherita è sposa di Taddeo d’Este, il condottiero ferrarese delle armate della Serenissima Repubblica di Venezia, nella guerra contro i Milanesi.
I due amicissimi di Leon Battista convengono nel considerarlo “impestato di melanconia”. Sono padre Tommaso Parentucelli di Sarzana, ora vescovo di Bologna, e l’avventuriero veneziano Niccolò de’ Conti, uomo d’esperienze mondane e politiche, di sani appetiti sessuali e una certa confidenza con le armi. Alberti invece è un curiale, funzionario della Cancelleria apostolica romana.
Febbraio 1445, a Venezia impazza il Carnevale, ma non si pensi al viavai di maschere costose e raffinate di oggi. Nei tempi passati, il periodo carnascialesco e il martedì grasso in particolare celebravano un sovvertimento di ruoli, un rilassamento dei costumi. I poveri si atteggiavano a ricchi, i nobili fingevano per poco d’essere indigenti. Era una parentesi di libagioni smodate, grandi bevute, motteggi senza freno, sesso clandestino, tolleranza: semel in anno licet insanire (una volta l’anno è concesso diventare pazzi). Dura un niente lo stordimento di un mondo rovesciato sul suo asse. Una gioia effimera il metterlo sottosopra. Il buffone diventa re, il signore mendica in strada e le dame sfogano le loro voglie dietro una maschera mentre i poveri festeggiano perché, per un tempo brevissimo tutto sembra possibile. Fino alla Quaresima, al ritorno alla normalità, al ravvedimento, col capo cosparso di cenere. Polvere sei e in polvere ritornerai.
Niente più di feste e celebrazioni licenziose, di balli e giostre taurine nei sestieri, sembra adatto a nascondere torbide trame, addirittura internazionali, e minacce per il potere costituito locale. All’inizio del secolo precedente, una congiura di famiglie nobili aveva tentato di rovesciare il Dogado repubblicano e si era deciso di creare il Consiglio dei Dieci, eletti dal Maggior Consiglio e dotati di poteri speciali, per reprimere attentati alla libertà e alla democrazia del Leone di San Marco. Da provvisorio, l’organismo è diventato stabile ed è uno dei componenti, Giacomo Loredan, a informare Tommaso e Battista che il loro sodale de’ Conti, “bestemmiatore, libertino e traditore della fede”, è recluso nelle segrete di Palazzo Ducale. Certamente confesserà la colpa sotto tortura.
È stato arrestato in un bordello, dove secondo gli accusatori festeggiava l’insana aggressione a uno degli uomini più in vista di Venezia, l’inquisitore Almorò Donà, fratello di Pietro, il vescovo di Padova presente in città e buon conoscente di padre Parentucelli. Niccolò avrà pure delle ombre nel passato, ma tanto Tommaso che degli Alberti giurerebbero sulla sua innocenza, tanto più dopo che l’ha professata in tutta sincerità ai due, corsi a incontrarlo nella prigione. “Nostro Signore” non l’avrà fatto di “creta di prima mano”, ma se de’ Conti assicura di non essere un assassino, c’è da credergli.
Prima di attardarsi nel bordello, consigliatogli da Contarini, un gaudente, era stato a Palazzo delle Due Torri, la ricca casa dei Foscari, ospite di Jacopo, figlio del Doge in carica, il potente Francesco e successore in pectore, se la mano pubblica non fosse inguantata a Venezia di fermi princìpi repubblicani. Nella Serenissima, è impensabile che il comando passi d’emblée da un padre settantaduenne al figlio, senza sovvertire gravemente le regole costituite.
Il momento storico è particolare: il sultano della Sublime Porta guarda a Oriente, alla conquista di Costantinopoli, ed è interessato a coprirsi le spalle nel Mediterraneo, assicurandosi una tregua con Venezia. Ha spedito in laguna un inviato, latore di un omaggio, una reliquia preziosa, la mano incorrotta di Maria Maddalena, che la Repubblica intende far custodire a Padova, per ingraziarsi anche la Chiesa e il pontefice (un veneziano, Gabriele Condulmer). Per questo sono in città i vescovi Donà e Parentuccelli, stretto collaboratore di papa Eugenio IV. Se non è stato Niccolò (e non è stato), chi ha commesso l’attentato alle Mercerie?
Leon Battista mette a disposizione del caso la sua proverbiale efficacia di cacciatore d’indizi ed elaboratore di dati. Qualità modernissime, ma vestite da Cossu in panni rinascimentali.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: L’enigma del principe scarlatto
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