Immagine dal profilo Instagram di Luca Bellandi https://www.instagram.com/p/DeWjObiIHYZ/
Ci sono pittori davanti ai quali si prova innanzitutto una sensazione. Prima ancora di cercare di capire, si viene catturati da un’atmosfera, da qualcosa che sembra appartenere contemporaneamente al presente e a un mondo scomparso. È questa, per me, una delle caratteristiche più affascinanti della pittura di Luca Bellandi, e in particolare delle opere della serie Ghost, con quegli abiti eleganti, che spaziano dalle atmosfere barocche a suggestioni d’altri tempi, sospesi nello spazio e privati del corpo che dovrebbe indossarli.
È proprio quell’assenza a colpire: la figura della donna è svanita, eppure l’abito sopravvive, ricordando ed evocando con forza il suo essere. Un abito, normalmente, serve a rappresentare una persona. Ne rivela il gusto, l’epoca di appartenenza, la condizione sociale, l’epoca, talvolta persino il carattere. In Bellandi, invece, la donna scompare e l’abito rimane. L’abito conserva la traccia. È come se l’oggetto fosse sopravvissuto a chi lo ha posseduto e ne custodisse ancora l’essenza e la memoria profonda. Questa sensazione è rafforzata dalle scritte che compaiono accanto agli abiti: parole e frasi che sembrano essere altre tracce lasciate da una presenza femminile che non possiamo più vedere. La persona è assente, ma qualcosa di lei, la sua identità riflessa nella stoffa, rimane.
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Il grafismo della memoria: il significato delle scritte nei quadri di Luca Bellandi
Le scritte a mano che affiorano dagli sfondi stratificati di Bellandi non sono semplici elementi decorativi o riempitivi grafici. Esse rappresentano una vera e propria archeologia sentimentale. Spesso frammentate, parzialmente sovrascritte o sbiadite come vecchi diari esposti alle intemperie del tempo, queste parole funzionano come flussi di coscienza visivi. Sono frammenti di lettere mai spedite, titoli di canzoni, spartiti accennati o pensieri poetici che l’artista fissa sulla tela per dare voce all’assenza.
La scrittura diventa così il ponte tra il visibile e l’invisibile: se l’abito evoca il corpo mancante, la parola evoca il pensiero e la voce di quella stessa figura svanita. In questo processo, la raffinata grafia in corsivo - che richiama l’eleganza di un’epoca passata - subisce una metamorfosi cruciale. Pur mantenendo un sapore storico e letterario, il gesto con cui viene tracciata sulla tela eredita la forza dinamica della Pop Art e la graffiante urgenza della street art e dell’underground americano. Bellandi compie un cortocircuito visivo: prende l’attitudine della cultura di strada e la proietta sul contesto storico e aristocratico dell’abito.
Questo espediente trasforma la tela in un palinsesto della memoria, dove ogni strato di colore cancella e rivela allo stesso tempo un segreto passato. Ed è qui che emerge l’anima decadente della sua pittura, impressa direttamente nel tratto dell’artista e nella stratificazione degli sfondi. Il suo segno pittorico, vibrante e talvolta malinconico, insieme a sfondi materici che sembrano consumati dal tempo, evoca la sensazione di un mondo ormai tramontato, del quale sono rimaste solo le forme, le superfici e gli oggetti. Non si tratta di un riferimento storico rigido, ma di una sensibilità lirica: la sopravvivenza della forma che, contaminata da questo graffitismo colto, si fa straordinariamente contemporanea.
Il cane nelle opere di Bellandi, custode del legame e dell’affetto
In questa complessa architettura della memoria, dove gli oggetti sopravvivono agli esseri umani, la figura del cane assume un valore primario e di assoluta centralità poetica. Se l’abito rappresenta ciò che resta della persona, il cane diventa il simbolo di ciò che sopravvive del legame. L’abito conserva la traccia esteriore e storica, ma è il cane a custodire l’affetto e l’essenza intima di quel rapporto.
Il cane è l’animale che non ha bisogno dell’apparenza per dimostrare ciò che è; la sua nobiltà non deriva da un blasone o da un marchio di moda, ma dal comportamento puro: dalla fedeltà incondizionata, dalla costante presenza e dalla capacità di rimanere accanto anche quando tutto il resto svanisce. Bellandi dipinge questi animali non come semplici comparse, ma come veri e propri guardiani spirituali. Nei loro sguardi e nelle loro posture si legge una fiducia reciproca e una volontà di protezione senza secondi fini, una purezza sentimentale che l’uomo contemporaneo sembra aver smarrito nelle nebbie dell’artificialità sociale. In un’atmosfera dove persino la bellezza dei fiori e delle farfalle è destinata a consumarsi, il cane rappresenta la resistenza del sentimento, l’ancora emotiva che si oppone alla solitudine e alla dimenticanza.
I pesci nei dipinti di Bellandi: il ritorno all’istinto primitivo
A contrastare radicalmente questo mondo così sofisticato, fatto di abiti d’epoca, codici sociali e rituali della memoria, compaiono talvolta i pesci. La loro presenza sulla tela non è casuale: il pesce rappresenta una forma di vita primitiva, elementare e ancestrale, che Bellandi inserisce per creare un vero e proprio cortocircuito visivo e concettuale all’interno dello spazio pittorico.
Nella mia chiave di lettura, il pesce diventa lo specchio dell’essere umano contemporaneo che ha smarrito il proprio istinto primitivo. Abbiamo barattato la genuinità dei nostri impulsi naturali con le complesse ma artificiali sovrastrutture di una società incentrata sull’apparenza e sul possesso del segno. Il pesce, nella sua muta e arcaica purezza, si muove in una dimensione priva di maschere storiche o culturali. Rappresenta ciò che eravamo prima di dimenticare come si vive davvero, ponendosi in totale rottura con l’artificio dell’abito e dei simboli sociali. Mentre l’abito racconta la civiltà e la sua successiva assenza, il pesce testimonia la forza immutabile e biologica della natura profonda.
Che cosa resterà di noi? La critica alla società dell’apparenza
Oggi l’apparenza sembra avere acquistato un’importanza enorme. Viviamo circondati da marchi, immagini, loghi, oggetti che devono dichiarare immediatamente ciò che siamo o ciò che vorremmo essere. Si conoscono i nomi dei brand, ma sempre più spesso si perde il significato culturale che quell’oggetto può avere. Un abito elegante non è necessariamente elegante perché porta un determinato marchio. Dietro ciascuno di questi elementi ci sono storie, trasformazioni sociali, comportamenti, emancipazioni, trasgressioni, modi diversi di rappresentare il corpo e il ruolo della donna nella società. Possedere il segno perdendo il significato è una forma di impoverimento culturale.
Ed è forse questo che rende così interessante l’abito senza corpo di Bellandi. L’abito sembra ancora conservare la capacità degli oggetti di raccontare una storia, opponendosi a una decadenza più profonda: quella dei rapporti umani. Se l’abito è ciò che rimane quando la donna è scomparsa, il dipinto sembra suggerire una domanda inquietante: che cosa rimarrà di noi quando non ci saremo più? E soprattutto: rimarrà qualcuno che ci abbia conosciuto davvero?
“Van Dycks Reject”: l’opera che riassume la poetica di Bellandi
Tutti questi elementi trovano la loro sintesi perfetta in un’opera specifica, una delle tele che più amo dell’artista: “Van Dycks Reject”.
In quest’opera, l’assenza si fa tangibile: la donna, evocata dalle ampie e sontuose linee dell’abito seicentesco (che omaggia e allo stesso tempo “rifiuta” la perfezione del maestro fiammingo Antoon van Dyck), sembra guardare avanti verso il futuro. Bellandi interviene con pennellate forti e gestuali, in netta contrapposizione allo stile minuzioso e curato del pittore seicentesco: un richiamo potente a un linguaggio moderno e meno classico, dove l’uso dei colori accesi crea un forte impatto visivo e un cortocircuito temporale.
Accanto all’abito vuoto, il cane assume pienamente il suo ruolo di custode: vigila e controlla che nessuno si avvicini, agendo come una vera e propria guardia del corpo emotiva, una presenza sempre fedele e pronta. Il vestito passa gradualmente da un nero/blu scuro a un bianco assoluto: la presenza si dissolve sotto i nostri occhi e scivola nella dimensione del Ghost. Se la figura femminile è già scomparsa, intuiamo che tra poco svanirà anche l’abito, portando con sé il ricordo di un’epoca, di uno stile e di una cultura ormai perduti.
A fare da contraltare a questa inevitabile sparizione della forma c’è l’imponenza cromatica del cane. Il suo colore marrone si distacca nettamente dal resto della tela; è una presenza solida, densa e terrena che richiama la natura e le sue leggi immutabili. Quando la finzione sociale, l’apparenza e la bellezza effimera dei fiori svaniscono nel nulla, il cane resta. Rimane come simbolo tangibile di un rapporto profondo e incondizionato che la società contemporanea sembra aver smarrito: la fiducia incondizionata, il profondo sentire di essere protetti da qualcuno che ci ama per ciò che siamo, e non per l’abito che indossiamo.
Sullo sfondo, le scritte a mano dell’artista e le sfumature della tela resistono come una firma su un vecchio documento che sta per sbiadire. Il tutto è avvolto in un clima splendidamente decadente, che non guarda con nostalgia al passato, ma fotografa con lucidità il nostro presente: la progressiva perdita della memoria storica, sociale e, soprattutto, umana.
Chi è Luca Bellandi: biografia del pittore livornese
Luca Bellandi è nato a Livorno nel 1962. Ha frequentato l’Istituto d’Arte di Pisa e si è laureato nel 1985 all’Accademia di Belle Arti di Firenze, sotto la guida del maestro Fernando Farulli. Artista poliedrico, ha esposto in numerose mostre sia in Italia che all’estero (tra cui Stati Uniti, Europa e Asia), affermandosi come una delle voci più originali della pittura contemporanea italiana. Dal 1994 ricopre inoltre il ruolo di direttore artistico del settore Arti Visive presso l’associazione culturale “Atelier delle Arti” di Livorno. La sua ricerca artistica si muove costantemente tra influenze classiche e linguaggi moderni, unendo l’uso della scrittura, della grafica e di stesure polimateriche per indagare i temi della memoria, del tempo e dell’archeologia sentimentale.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Luca Bellandi, la serie Ghost: pittura e scrittura come racconto dell’assenza
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