La morte prematura ha ispirato tra le pagine più intense di sempre per quel senso di ingiustizia, di strappo dall’ordine naturale delle cose che l’accompagna. Certo, come osserva Massimo Recalcati sulla scia di Simone de Beauvoir e altri pensatori, ogni morte viene percepita nel segno del “troppo presto”, perché l’individuo indipendentemente dall’età è fatto per vivere, per guardare avanti, progettare. Però quando è un giovane nel fiore degli anni a congedarsi dalla vita – con l’aggravante del suicidio –, il discorso scivola nel campo minato dell’insensatezza, di troppe domande sospese, di un’accettazione del lutto che sembra impossibile, del mistero.
È il caso di Ofelia d’Alba, figlia del poeta futurista Auro d’Alba, che diciottenne si tolse la vita. A lei Giuseppe Ungaretti dedicò la poesia che vi proponiamo in lettura contenuta nella raccolta Sentimento del tempo (sezione Leggende), dove sembra trionfare la caducità, il sentimento tragico della fuga del tempo e della vanità delle cose umane, cui fa da contraltare la ritrovata fede cattolica del poeta.
“Memoria d’Ofelia d’Alba” di Ungaretti: testo della poesia
Da voi, pensosi innanzi tempo,
troppo presto
tutta la luce vana fu bevuta,
begli occhi sazi nelle chiuse palpebre
ormai prive di peso,
e in voi immortali
le cose che tra dubbi prematuri
seguiste ardendo del loro mutare,
cercano pace,
e a fondo in breve del vostro silenzio
si fermeranno,
cose consumate:
emblemi eterni, nomi,
evocazioni pure...
Metrica: Versi liberi con prevalenza di endecasillabi
“Memoria d’Ofelia d’Alba”: parafrasi della poesia
La vita se n’è andata troppo presto dai vostri occhi pensosi, occhi sazi di vivere che dietro le palpebre abbassate ormai sono liberi dal peso dell’esistenza. E negli occhi - precocemente ansiosi e resi immortali dalla morte -, tutte le cose che seguiste nella loro instabilità finalmente troveranno pace: simboli eterni, forme pure fuori dal tempo e dallo spazio...
Chi era Ofelia d’Alba: la storia dietro la poesia di Ungaretti
Tra il 22 e il 23 marzo 1932 si tolse la vita la figlia diciottenne di Auro d’Alba (1888-1965), nome de plume del poeta, scrittore, giornalista Umberto Bottone. Si chiamava Ofelia, un nome sfortunato che fa pensare alla morte e alla follia.
La storia dell’Ofelia ungarettiana trova un’eco nella produzione di Elpidio Jenco, un poeta dimenticato del primo Novecento che fu tra i fondatori del Premio Viareggio. Nello stesso anno della morte della giovane, infatti, pubblicò una raccolta di poesie dal titolo Cenere azzurra, dedicate a una figura femminile, evanescente, chiamata Ofelia. Che sia la stessa? Pare di sì. Cercando qui e là mi sono imbattuta in un articolo dedicato a Jenco apparso sulla “Gazzetta del Popolo” il 31/08/1932 di cui riporto uno stralcio a conferma dell’identificazione.
Il canzoniere porta in fronte un nome di fanciulla, Ofelia d’Alba, che due poesie, quella del padre e quella dell’uomo che l’amò, oggi fissano in immagini non più terrene. Per Elpidio Jenco l’apertura ai canti, l’iniziazione al compianto, si traduce in un addio alla giovinezza [...] recisa come un fiore.
Amico di Corazzini, ammiratore di D’Annunzio, Auro d’Alba entrò a far parte del movimento Futurista al seguito di Marinetti e delle sue zingarate protestatarie nella capitale; non tanto per un’accettazione dei suoi principi, quanto per una generica ansia di rinnovamento e rottura con la tradizione letteraria italiana. Aderì al fascismo, partecipò alla marcia su Roma e alla guerra d’Etiopia. Nel secondo dopoguerra abbracciò definitivamente il Cattolicesimo, entrato in punta di piedi nella sua vita dopo il gesto estremo della figlia.
“Memoria d’Ofelia d’Alba”: analisi e commento della poesia
Il testo venne scritto nel 1932 per la figlia suicida del poeta futurista Auro d’Alba. È vero che l’idea della morte è presente in numerose poesie precedenti di Ungaretti, in particolare nella raccolta Allegria di naufragi dedicata alla guerra. Ma c’è una differenza: in quelle il motivo della morte riassumeva una condizione universale estrema, rappresentata dal conflitto bellico; in questa poesia invece la morte rivela l’universalità stretta e immutabile della forma, è il riflesso di un atteggiamento che ha perduto le sue accentuazioni drammatiche per dissolversi in una metafisica contemplativa che fa della ricerca poetica un’esistenza intellettuale astratta, quasi platonica.
I versi 1 e 7, con i termini "pensosi" e "dubbi", ci restituiscono l’immagine di una ragazza troppo matura per la sua età che riecheggia A Silvia di Leopardi: "E tu, lieta e pensosa, il limitare di gioventù salivi". Mentre il motivo della funzione eternatrice della morte, suggerito dall’aggettivo "immortali" al verso 6 è di ascendenza foscoliana. Infine l’espressione "la luce fu bevuta" al verso 3 vanta un albero genealogico ramificato: Virgilio, Dante, Manzoni fino al Pascoli del Giorno dei morti (Myricae):
"O miei fratelli, che bevete ancora la luce".
Ti piace SoloLibri?
© Riproduzione riservata SoloLibri.net
Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: “Memoria d’Ofelia d’Alba”, la poesia di Giuseppe Ungaretti per una giovane morta suicida
Naviga per parole chiave
Cultura Giuseppe Ungaretti Poesia News Libri Storia della letteratura Giorno dei Morti (2 Novembre)
Lascia il tuo commento