foto autore di Davide Borzì
Lo scrittore Gabriele Cantella – già autore di Il sangue di Giuda (Mursia 2023), è ora nelle librerie con il suo nuovo romanzo Mafiaville, edito da iDobloni Edizioni.
Siciliano di nascita, trasferito a vivere e lavorare da anni a Milano, si occupa di giornalismo principalmente sportivo, e parallelamente ha una forte passione per la cronaca nera; con il suo ultimo titolo ci regala un romanzo molto crudo, incentrato sulla guerra di mafia tra Cosa Nostra e Stidda.
L’intervista a Gabriele Cantella
- Parlaci dei gelesi ieri ed oggi, e della faida tra Cosa Nostra e Stidda, dal tuo punto di vista, cioè quello di un gelese che vive da anni a Milano.
Da gelese, quella storia la porto addosso ancora oggi come una cicatrice sulla pelle. Ero un bambino allora, ma leggevo negli occhi dei miei genitori e dei nonni l’inquietudine profonda di una vita fragile come un filo di nylon, pronto a spezzarsi per sempre da un istante all’altro. Ricordo lo sguardo sbigottito di mia madre che ogni giorno mi salutava prima che uscissi per andare a scuola come fosse l’ultima volta. Ricordo il boato degli spari per strada e una via come confine tra vita e morte, perché spingersi oltre quella via significava cadere in un buco nero ed essere risucchiato per sempre. Risucchiato da cosa? Noi bambini di allora non lo sapevamo, ma qualunque cosa fosse faceva paura perché non faceva distinzioni, nessuno era al sicuro.
Ho voluto recuperare la memoria di quel tempo e di quella storia perché non basta rimuovere il trauma per superarlo. Solo rivivendolo e affrontandolo lo si può superare, senza sconti, senza compromessi.
- “Chi sbaglia paga” scrivi essere stata la regola di vita a Gela; e più in là, fra le pagine del tuo “Mafiaville”, scrivi che Gela viveva in una bolla “come le cittadine finte dentro alle palle di vetro, che le capovolgi e viene giù la neve” … ma dal cielo di Gela invece pioveva sangue. Quali erano le regole di vita a Gela negli anni ’80?
Le regole a Gela negli anni ‘80 le scrivevano loro, col piombo e il sangue. Si sparavano addosso da un lato all’altro della strada, e se per caso quella strada in quel momento la stavi attraversando tu che non c’entravi niente, ci finivi di mezzo tuo malgrado. Violenza e sopraffazione, la paura che cuciva le bocche e zittiva le coscienze. I gelesi erano pedine inconsapevoli di un gioco mortale, perché la vita, quella degli altri, era un gioco per Stidda e Cosa Nostra. Un gioco in cui, citando gli Abba, “the winner takes it all”.
- Nelle ultime pagine del tuo romanzo racconti qualcosa della strage della sala giochi e di un medico che lavorò senza sosta due giorni in ospedale per salvare vite umane. Che ricordi hai di quegli anni di sangue?
Quel medico è mio padre, quel passaggio del romanzo è un frammento di vita della mia famiglia, un pezzo di storia vissuta, non romanzata.
L’atmosfera era opprimente, l’aria pesava come il piombo che la squarciava, Gela era diventata non un inferno, ma l’Inferno stesso! Non si finiva di contare i morti e i feriti, sangue ovunque, l’ospedale ridotto a un mattatoio, i dottori afferrati per il bavero e minacciati, l’intera città in ginocchio, senza scampo, senza speranza.
- Citi nel tuo romanzo i mafiosi Stefano Bontade e Totò Riina: come hai dosato nella trama di “Mafiaville” realtà e fantasia?
Era fondamentale trovare un equilibrio tra realtà e fantasia, tra cronaca e finzione. Romanzare la storia è un lavoro delicato, bisogna mantenere un’adeguata aderenza ai fatti, evitando di stravolgerli: l’approccio del giornalista deve convivere con la sensibilità dello scrittore, che sa rielaborare il materiale offerto dalla cronaca attraverso la lente della propria umanità.
- “Non c’era cura, l’unica era il coraggio. Il coraggio di essere diversi. Il coraggio di morire”: parlaci dei gelesi coraggiosi.
Gela non vuole eroi ma, negli anni cupi della guerra di mafia, i gelesi onesti si ritrovavano, loro malgrado e involontariamente, a esserlo. Per combattere la mafia non servono eroi, basta il coraggio di essere diversi, il coraggio di dire no. A chi mi accusa di gettare fango sulla mia terra per farmi pubblicità, rispondo che, al contrario, raccontare questa storia a distanza di quarant’anni significa rendere merito e giustizia a quel tessuto sano che a Gela c’è oggi e c’era allora. Quel tessuto sano che ha generato gli anticorpi per contrastare il morbo. È quel tessuto sano la cura per Gela.
- Nel tuo romanzo ci sono un paio di personaggi femminili, Ginetta e Donna Concetta: parlaci delle donne e della loro vita in quell’ambiente di mafia.
I personaggi femminili - Ginetta e Donna Concetta Girgenti – sono donne così diverse l’una dall’altra, ma entrambe espressione della femminilità mafiosa. Perché la Mafia è donna, le “fimmine” custodiscono e tramandano i valori mafiosi, sacerdotesse e depositarie di un culto sacro, che si perpetua di generazione in generazione attraverso il latte delle mamme.
- Quali sono i tuoi autori di riferimento e che ci consigli di leggere?
Prima d’essere scrittore sono fieramente un lettore compulsivo e onnivoro: i miei mostri sacri sono Victor Hugo e Fedor Dostoevskij, quindi consiglierei a tutti di cominciare dai classici, con I Miserabili e I Fratelli Karamazov in cima alla lista.
Recensione del libro
Mafiaville
di Gabriele Cantella
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Gabriele Cantella, in libreria con “Mafiaville”
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