La vittimologa di Carmen Garofalo (Piemme, 2026) rappresenta un romanzo a sé, una lettura inedita per molti aspetti e proprio per questo accattivante e dal forte impatto emotivo, non solo conoscitivo. La storia di Gloria Farina, professoressa in un liceo delle scienze umane di Firenze, diventa una lente di ingrandimento preziosa e necessaria per comprendere meglio le interessanti dinamiche e le implicazioni che circoscrivono un’indagine inerente a un caso di morte dubbia, quando l’indagine stessa viene condotta anche attraverso un focus sulla vittima.
L’approccio investigativo adottato da Gloria nei confronti di due morti improvvise, apparentemente slegate fra loro, avvenute la sera del 13 ottobre 2022, a breve distanza l’una dall’altra - la diciannovenne Elena Vannini, trovata morta in un casolare abbandonato alle porte di San Casciano, e la cinquantaduenne Anna Fanti, precipitata nel vuoto alla guida della sua auto, sull’autostrada tra Firenze e Siena - innesca la miccia di una bomba pronta a rivelare una complessa e imprevedibile rete di legami e rapporti dove segreti, bugie, intrighi e silenzi la fanno da padrone.
Uno stile incisivo e diretto, senza sconti né orpelli, che va dritto al cuore delle cose, perfettamente bilanciato tra le parti descrittive e quelle dialogate, capace di tenere viva l’attenzione e alta la suspense, incornicia al meglio una trama solida e articolata, avvincente negli intenti e nelle infinite sfumature, dai risvolti inediti e inaspettati, grazie anche al tratteggio di protagonisti e personaggi ben delineati, credibili e coerenti.
Attraverso quest’interessante intervista con l’autrice, scopriamo e comprendiamo da vicino tutti i retroscena che fanno da sfondo al suo mondo narrativo, non solo lavorativo.
Compiuto il delitto la vittima non pone alcun problema: basta seppellirla […] la vittima quando muore non ha più voce e bisogna che ci sia qualcuno che racconti la sua storia per lei. Soprattutto quando gli altri hanno già deciso com’è andata a finire.
L’intervista a Carmen Garofalo
- Autopsia psicologica: parlaci di questo approccio molto interessante e di quando e come è nata l’idea di costruire una trama avvincente e inedita adottandolo come focus per un’indagine.
L’autopsia psicologica è uno strumento di analisi che nasce nell’ambito della psicologia forense e consiste nella ricostruzione della storia di una persona, soprattutto nei casi di morte dubbia. Attraverso l’esame della documentazione disponibile, delle testimonianze e del contesto relazionale, si cerca di comprendere lo stato mentale, il funzionamento della personalità, le abitudini e gli eventi significativi che hanno preceduto la morte. Non ha la pretesa di fornire certezze assolute, ma offre elementi utili per formulare ipotesi fondate e orientare l’interpretazione dei fatti per condurre al responsabile dell’evento criminoso. Questo metodo mi ha affascinata sin da quando l’ho studiato sui libri e poi nei casi reali: ci ricorda come ogni comportamento umano abbia una storia e, in fondo, è un lavoro molto simile a quello della narrativa.
- Il tema del dolore e della sofferenza, sia fisica sia emotiva, è un punto cardine nella storia. Credi sia una variabile o una costante nella vita di una persona, un aspetto inevitabile che plasma e determina il percorso esistenziale?
Il dolore è parte integrante della vita, ma non lo definirei un aspetto inevitabile che plasma il percorso esistenziale, perché dipende da come noi lo viviamo e lo gestiamo. In ogni esistenza assume forme diverse: una perdita, un trauma, una delusione, una frattura dell’identità. Quello che cambia, e che rende ogni storia irripetibile, è il modo in cui ciascuno entra in relazione con quella sofferenza. Da qui può nascere una deformazione dello sguardo sugli altri e sul mondo, e quindi alimentare rabbia e portare altro dolore, per sé o per gli altri, ed è quello che accade ad alcuni personaggi del mio romanzo - oppure, semplicemente, il dolore esiste. Non sempre siamo chiamati a farci qualcosa, a trasformarlo a tutti i costi, a volte basta riconoscerlo e trovare un modo per conviverci. Senza fare del male a sé stessi e agli altri.
Non sempre i nostri familiari ci conoscono meglio degli altri.
- Altro tema importante è quello dei segreti e delle bugie. Quale potere esercitano su chi li asseconda e quale effetto hanno su coloro che ne risultano vittime? Perché il lato oscuro degli intrighi e dei “non detti” esercita quasi sempre una certa attrazione nel lettore?
I segreti e le bugie hanno un grande potere perché alterano la realtà. Chi custodisce un segreto costruisce un’esistenza parallela nella quale ogni relazione richiede un equilibrio sempre più precario tra ciò che può essere detto e ciò che deve rimanere nascosto. È un meccanismo che consuma energie e, con il tempo, rischia di imprigionare anche chi crede di esercitare il controllo. Per chi, invece, scopre di essere stato escluso dalla verità, la ferita riguarda anche la fiducia. È come se venisse meno la continuità della propria storia: improvvisamente si è costretti a rileggere il passato con occhi diversi, e questo può essere profondamente destabilizzante. Nel romanzo questo accade sia ai personaggi della trama gialla ma anche a Gloria stessa, la protagonista.
Credo che le lettrici e i lettori siano attratti dagli intrighi e dai non detti perché riflettono una dimensione universale dell’essere umano. Ogni famiglia, ogni relazione può custodire zone d’ombra. La narrativa ci permette di attraversarle in uno spazio protetto, di osservare come una singola omissione possa modificare la vita di molte persone. In fondo, il mistero non nasce solo dal desiderio di scoprire "chi è stato", ma da una domanda ancora più profonda: che cosa spinge una persona a nascondere la verità, e quale prezzo è disposta a pagare per farlo? È questa complessità psicologica, più ancora del colpo di scena, che continua ad affascinarci come lettrici e lettori e che ho cercato di esplorare nel mio romanzo.
- Qual è la tua visione verso il mondo degli adolescenti, dei giovani di oggi? Quali dinamiche e problematiche riscontri nella società attuale e in seno alle famiglie che hai voluto analizzare nel romanzo?
Ogni generazione viene osservata dagli adulti con una certa diffidenza; io credo che gli adolescenti di oggi stiano affrontando sfide particolarmente complesse. Crescono in un contesto in cui tutto è esposto, condiviso, valutato, e la costruzione dell’identità avviene sotto uno sguardo costante, reale e virtuale. Questo può amplificare il senso di inadeguatezza, la paura del fallimento e il bisogno di riconoscimento. Sono profondamente esposti. E se manca uno spazio in cui sentirsi ascoltati senza essere immediatamente giudicati, il disagio può assumere forme molto diverse: il silenzio, il ritiro, l’aggressività, oppure la ricerca di appartenenza a qualunque costo.
Spesso siamo portati a concentrarci sui comportamenti dei ragazzi, ma dimentichiamo che ogni adolescente cresce all’interno di un sistema di relazioni. La famiglia resta il primo luogo in cui si impara a dare un nome alle emozioni, a gestire il conflitto, a sentirsi al sicuro o, al contrario, a convivere con il silenzio e con i non detti che spesso diventano le crepe dove si insinuano più facilmente solitudini e rabbia. Nel romanzo mi interessava raccontare anche questo.
- Esiste un protagonista, un personaggio a cui sei più legata? E uno per cui hai riscontrato maggiori difficoltà nel tratteggiarlo?
Sono particolarmente legata al personaggio di Giulio, il fratello della protagonista. Scrivere di lui è stata una delle sfide più complesse del romanzo, perché la sua iperprotezione nei confronti della sorella andava raccontata senza poterne rivelare le ragioni. Dovevo lasciare che il lettore percepisse quel comportamento come autentico, anche quando poteva apparire eccessivo o difficile da comprendere.
La difficoltà era proprio questa: mostrare gli effetti senza svelarne la causa. Credo che i personaggi più interessanti siano proprio quelli che ci costringono a sospendere il giudizio, perché dietro un comportamento apparentemente inspiegabile esiste sempre una storia che lo rende comprensibile.
Cerco quali possano essere stati gli aspetti della vittima che hanno portato l’assassino a compiere il suo gesto e...
- Quale messaggio, o più di uno, speri di poter lasciare nei lettori attraverso la storia di Gloria Farina, e di Anna Fanti ed Elena Vannini, madre e figlia?
Credo, anche da lettrice, che un romanzo non lanci messaggi, ma racconti una storia che magari possa lasciare delle domande. Poi ognuno cerca e vi trova qualsiasi cosa, di solito quello di cui si ha bisogno. A me interessava introdurre nella narrativa qualcosa che già esiste nel panorama scientifico criminologico: è stata una sorta di esperimento, per me, raccontare il cambio di prospettiva sul crimine e raccontare il punto di vista di chi il male lo subisce attraverso una protagonista che non si interroga solo su chi sia l’assassino, ma su cosa sia successo nella vita della vittima senza tralasciare alcun dettaglio. Il mio obiettivo è sempre stato quello di dare un maggior peso narrativo ai personaggi delle vittime, anche se muoiono a pagina 1. Attraverso il lavoro di Gloria ho voluto che si delineassero le loro vite come fossero personaggi ancora parlanti, che si muovono nelle pagine e che a loro volta muovono gli eventi.
- Ti sei avvalsa di fonti letterarie, di saggi e/o romanzi letti nel corso della vita, come spunto e richiamo per alcune tue riflessioni presenti nel romanzo?
Oltre ai manuali della disciplina vittimologica per la tecnica in sé, ho studiato Delitti folli, delitti di folli di Ugo Fornari, uno dei più grandi psichiatri forensi. Il mio romanzo non racconta la malattia mentale, perché uno degli aspetti che mi interessava esplorare era osservare cosa può accadere alla personalità quando un dolore, un lutto o una perdita rimangono irrisolti e finiscono per trasformarsi in qualcosa di diverso alterando il modo in cui una persona vede sé stessa, gli altri e la realtà. Spesso è qui che si annidano le radici di un comportamento criminale, non solo nella presenza di una patologia psichiatrica.
Poi ci sono i romanzi e gli autori che mi hanno formata anche da lettrice e che mi hanno accompagnata durante la scrittura: prime fra tutte le sorelle Brontë, poi c’è anche Margaret Mazzantini, Maurizio De Giovanni, la lettura dei diari di Sylvia Plath mi ha accompagnata nel tratteggiare il personaggio di Elena, poi Joël Dicker che è un maestro nel dosare i colpi di scena, fino a J.K. Rowling, nel suo pseudonimo di Robert Galbraith, dalla quale attingo per caratterizzare Gloria e la rete di relazioni umane e sentimentali nella quale è inserita.
- Ti confesso che la trasposizione cinematografica della tua storia riesco a immaginarmela. Ci sono una struttura solida e credibile, personaggi coerenti e delineati, temi e messaggi che si prestano a profonde riflessioni. Hai mai pensato possa prestarsi per una serie tv in futuro?
Mentre scrivevo vedevo i personaggi muoversi davanti a me quasi come se stessi osservando delle scene. Avevo ben chiari i luoghi, i silenzi, gli sguardi e il modo in cui ciascun personaggio avrebbe abitato lo spazio pagina dopo pagina. Credo che questa dimensione molto visiva abbia influenzato anche la costruzione della storia, ma poi ogni lettrice e lettore lo costruisce a modo suo nella sua mente: è anche questo il bello della narrativa.
Perché parlate solo di autopsia medico legale. Il materiale biologico, segni di difesa, il killer. Tutto giusto, ma è proprio questo il punto: la vittima non è solo un cadavere, è una persona con una storia.
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Carmen Garofalo, in libreria con “La vittimologa”
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