Recentemente tornato in libreria con il romanzo Quel posto che chiami casa (Garzanti, 2025), Enrico Galiano dimostra ancora una volta di saper toccare e scandagliare, con l’autenticità e la delicatezza che da tempo contraddistinguono la sua penna, le profondità più oscure e complesse dell’animo umano, riuscendo ad aprire un varco di luce, morbida e sincera ai "sensi" del cuore e della mente, laddove si addensano le nubi e le ombre di temi delicati e toccanti quali la malattia mentale e il lutto in seno alla famiglia.
“Quel posto che chiami casa”: temi e personaggi del romanzo
Sono due gli indimenticabili protagonisti, Vera e Cè, dai nomi incisivi tanto quanto il loro vissuto emotivo, destinati a colmare le pagine di una storia intensa e profonda, volta a risvegliare nel lettore profonde riflessioni e nuove consapevolezze di fronte alle sfide ardue che ogni giorno il vivere può comportare.
Perché se è vero che non esistono regole né logiche specifiche e uguali per tutti, Galiano sembra suggerirci sempre che la chiave di lettura per poter cogliere il senso profondo della vita risiede nella speranza di affidarsi all’amore come unico "farmaco" accessibile, privo di controindicazioni ed effetti collaterali, per curare le ferite inferte dal nostro vissuto quotidiano.
Scopriamo da vicino in questa piacevole intervista il mondo degli adolescenti raccontato dall’autore.
Era l’unica candela che potevo portarmi dietro, lei la mia metà mancante, lei primavera io autunno, lei fiume io lago, lei musica io silenzio. Scoprii che mi piaceva un mondo stare ad ascoltarla. Lei mi parlava anche per ore.
L’intervista a Enrico Galiano
- Parliamo del dolore, tema presente anche nel tuo ultimo romanzo. Quale chiave di lettura ne fornisci? Quale approccio hai ogni volta con la sofferenza? Quale peso, valenza e significato può assumere il dolore nel percorso di vita di una persona?
Il dolore nei miei libri non è mai solo una ferita: è anche un varco. Non lo vedo come qualcosa da scansare, ma come un insegnante duro e a volte crudele, che però ci mette davanti a verità che altrimenti non vedremmo. La chiave è non fermarsi alla sofferenza, ma capire cosa ci chiede, cosa ci rivela di noi.
- Quali differenze e mancanze rintracci negli adolescenti di oggi, rispetto alla tua epoca o al passato?
Gli adolescenti di oggi hanno infinite possibilità, eppure spesso meno spazi di libertà autentica. Hanno più strumenti, ma meno tempo per usarli davvero. Rispetto a quando ero ragazzo io, forse manca la lentezza, quella che ti permetteva di annoiarti e di scoprire davvero chi sei.
- Bugie e segreti rappresentano un tema esplorato anche in questa storia. Quanto in generale possono determinare e condizionare la vita di una persona quando ne è vittima inconsapevole? E fino a che punto sono “ammessi” dalla prospettiva di un genitore nei confronti di un figlio?
Una bugia o un segreto può segnare una vita intera, soprattutto se lo scopri quando ormai hai messo radici dentro di te. Da genitori a volte si pensa che proteggere significhi nascondere, ma prima o poi la verità si presenta e il prezzo può essere alto. Credo che i figli abbiano diritto alla verità, anche se detta con delicatezza.
- Raccontaci del tuo rapporto con la solitudine e il silenzio. Quale visione nutri verso di loro? Riesci a rintracciare in essi delle sfumature di beneficio, una sorta di positività? Come li hai esplorati attraverso le figure dei due fratelli, Cè e Vera?
Solitudine e silenzio per me non sono mai solo assenze, ma presenze. A volte sono stanze in cui entri per paura, ma scopri che lì dentro puoi ritrovarti.
In Vera e Cè diventano specchi: lei li teme, lui li abita. Eppure entrambi, attraverso quel vuoto, imparano a dare un nome alle proprie ferite.
L’idea mi faceva sorridere, e in qualche modo mi rassicurava: mi diceva che anche le cose perse avevano un destino.
- Credi nelle “verità” celate nei segni? Ritrovi messaggi nascosti, a noi destinati, in ciò che vediamo o percepiamo attorno a noi come segnali? Il nostro sguardo, il nostro sentire profondo può, o deve, veramente andare “oltre” le semplici coincidenze e casualità?
Non credo nei segni come magie, ma credo che il nostro sguardo sia capace di dare senso anche alle coincidenze. Più che i segni, conta il modo in cui li leggiamo. Andare “oltre” non significa vedere l’invisibile, ma riconoscere che anche ciò che sembra casuale può parlarci, se ci fermiamo ad ascoltare.
- Cosa senti di dirci dell’amore e della cura verso qualcuno o qualcosa, nel mondo di oggi? Rappresenta un valore, un aspetto da tutelare e difendere a denti stretti? Pensi sia minacciato sempre più da inevitabili forze e agenti esterni?
Amare e avere cura è diventato un atto quasi rivoluzionario, oggi. Perché tutto intorno sembra spingerci alla distrazione, alla velocità, al consumo. La cura richiede lentezza, dedizione, costanza: è fragile, eppure proprio per questo va difesa con più forza.
- Parliamo di sogni, un tema a te tanto caro, che affronti nei tuoi libri e nelle interviste/presentazioni durante le tappe dei tuoi tour letterari. Quanto è fondamentale rincorrere un sogno, aggrapparsi a lui come fosse un’àncora, rivolgersi a lui come fosse un faro?
Un sogno non è un lusso: è ossigeno. Senza, rischiamo di sopravvivere invece che vivere. Per un ragazzo, ma anche per un adulto, un sogno è ciò che ti ricorda che puoi andare oltre i confini che qualcuno ha disegnato per te. È una bussola quando tutto il resto sembra confusione.
Per le persone primavera tutto sta sempre iniziando, sono quelle che amano le albe più dei tramonti, quelle che parlano spesso al tempo futuro, quelle che a marzo si sentono sbocciare, e gli viene voglia di uscire, scoprirsi un po’, partire.
- Nel tuo percorso di scrittore credi sia cambiato o maturato qualche riflesso, aspetto? Sei l’Enrico di sempre, del tuo libro d’esordio, o ti senti in qualche modo diverso, più consapevole?
Sono cambiato, sì, e per fortuna. Lo scrittore che ero all’inizio aveva più paura, più ansia di dimostrare. Oggi ho meno bisogno di convincere e più desiderio di raccontare. Ma la radice resta la stessa: quella di un professore che guarda negli occhi i ragazzi e cerca parole per dire quello che sente.
- Quale potere possiede la scrittura, a differenza di altre forme artistiche di espressione e comunicazione?
La scrittura ha un potere unico: rallenta. In un mondo che corre, ti costringe a fermarti, a scegliere una parola e non un’altra. A differenza di altre arti, ti mette dentro la testa e il cuore di un altro essere umano con una vicinanza che nessun’altra forma di espressione riesce a raggiungere.
- Hai già idee, progetti in corso d’opera per una nuova storia? Esiste, inoltre, un tema che vorresti ancora esplorare ma verso il quale nutri perplessità, riserve o timori?
Ho sempre nuove storie che bussano. Alcune hanno già un nome, altre sono solo ombre.
C’è un tema che mi attrae e mi spaventa insieme: l’amore passionale. Quello che ti travolge e ti cambia, che non ti lascia scampo e che a volte sa essere luce, altre volte ferita. È un territorio che affascina proprio perché è pericoloso, e forse scriverne significa provare a trovare un senso dentro quel caos.
Recensione del libro
Quel posto che chiami casa
di Enrico Galiano
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Articolo originale pubblicato su Sololibri.net qui: Intervista a Enrico Galiano, in libreria con “Quel posto che chiami casa”
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